Il Pentagono ha pubblicato l’edizione 2021 del “Military and security developments involving the People’s Republic of China”, che fornisce al Congresso un punto su tutti gli aspetti militari legati alla “sfida numero uno”: la Cina. Ne emerge lo stato di avanzamento del piano di modernizzazione del Dragone, determinato ad avere uno strumento militare “world class” entro il 2030, anche con nuove tecnologie missilistiche e nucleari

La Cina avrà “almeno” mille testate nucleari entro il 2030. È la stima al rialzo del Pentagono, che ha appena pubblicato l’edizione 2021 del “Military and security developments involving the People’s Republic of China”, report annuale che il dipartimento della Difesa fornisce al Congresso americano per aggiornarlo sugli aspetti militari legati alla “sfida numero uno”, come l’ha definito il segretario Lloyd Austin.

Nelle 192 pagine del report emerge il piano complessivo del Dragone nel campo della Difesa, perfettamente in linea con gli obiettivi resi noti da Xi Jinping nel 2017 e poi ribaditi, a luglio del 2019, nel documento intitolato “La Difesa nazionale della Cina nella nuova era”. Una cinquantina di pagine in lingua inglese, proprio far conoscere ambizioni e rivendicare interessi ai competitor, fugando ogni dubbio. L’obiettivo, scritto a chiare lettere, è “avanzare in modo completo nella modernizzazione” di tutti i segmenti delle Forze armate entro il 2035, così da disporre entro il 2050 di uno strumento militare “world-class”. Qualora ciò si realizzasse, spiega oggi il dipartimento americano, “fornirebbe a Pechino opzioni militari più credibili su Taiwan”.

La preoccupazione maggiore riguarda il nucleare. Il Pentagono ha alzato le stime rispetto al report dello scorso anno, prevedendo che la Cina potrà avere 700 testate operative entro il 2027 e mille (“o più”) entro il 2030. La volontà cinese sull’aumento delle disponibilità nucleari non è una novità. Lo scorso giugno l’autorevole Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) ha pubblicato il suo Yearbook 2021, notando come dal 2020 la Cina abbia aumentato il suo arsenale atomico da 320 testate nucleari a 350. Resta apparentemente poca cosa rispetto alle 5.550 testate degli Stati Uniti e alle 6.255 della Russia (che comunque hanno ridotto i rispettivi arsenali). C’è poi da dire che il confronto non è più sui numeri, ma sull’evoluzione tecnologica tra miniaturizzazione e vettori ipersonici. Da tale punto di vista le recenti rivelazioni del Financial Times sul test ipersonico condotto ad agosto conferma le ambizioni del Dragone.

Il nuovo report del Pentagono conferma anche la preoccupazione di Washington, anch’essa nota da tempo. Non è un segreto che la scarsa determinazione messa in campo da americani e russi per far sopravvivere il trattato Inf (che vietava il dispiegamento a terra di armi nucleari a medio raggio, ossia quelle con una gittata tra i 500 e i 5.500 chilometri) sia stata legata soprattutto all’insofferenza verso obblighi che non vincolavano Pechino, libera di proseguire la sua modernizzazione missilistica.

E Pechino è infatti andata avanti notevolmente negli ultimi anni, tra nuovi vettori intercontinentali, missili a planata ipersonica e testate nucleari sempre più moderne (qui tutto l’arsenale cinese). Nel report Sipri la Cina è, tra i nove Paesi nucleari, quello che ha aumentato di più la disponibilità di testate nucleari, venti in più in un anno, senza la possibilità di capire quali siano quelle dispiegate e quelle in stato di allerta (Usa e Russia hanno su questo obblighi di trasparenza). All’incirca un anno fa, mentre gli Usa discutevano sull’uscita dagli accordi Open Skies, Hu Xijin, direttore di Global Times (il tabloid a diffusione mondiale del Partito) invitava il governo ad aumentare il numero di testate nucleari fino a mille.

Ma nel report del Pentagono si dispiega l’intero piano di modernizzazione militare cinese. Con un budget da 210 miliardi di dollari per il 2021 (+6,8% rispetto al 2019), la modernizzazione copre tutti i domini operativi, con forte spinta inter-forze ed esercitazioni rilevanti volte all’integrazione delle varie componenti. L’Esercito di Liberazione Popolare conta in servizio attivo di 975mila unità. Ha la più grande marina del mondo, con una stima di 355 navi e sottomarini, molti dei quali “avranno la capacità di condurre attacchi di precisione a lungo raggio”. Sul fronte aeronautico quella cinese è la terza forza aerea al mondo, con 2.800 aerei totali, 2.250 dei quali da combattimento. E poi c’è l’impegno portato avanti sui nuovi domini operativi (spazio e cyber) e sulle tecnologie dirompenti.

Come spiegava Simone Dossi, docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale presso l’Università Statale di Milano, non-resident research fellow del Torino World Affairs Institute (T.wai), l’aspetto che “meriterà maggiore attenzione” tra quelli del XIV Piano quinquennale del Partito comunista cinese “non è tanto il quanto della modernizzazione militare, bensì il come”. Difatti, aggiungeva, “molta attenzione è stata dedicata in questi anni alla cosiddetta fusione militare-civile (jun-min ronghe), cioè all’integrazione fra settore della difesa e settore civile (pubblico e privato) per ridurre i costi e facilitare i processi di innovazione”. Era l’ormai lontano 2017 quando il Consiglio di Stato cinese rilasciò il Piano di sviluppo per una nuova generazione d’intelligenza artificiale (Aidp), identificando un obiettivo chiaro: diventare entro il 2030 il principale centro d’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale.

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