Pochi giorni prima della firma del Trattato del Quirinale tra Italia e Francia, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti è intervenuto alla “Vigoni Lecture” del Centro italo-tedesco per il dialogo europeo. Ecco il suo discorso

Buonasera a tutti.

Ringrazio l’ambasciatore Valensise e il dottor Galateri di Genola per il cortese invito a questa edizione della “Vigoni Lecture”.

L’armonioso rapporto tra Italia e Germania, così ben raffigurato dal Centro italo-tedesco di Villa Vigoni, si traduce in una continua e vasta articolazione di contatti a livello politico e istituzionale, tra operatori economici, società civile ed enti culturali e scientifici.

I due paesi hanno tratti comuni da un punto di vista strutturale, come la forte specializzazione manifatturiera, i sistemi bancari comparabili e un elevato interscambio commerciale complessivo.

La Germania è anche il nostro primo partner commerciale e si rivela un prezioso alleato non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto strategico. Adesso il nostro comune obiettivo è rafforzare e completare il percorso di integrazione europea, un progetto di cui siamo artefici dalla prima ora e di cui dobbiamo essere sostenitori in questo frangente così delicato.

“Die Wende”. “La svolta”.

Mai come oggi i nostri Paesi si sono trovati così vicini nell’affrontare i grandi cambiamenti necessari a costruire una cornice solida e credibile per il rilancio post-pandemia.

Il Covid-19 ha rappresentato un momento di intensa sofferenza per cittadini e per le imprese che, nella turbolenza, hanno tuttavia saputo dare prova di unità.

Non possiamo però ignorare come la pandemia ha cambiato per sempre l’Unione: i prossimi mesi e i prossimi anni saranno dirimenti perché tracceranno la traiettoria del futuro a lungo termine della nostra economia e del ruolo dell’UE a livello mondiale.

Il contesto di riferimento in pochissimi anni è totalmente cambiato in termini di ambizione, di priorità e di disponibilità di strumenti.

La transizione verde è diventata una necessità e i temi ambientali ormai non sono più appannaggio esclusivo delle élite, bensì un argomento sentito da fasce sempre più ampie della popolazione europea e mondiale.

L’Italia con il Piano Nazionale Energia e Clima, lanciato tre anni fa, ha anticipato molte proposte europee su industria e ambiente, con particolare riguardo alla spinta all’uso estensivo di energie rinnovabili e alla transizione verso la mobilità sostenibile, confermandosi un Paese ad alta vocazione industriale con caratteristiche manifatturiere avanzate e tra le più “green” del mondo.

La Germania, dall’altro lato, non è stata da meno e ha anch’essa stabilito obiettivi molto ambiziosi per gli anni a venire: ne sono la prova l’uscita dal nucleare entro il prossimo anno, dal carbone entro il 2038 e soprattutto l’obiettivo di neutralità climatica fissato entro il 2045.

Indubbiamente il cambiamento climatico rappresenta una minaccia per il nostro presente e il nostro futuro, ma personalmente voglio vederlo anche come una potenziale opportunità per le nostre imprese che possono fare quel cambio di passo così da acquisire e mantenere vantaggi comparati anche per i prossimi anni.

La transizione verde non può essere affrontata esclusivamente come un problema etico, ma occorre avere una visione olistica non riconducibile a soluzioni esclusivamente normative…sarebbe inutile!

Per ogni azione corrisponde una conseguenza ed è quindi di fondamentale importanza compiere scelte consapevoli che considerino anche tutte le potenziali ricadute, anche sul piano geopolitico.

A questo proposito, tengo particolarmente a ribadire che la mancata adesione di Italia e Germania all’Accordo sulle auto elettriche, negoziato nel quadro della Cop26 di Glasgow, non deve essere letto come una mancanza di ambizione ambientalista, ma un ossequio al principio di neutralità tecnologica.

“One size does not fit all”: il fine dev’essere unico ma i mezzi per raggiungerlo sono molteplici e devono contemperare le esigenze ambientali con quelle dell’industria.

