Dal senatore Monti, come da qualunque altro politico, abbiamo il diritto di chiedere proposte per arricchire il panorama dell’informazione, non per limitarlo. Il commento di Martina Carone e Salvatore Borghese (Quorum/YouTrend)

Le recenti dichiarazioni di Mario Monti su come si dovrebbe “gestire” l’informazione in tempi di crisi pandemica hanno suscitato un certo scalpore. Durante la puntata di In Onda di sabato 27 novembre, su La7, l’ex presidente del Consiglio, nonché senatore a vita, non soltanto ha paragonato la pandemia a una guerra, ma ha poi aggiunto “non abbiamo minimamente usato una comunicazione adatta alla guerra. Io credo che bisognerà […] trovare un sistema che concili la libertà di espressione ma che dosi dall’alto l’informazione”, precisando poi che “quando la guerra non è contro un altro Stato ma è contro un virus bisogna trovare delle modalità meno democratiche”. Ma chi dovrebbe trovare queste modalità democratiche? Risposta: il governo, d’intesa con le autorità scientifico-sanitarie.

Il tema della comunicazione (in particolare quella istituzionale e politica) in tempi di crisi è certamente attuale, ma anche molto ampio e complesso, e non è questa la sede più opportuna per trattarlo sommariamente. Meritano invece qualche considerazione le implicazioni delle frasi di Monti: per ciò che dicono, ma soprattutto per ciò che non dicono: e non per volontà d’omissione, ma proprio – è il nostro timore – per drammatica carenza di conoscenza del contesto.

Alcuni osservatori hanno messo l’accento sul fatto che Monti, in quanto senatore a vita, non è costretto a fare i conti con il consenso popolare come i senatori semplici. In realtà la considerazione è poco più di una malignità: vi è un vasto e trasversale fronte politico che auspica, fin dalle prime avvisaglie della pandemia, un controllo più stringente sulle informazioni (e soprattutto sulle opinioni) veicolate sui mass media su temi all’apparenza ben poco “politici” e molto “tecnici”, come la diffusione del virus e gli strumenti più adatti per contrastarla. E non c’è dubbio che si tratti di un auspicio in qualche modo giustificato da due elementi concorrenti: da un lato, la persistente tendenza a dar voce alle opinioni anche più “eterodosse” da parte di trasmissioni televisive in onda sulle reti nazionali; dall’altro, l’esistenza di uno “zoccolo duro” di cittadini che rifiuta – per paura o per ideologia – di vaccinarsi, ostacolando i tentativi di limitare quanto più possibile la circolazione del virus.

Il punto su cui però si vuole qui mettere l’accento è un altro. Le parole di Monti avrebbero senso (e avrebbe senso discuterle, qui sì, democraticamente) se i mezzi d’informazione di massa al giorno d’oggi fossero facilmente assoggettabili a un qualsivoglia controllo preventivo sui contenuti. Questo poteva essere vero, e comunque solo in parte, qualche decennio fa, quando esistevano uno, due canali televisivi, rigorosamente di proprietà statale, e i notiziari della tv pubblica erano pesantemente influenzati dalle informazioni ufficiali rilasciate dalle istituzioni (sia pure con un taglio diverso a seconda della “appartenenza” politica di ciascuna rete/testata).

Ma oggi la situazione è completamente diversa. Non solo perché – ormai da quasi 40 anni – alle reti televisive pubbliche si è affiancata la galassia sempre più ricca delle emittenti private, per definizione meno “ossequiose” rispetto al potere politico; ma anche perché è radicalmente cambiata la dieta mediatica degli italiani, che alla televisione hanno affiancato molti altri, e decisamente meno controllabili, mezzi d’informazione. Il recente rapporto del Censis sulla comunicazione (“I media dopo la pandemia”) dipinge un quadro eloquente. La tv “tradizionale” è tuttora il mezzo di comunicazione più utilizzato, da quasi l’88% degli italiani, ma è ormai tallonata da internet, che ha un bacino d’utenza pari all’83,5%, e dai social network, utilizzati da più di 3 italiani su 4 (76,6%). Questi numeri si riflettono sulle fonti di informazione: il 60% continua a guardare i telegiornali, ma ben il 30% afferma di usare (anche) Facebook per informarsi, e le fonti online (motori di ricerca, siti web, YouTube) hanno ampiamente superato le quote di utenza dei quotidiani cartacei, un tempo tanto importanti e oggi ridotti a un 11,7%. E qual è la caratteristica intrinseca dell’informazione “fai da te” tipica delle fonti online, in particolare per quanto riguarda i social network? È presto detto: l’assenza di una “mediazione”, di un filtro, che possa essere in qualche modo influenzato da un agente esterno (come appunto l’autorità pubblica/governativa). Insomma: su internet, e sui social – nel bene e nel male – si può trovare tutto e il contrario di tutto.

Monti ha senz’altro ragione quando dice che serve (e sarebbe servita) maggiore responsabilità da parte dei professionisti dell’informazione in tempo di pandemia. Una maggiore responsabilità a cui tutti – le istituzioni come i semplici cittadini, i politici come i giornalisti – avrebbero dovuto sentirsi chiamati: ma, come sappiamo, non sempre è stato così. Ma il punto è che non è chiudendo, restringendo, stritolando i canali di comunicazione, né mettendo la “museruola” ai giornalisti, che si possono controllare le informazioni che utilizzano i cittadini. Anzi, la soluzione ideale in questi casi è aprire nuovi canali, trovare nuove forme per comunicare con i cittadini, adattandosi all’eccezionalità (destinata a durare quanto? Non lo sappiamo) del momento che stiamo vivendo.

Come si è detto, una parte significativa dei “no vax” (e dei loro parenti stretti, i “no green pass”) è fatta da persone che hanno paura. Cittadini non accecati dall’ideologia, ma che temono – legittimamente – che gli strumenti eccezionali usati dalle autorità pubbliche per far fronte a una situazione eccezionale possano avere conseguenze o sviluppi indesiderati, se non addirittura nefasti. Chi ricopre ruoli istituzionali ha la responsabilità – e forse persino il dovere – di dialogare con questi cittadini, spiegando casomai perché si tratta di timori infondati. Di presidiare di più, e meglio, quei canali che già esistono, utilizzando un linguaggio comprensibile. Di proporre, con un occhio verso il futuro, un salto di qualità nella formazione dei cittadini di domani, investendo nell’educazione all’informazione e alla cittadinanza consapevole fin dalle scuole.

Insomma, dal senatore Monti – come da qualunque altro politico, beninteso – abbiamo il diritto di chiedere di fare proposte per arricchire, e per rendere migliore, il panorama dell’informazione e i mezzi a disposizione dei cittadini che la ricevono per formarsi un’opinione. Non per ostacolarlo, depauperarlo, limitarlo.

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