Il fondo statunitense ha puntato l’ex monopolista che ha in pancia anche uno dei primi operatori di servizi al mondo. Il governo studia l’esercizio di poteri speciali ma c’è anche chi mette in campo la strada della quotazione (come per Noovle e Olivetti)

Circa 750 persone, 500 in Italia e 250 sparse per il mondo. Una presenza in 32 Paesi nel mondo con la volontà di espanderla soprattutto in Asia e Sud America. Sparkle, società del gruppo Telecom Italia, possiede e gestire una rete di cavi in fibra di oltre 600.000 chilometri che fa il giro del mondo e partecipa in molti dei principali cavi sottomarini del mondo, sui quali passa il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali e 10 miliardi di dollari di transazioni finanziarie ogni giorno. È il primo operatore di servizi internazionali in Italia e fra i primi nel mondo.

Proprio quest’anno l’azienda – presieduta da Alessandro Pansa, ex prefetto e direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e guidata da Elisabetta Romano, ingegnere con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle telecomunicazioni – festeggia il centenario dalla fondazione di Italcable, di cui ha preso il testimone. Nei giorni scorsi ha celebrato anche il 25° anniversario di Seabone, la sua dorsale globale di transito IP Tier-1 che fornisce accesso a Internet ad alta velocità a ISP e content provider in tutto il mondo.

In queste ore è al centro delle attenzioni dopo che il fondo statunitense Kkr, già azionista di FiberCop (la società in cui Tim ha spostato l’ultimo miglio della rete telefonica), sembra deciso ad acquisire l’intero gruppo tramite un’offerta pubblica, approfittando anche del fatto che le azioni sono al momento ai minimi storici.

Che ne sarebbe di Sparkle se andasse in porto il tentativo di Kkr, che si inserisce nell’ampia partita che coinvolge anche Vivendi di Vincent Bolloré?

Come sottolinea il Corriere della Sera, il governo può esercitare i poteri speciali per tutelare la rete, asset strategico per la sicurezza nazionale, inclusa quella internazionale custodita dentro Sparkle, azienda valutata 1,4 miliardi di euro. “È ipotizzabile che in caso di un’opa il governo metta dei paletti a difesa della rete, tanto per la parte contenuta in FiberCop quanto per la cosiddetta ‘rete primaria’ rimasta a Tim”, scrive il quotidiano diretto da Luciano Fontana. “Ma potrebbe anche andare oltre e aprire un tavolo per discutere dell’assetto generale della rete, in un’ottica che potrebbe anche portare a una sorta di nazionalizzazione sotto il cappello della Cassa depositi e prestiti, azionista con il 10% di Tim e con il 60% di Open Fiber, l’altra società che sta costruendo in Italia la rete in fibra ottica”.

A irrobustire la questione, un editoriale del Corriere della Sera firmato dal vicedirettore Daniele Manca, con un titolo netta in prima pagina: “I poteri da far valere”. Manca racconta che “Palazzo Chigi sarebbe pronto a varare una sorta di supercomitato di ministri e superesperti per esaminare la possibilità” di esercitare i poteri speciali e sottolineano che il Paese “è a uno snodo decisivo”: “il flusso di investimenti che inizia a indirizzarsi verso l’Italia è considerevole. La stessa offerta di Kkr è indice di un rinnovato interesse”. Tuttavia, continua, “proprio per questo senza ideologie si devono individuare le mosse necessarie a rafforzare settori importanti”. È così che il Corriere evoca la possibilità di una rinazionalizzazione: “È pensabile che lo Stato torni a essere protagonista in quella che viene ritenuto come uno dei volani dello sviluppo tecnologico del Paese, vale a dire la rete di telecomunicazioni? Probabilmente sì, una sorta di rinazionalizzazione”, risponde Manca.

Non sarebbe la prima volta. A ottobre 2017, il governo presieduto da Paolo Gentiloni aveva esercitato i poteri speciali sugli asset strategici di Tim (Sparkle, Telsy ma anche la rete) in seguito alla mancata notifica dell’assunzione del controllo di fatto sull’azienda da parte di Vivendi. Allora l’esecutivo decise che la governance dovesse “garantire” l’inserimento nei consigli di amministrazione di Tim, Sparkle e Telsy di un componente “munito di legale rappresentanza” che sia di “esclusiva cittadinanza italiana”, che possegga il nulla osta di sicurezza personale (“Nos”) e abbia “delega alle funzioni relative alle attività aziendali rilevanti per la sicurezza nazionale”.

Ma oggi c’è anche una seconda strada. Raccontando la “resa dei conti” nell’ex monopolista, Il Messaggero spiega che nel mirino del consiglio di amministrazione è finito anche il “ritardo nell’attuazione della strategia che comunque l’ad [Luigi Gubitosi] ha in animo di rilanciare attraverso la trasformazione della capogruppo in holding e la quotazione di alcuni asset come Noovle, Sparkle, Olivetti”. Senza dimenticare Telsy, azienda specializzata nella cybersecurity.

In questo senso può tornare utile rileggere ciò che il consiglio di amministrazione di Tim riunitosi lo scorso 11 novembre ha tenuto a ricordare, che “non è in corso alcuna negoziazione relativa alla rete o altri asset strategici”. Una frase, inserita al fondo del comunicato, che sembra suggerire che le trattative ci sono e che riguardano l’intero gruppo, non cessioni o spin-off di singoli rami.

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