Occorre disegnare l’introduzione e l’osservanza di elevati standard ambientali, con la previsione di eventuali forme di sostegno pubblico alle imprese di alcuni settori particolarmente colpiti, così da facilitare la fase di transizione arrivando a una sostenibilità nel lungo periodo.

Vorrei citare come esempio concreto di questa esigenza di equilibrio il Pacchetto “Fit for 55”, che mira a ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 55% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990). Le proposte legislative contenute giocheranno un ruolo fondamentale in vista dell’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 fissato dal Green Deal europeo e costituiscono senza ombra di dubbio uno sforzo pregevole in termini di ambizione e analisi tecnica.

A fronte di questo, non possiamo però nascondere il rischio di conseguenze sociali e occupazionali indesiderate e potenzialmente gravi, in particolare per il settore automotive e per i piccoli produttori: occorre ascoltare gli input che ci vengono dal comparto.

Ecco perché stiamo lavorando in maniera costruttiva per migliorare le misure del pacchetto in un’ottica di equità, inclusione e condivisione responsabile degli impegni previsti, sia all’interno dell’Unione che con i Paesi terzi.

Gli ambiziosi obiettivi “green” devono essere letti anche con pragmatismo: standard ambientali elevati devono andare di pari passo con la sostenibilità economica al fine di evitare effetti distorsivi che regalerebbero vantaggi competitivi ai Paesi terzi, a scapito di quelli europei.

La trasformazione dell’industria non può dunque che passare dall’industria stessa.

A questo proposito, non posso esimermi dal ricordare il rapporto indissolubile e fruttuoso che lega Confindustria alla sua “sorella” BDI e che rappresenta uno dei pilastri su cui si fonda la cooperazione industriale italo-tedesca.

Il Business Forum che le due associazioni organizzano annualmente, ormai giunto all’undicesima edizione, è da sempre un’occasione prestigiosa per rafforzare la collaborazione stimolando un dibattito strategico tra mondo imprenditoriale e politico dei due Paesi.

Tali vertici sono anche il momento per considerare le priorità dell’agenda politica europea, su cui costantemente avviene un monitoraggio negli uffici di Bruxelles delle due associazioni imprenditoriali, vere camere di compensazione delle esigenze nazionali. Ai loro vertici va il mio personale ringraziamento.

Mi auspico che nel prossimo futuro possiamo stringere un’ulteriore e fitta collaborazione tra il Ministero dello Sviluppo Economico e il suo omologo tedesco, puntando su una consultazione regolare che consentirebbe di rafforzare il coordinamento sui principali dossier europei per sviluppare best practices in termini di prassi e di regolamentazione.

Potrei trascorrere tutta la serata a elencare tutti i progetti congiunti che vedono i nostri due Paesi impegnati su queste tematiche.

Anche in prospettiva del vertice intergovernativo del prossimo giugno, permettetemi di andare al di là di un focus di carattere prettamente industriale e di evidenziare le sconfinate opportunità di cooperazione tra Italia e Germania.

Mi riferisco alla cooperazione in materia di politica e di sicurezza, dove la crescente consapevolezza da parte tedesca della necessità di un ruolo più profilato in ambito internazionale e una sostanziale consonanza di vedute con l’Italia su molti tra i principali dossier, hanno consentito già negli ultimi anni di promuovere importanti iniziative di interesse comune in Libia e nei Balcani occidentali.

Penso al tema della difesa comune europea, ultimamente sempre più al centro delle discussioni, in cui i nostri Paesi avranno nei prossimi mesi un ruolo fondamentale nel contribuire a rafforzare la proiezione internazionale dell’Unione Europea.

In ambito economico-finanziario penso alla riflessione sulla modifica dei parametri di Maastricht, che il COVID ha certificato come definitivamente superati, e alla sfida derivante dalla necessità di trovare nuove risorse europee per finanziare le transizioni verde e digitale, sia in termini di investimenti pubblici, sia di facilitazione degli investimenti privati.

