Il Segretario Generale della Commissione di Vigilanza Rai risponde alla protesta del leader 5 Stelle dopo il giro di nomine in Rai. “L’iniziativa annunciata di una riforma della Rai, dopo averla occupata e lottizzata selvaggiamente per tre anni da Palazzo Chigi, è una presa in giro”

Le nomine dei nuovi direttori dei telegiornali Rai non sono state la rivoluzione che ci si sarebbe attesi dal vertice scelto da un presidente del Consiglio innovatore e rispettoso delle regole istituzionali come Mario Draghi. Non c’è stata alcuna novità né nel metodo, visto che siamo di fronte all’ennesima lottizzazione dei partiti, né nel merito, perché senza nulla togliere alla professionalità di alcuni dei nomi scelti parliamo comunque sempre degli stessi giornalisti che da anni passano da una casella all’altra, in gran parte promossi a direttore in epoca gialloverde.

Si poteva e si doveva fare di più, innanzitutto dando seguito al Piano News approvato nel 2016, che con l’accorpamento delle testate e la Newsroom unica porterebbe a risparmiare a regime 70 milioni di euro all’anno.
I consiglieri di amministrazione, in particolare quelli nominati dal Parlamento, si sono rivelati totalmente ininfluenti, non hanno toccato palla. Non a caso Italia Viva era stato l’unico partito ad astenersi sulle votazioni in Aula: avvertimmo che i nomi proposti erano totalmente inadeguati. Basta vedere il consigliere scelto da M5s, l’avvocato Di Majo, che era stato bocciato in prima battuta dagli stessi grillini ma è stato imposto da Conte: in queste settimane nessuno l’hai mai sentito, non ha fatto alcuna dichiarazione pubblica, salvo uscire allo scoperto solo ora.

Di certo, però, appaiono davvero imbarazzanti e ridicole le polemiche imbastite dal leader M5s Conte, che ha protestato perché si sarebbe sentito escluso dalla spartizione. Un vero autogol, a maggior ragione dopo quello che ha fatto in Rai nei tre anni in cui è stato premier. Una protesta fuori tempo massimo, perché se si vuole attaccare il sistema lottizzatorio lo si dice prima, come ha fatto Italia Viva nelle ultime settimane chiedendo direttori di garanzia, e non dopo essersi seduti al tavolo e non aver ottenuto le nomine gradite.

La mossa senza precedenti di Conte, che ha rivendicato pubblicamente con incredibile faccia tosta di aver tentato di decidere lui da leader politico le nomine dei direttori di tg, appare più che altro un regolamento di conti interno. L’annuncio di voler disertare le reti Rai appare funzionale solo a bloccare le ospitate di Di Maio e di esponenti M5s a lui vicini, come l’ex ministro Spadafora, che ha confessato di aver dovuto rinunciare a un’ospitata domenica da Lucia Annunziata.

Spadafora, però, rivela uno scenario davvero grave: ancora oggi le trasmissioni Rai si fanno dettare da Casalino chi debbano o non debbano invitare, e ciò accade senza alcuna protesta o denuncia ma con complice accettazione. Davvero un talk del servizio pubblico non è libero di ospitare un esponente politico, peraltro favorevole a farsi intervistare come nel caso di Spadafora, perché c’è un diktat che lo blocca? Perché il Cda non si occupa di questo?

L’iniziativa annunciata da Conte di voler proporre una riforma della Rai, dopo che la Rai l’ha occupata e lottizzata selvaggiamente per tre anni da Palazzo Chigi, decidendo addirittura le inquadrature che venivano trasmesse per settimane durante la fase più dura della pandemia, è una presa in giro. Perché non hanno fatto nulla quando erano i maggiori azionisti del Conte 1 e poi del Conte 2? Perché non si sono astenuti dalla lottizzazione, invece di praticarla con una voracità mai vista? A pochi mesi dalla fine della legislatura, alla vigilia di una durissima campagna elettorale, pensare ad una riforma del servizio pubblico è totalmente velleitario e fuori tempo massimo.

Un anno fa, prima della scadenza dei vertici gialloverdi, ci sarebbe stato tutto il tempo di riformare l’azienda, introdurre il modello Bbc con la fondazione indipendente come avevo chiesto inascoltato (c’è il Ddl che ho depositato alla Camera il primo giorno utile a inizio legislatura nel 2018), ma ai 5 stelle in questi anni interessava solo decidere nomine, scalette, inquadrature.

Le stesse dichiarazioni del presidente della Camera Fico lasciano il tempo che trovano: nessun seguito è stato dato dai vertici gialloverdi e dall’amministratore delegato Salini, dominato da Conte e i 5 stelle, sulla Newsroom unica, sulla risoluzione contro i conflitti di interessi di agenti e conduttori, sull’accorpamento delle testate previsto dalla Concessione e dal Contratto di Servizio, proposte approvate in Vigilanza anche grazie all’ottimo lavoro dello stesso Fico da presidente della commissione. Tutto dimenticato in ossequio alla spartizione gialloverde.

Oggi ci troviamo ancora, caso unico al mondo, con 8 testate giornalistiche in Rai, i cui direttori sono stati nominati in gran parte proprio dalla Rai gialloverde e confermati dalla Rai di Draghi. Sangiuliano (Tg2), Sala (oggi al Tg3 ma proveniente dalla direzione del Gr), Casarin (Tgr), Preziosi (Rai Parlamento) sono stati promossi a direttori dalla Rai di Salini-Foa e oggi sono ai loro posti. Altro che estromissione del Movimento 5 stelle dalla lottizzazione.

*Testo raccolto da Federico Di Bisceglie

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