Al G20 si è inevitabilmente parlato anche della situazione nel Paese nordafricano. Ecco le preoccupazioni di un funzionario che ha partecipato ai lavori di Roma e le ragioni dei suoi timori. Il commento di Leonardo Bellodi, autore de “L’ombra di Gheddafi” (Rizzoli)

La lotta alla pandemia provocata dal Covid 19 e le tematiche economiche sono state al centro del vertice G20 tra i capi di Stato e di governo riuniti a Roma. Ma non poteva non mancare un confronto sul tema Libia e non è a caso che Palazzo Chigi ha diffuso una nota sottolinenando che la situazione nel Paese è stata al centro di un colloquio tra Mario Draghi e Joe Biden.

Da parte degli Stati Uniti vi è sempre la preoccupazione che la Libia possa, a causa della instabilità ormai cronica che l’affligge, essere un Paese di rifugio, transito e crescita di organizzazioni terroristiche, soprattutto di matrice islamica, le cui azioni non si limitano ai confini domestici ma possono colpire e contagiare Paesi limitrofi. Una preoccupazione condivisa da Egitto e Algeria in primis.

L’Italia guarda anche al fenomeno dell’immigrazione che non accenna a diminuire alimentato da bande criminali, spesso molto organizzate, che gestiscono il traffico di essere umani proveniente da molte parti del mondo. Spesso poi queste bande si alleano con gruppi terroristici, che finanziano l’acquisto di armi e i costi della formazione degli adepti, e con le milizie locali.

Una situazione che ha messo in evidenza il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres in occasione della pubblicazione del rapporto del comitato di esperti sulla Libia. Malgrado gli accordi di Berlino, gruppi paramilitari domestici e internazionali continuano di fatto a dettare legge in gran parte del territorio libico. E tutto ciò a poco meno di un mese e mezzo dalle elezioni programmate per fine dicembre.

Lo stesso governo è diviso. E lo scontro di qualche mese fa tra Mustafa Sanalla, potente capo della National Oil Company libica, e Mohamed Oun, ministro dell’Energia nominato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah. Il governo ha accusato Sanalla di aver fatto delle missioni all’estero senza chiedere le dovute precauzioni. Ma la verità è altrove e risiede nell’enorme potere detenuto dal capo della Noc e dal suo rifiuto di versare i proventi della vendite di idrocarburi nelle casse della Banca centrale libica accusandola di poco trasparenza nella gestione. Un atto di lesa maestà che la dice lunga sul margine di azione di cui gode Sanalla.

Il conflitto è stato in parte risolto per il momento, ovviamente a favore del capo della Noc ma è ancora latente e, secondo alcuni osservatori internazionali, potrebbe mettere in pericolo la produzione di petrolio in un momento in cui il prezzo del barile sfiora gli 82 dollari, un valore mai toccato dal 2014. La produzione libica soffre infatti di una grande volatilità a causa di diatribe puramente domestiche: oggi è a quasi 1,3 milioni di barile al giorno ma nel 2020 era scesa a meno di 300.000 barili giorno con ripercussioni drammatiche per il bilancio dello Stato che si regge solo dai provenenti delle vendite di petrolio.

Questo purtroppo non è il solo dissidio che affligge la Libia. Sono sempre di più gli attori libici che vedono la elezioni come una chimera. Pochi sono disposti a fare il primo passo nella strada della conciliazione nazionale. Capi tribù e milizie detengono il vero potere e non si vedono rappresentati da un governo nazionale.

Insomma, a dieci anni dalla morte di Muammar Gheddafi, quella ventata di speranza che ha caratterizzato tutto il 2012 e parte del 2013 è evaporata e cresce il disagio sociale soprattutto da parte dei giovani e della borghesia.

Un alto funzionario internazionale che ha partecipato al G20, e che preferisce mantenere l’anonimato, ha riassunto in modo lucido e spietato la situazione. “Sono più ottimista sulla situazione dell’Afghanistan, perché sappiamo con chi parlare e dove il regime talebano ha dimostrato alcune importanti aperture piuttosto che sul futuro della Libia”.

Condividi tramite