E, ancora, penso all’aerospazio e alla cooperazione in ambito scientifico e universitario.

Tutto questo si inserisce in una cornice europea, dove Italia e Germania possono e devono esercitare congiuntamente un ruolo propulsivo per l’elaborazione di una visione culturale europea comune in cui coinvolgere la società civile, anche attraverso le collaborazioni esistenti tra Fondazioni e centri di ricerca italiani e tedeschi.

Quale esempio migliore del Centro italo-tedesco per il dialogo europeo di Villa Vigoni?

Questo stesso momento di riflessione non sarebbe stato possibile senza la sua attività di promozione dei rapporti tra Italia e Germania nella cornice della nostra Unione europea.

Sono stati mesi complessi, e anche se la pandemia non è sfortunatamente finita, grazie a molti sacrifici e affrontando scelte difficili, finora siamo riusciti a trovare un bilanciamento tra le esigenze della salute e quelle dell’industria.

L’aspetto su cui ora volevo soffermarmi è però anche un altro, spesso sottovalutato.

Parlando della pandemia, ci si concentra soprattutto sugli effetti economici, senza considerare troppo quelli sociali, a partire dalla situazione demografica, drasticamente peggiorata nell’ultimo anno quando si è infatti registrato, oltre che un massimo storico di decessi dal secondo dopoguerra, anche un nuovo minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia.

Le ripercussioni future sulla popolazione in età lavorativa e sui sistemi di sicurezza sociale non possono essere ignorate ed è quindi necessario un intervento volto a supportare le famiglie per raddrizzare il trend decrescente del tasso di natalità.

Servono innanzitutto sostegni –e su questo l’Italia ha molto da imparare dalle riforme dei congedi parentali avviate in Germania negli scorsi anni– ma anche e soprattutto garanzie di stabilità per il futuro: quantità, qualità e stabilità nel tempo della spesa pubblica a favore della natalità sono infatti fattori decisivi nel determinare l’entità dell’impatto delle singole politiche sulle scelte dei potenziali genitori.

Dobbiamo prenderci cura anche delle strutture in cui viviamo la nostra quotidianità.

Oggi, oltre il 60% dei 7,8 miliardi di abitanti del nostro pianeta vive nelle città, che contribuiscono a loro volta (pur coprendo meno del 2% delle terre emerse) al 70% dell’economia mondiale, ma che sono altresì responsabili del consumo di oltre il 60% di energia.

L’Europa contemporanea può essere definita come un unico e grande polo urbano e gli studi prevedono come nei decenni a venire, la migrazione verso i centri urbani aumenterà ancora fino a che, nel 2050, gli abitanti delle città supereranno l’80% della popolazione europea (rispetto al 70% attuale).

Tale processo intaccherà inesorabilmente gli equilibri sociali e ambientali e per questo motivo il tema delle “smart cities” si sta imponendo come una delle sfide più importanti per il futuro.

L’UE negli ultimi anni ha investito molto in queste “città intelligenti”, aree urbane in cui, grazie all’utilizzo dell’innovazione tecnologica e soprattutto delle tecnologie digitali, è possibile ottimizzare e migliorare le infrastrutture e i servizi ai cittadini, aumentando l’efficienza e garantendo un futuro più sostenibile.

“Smart cities” significa un maggiore uso delle infrastrutture digitali, reti di trasporto efficienti, risparmio energetico. Ma non è tutto: esse contribuiscono anche a un miglioramento della qualità della vita delle persone, grazie a spazi pubblici più sicuri e fruibili, nonché a un migliore accesso dei cittadini alla pubblica amministrazione.

Il passaggio obbligato allo smart-working e alla didattica a distanza e l’impossibilità di incontri in presenza ha portato a una straordinaria accelerazione del progresso tecnologico, con traguardi che fino a pochi anni fa non erano affatto immaginabili: pensiamo a Meta e all’intenzione di sviluppare il metaverso, realtà virtuale che ripropone il modo in cui si vive nel mondo fisico.

La connettività digitale in modo paradossale ha anche frenato quel processo -finora considerato inesorabile- di migrazione forzata verso i centri urbani… pare una contraddizione, ma aumentando la connettività, si crea maggiore possibilità di offrire una vita comoda e connessa anche fuori dalle grandi città.

Conosco infatti molte persone che hanno saputo cogliere i vantaggi del telelavoro e che hanno deciso di fare ritorno nei loro paesi d’origine, rivoluzionando uno stile di vita che consideravano ormai compromesso dalla frenesia della metropoli.

Tutti questi dati allora ci insegnano una cosa: occorre essere flessibili, cercando costantemente soluzioni in grado di soddisfare le nuove esigenze, facendo tesoro anche di esperienze passate… come quella di Expo Milano 2015, ad esempio, che ha costituito un esempio all’avanguardia in cui la sua visione di sostenibilità introdotta è stata colta e sfruttata purtroppo solo da pochi.

Questo evento, oltre che ad aver avuto un impatto straordinario sulla città di Milano –in termini infrastrutturali, di mobilità e di rigenerazione urbana– ha rappresentato, più ampiamente, il germe del tema sostenibilità a livello internazionale, riuscendo a coniugare l’aspetto ambientale e sociale.

In questo campo l’Italia ha le potenzialità per affermarsi come leader nello sviluppo sostenibile e questo è il momento più propizio per una rigenerazione del Paese grazie anche alle risorse del PNRR, che stanzierà il 45% dei fondi proprio per la rivoluzione verde.

Su questo filone si innesta l’idea di candidare Roma a ospitare l’Esposizione Universale 2030 con il tema “La città orizzontale: rigenerazione urbana e società civile”, così da elevarla a palcoscenico globale per valorizzare le competenze italiane in materia di urbanistica sostenibile e tecnologie verdi e digitali.

Possiamo fare tante cose e il nostro impegno è cercare di farle tutte bene, anche imparando da quanto ha messo in luce la pandemia circa alcune fragilità del nostro sistema economico, di sicuro troppo dipendente da economie lontane in alcuni settori.

Tecnologia e capacità di innovare si sono rivelati come gli elementi che maggiormente incideranno sul peso strategico che ogni Paese e ogni alleanza avranno nel mondo: su questi due elementi occorre quell’autonomia strategica europea di cui si sente sempre più spesso parlare.

Per perseguire indipendenza e autonomia occorre però definire una strategia continentale, sostenuta da una visione politica unitaria che mancava ormai da molto tempo nel nostro Vecchio Continente.

Da tutte le difficoltà abbiamo trovato la spinta politica, anzi geopolitica, per tracciare una direttrice per il nostro sviluppo industriale, economico e sociale.

Ritengo sia necessario ora dedicarci alla costruzione di una capacità industriale nei settori tecnologicamente avanzati, dove l’entrata sul mercato non può essere garantita solo dalla semplice disponibilità di capitali, ma richiede una presenza basata sulla conoscenza di dinamiche e filiere produttive, nonché sul possesso di know how tecnico ad altissima specializzazione, derivante da ingenti investimenti in ricerca e sviluppo.

Su questo occorre definire un quadro regolatorio dell’Unione Europea che individui i settori per i quali è auspicata l’autonomia strategica e li sostenga (tramite incentivi, allentamento delle norme sugli aiuti di stato, procurement pubblico, ecc.), soprattutto dove il rischio di fallimento di mercato è più elevato.

Viviamo in un periodo di grandi trasformazioni in cui noi tutti siamo coinvolti e di cui noi stessi dobbiamo essere artefici.

Cambiamento significa novità, e le novità possono intimorire.

Noi dobbiamo però trovare il coraggio e l’audacia di guardare avanti e di incoraggiare quel vento di cambiamento che sta soffiando.

Come diceva Johann Wolfgang von Goethe, grande conoscitore dell’Italia: “Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora”.

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