La crescente domanda di servizi per le persone e gli spazi (pubblici o privati), così come nei trasporti, fa di noi dei grandi alleati. Tornando alla tesi iniziale, vorrei ribadire che l’Italia non può permettersi la spending review sui Servizi, sarebbe un pericoloso passo indietro. Ecco perché secondo Lorenzo Mattioli, presidente Confindustria Servizi HCFS

Un fantasma si aggira tra noi. Si chiama spending review. E ci preoccupa perché, come accaduto storicamente in Italia, il mondo dei Servizi potrebbe subire tagli ingiustificati per via di una errata percezione di un comparto variegato, la cui notorietà – arrivata ai massimi in tempi Covid grazie all’incessante lavoro per pulizia, igiene e sanificazione – sembra scemare in un Paese che invece continua ad avere bisogno di cura. Rimaniamo interdetti per il segnale che ci arriva dall’ultima legge di Bilancio che istituisce presso il Mef un comitato scientifico per le attività inerenti alla revisione della spesa, com<posto da Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Ragioneria dello Stato: l’intento è chiaro, ma quello che preoccupa sono le modalità con cui questo taglio potrebbe verificarsi, seguendo il principio che il Pnrr non basterà a risollevare l’Italia se non si mette mano all’efficienza della Pubblica amministrazione, in primis attraverso la digitalizzazione (finalmente!) degli appalti.

Questa lunga premessa vuole dire, innanzitutto, una cosa: l’esternalizzazione non è di per sé sintomatica di cattiva spesa. Se ci sono regole certe, l’affidamento dei servizi esterni a soggetti qualificati è un beneficio per tutti: si può razionalizzare la spesa senza necessariamente gravare sulle casse dello Stato. Lo raccontano molto bene le rendicontazioni della Corte dei conti che osserva questo settore e che nell’ultimo rapporto apre a riflessioni che questa nuova occasione di razionalizzazione deve assolutamente cogliere, compiendo quel lavoro strutturale utile a far crescere le imprese, i lavoratori, la qualità dei servizi e il Paese tutto proiettato al Pnrr e ai temi della sostenibilità e della innovazione (Transizione ecologica).

Analizzando la spesa pubblica in relazione agli appalti di global service e facility management, la magistratura contabile è chiara: laddove indica che emergono diverse criticità riferibili soprattutto alla scarsa efficacia dei controlli sull’esecuzione dei contratti, a un’insufficiente presenza della centrale di committenza nel governo dei contratti e nel contenzioso con le ditte affidatarie dei servizi e, non ultima, alla mancata disponibilità delle nuove convenzioni in continuità con le precedenti. In conclusione, ad avviso della sezione: “Emergono nei riguardi del facility management, due profili principali di criticità: uno è quello della qualità dei servizi, l’altro quello della effettiva economicità”.

Osservazioni che scaturiscono solo a fronte di una analisi dettagliata, e che occorre compiere in maniera costante se si vuole migliorare in un solo colpo la qualità dei Servizi e la spesa, garantendo di poter misurare il grado di soddisfazione dei clienti e la diminuzione dei contenziosi.
Ne discende una interpretazione per chi, come me, segue l’ambito delle gare da anni ed ha assistito a molteplici spending review: gli appalti non possono essere visti come il diavolo, e tagliare le esternalizzazioni è una scorciatoia pericolosa. Ce lo dimostra l’inversione antistorica compiuta allo scoccare della pandemia, dove oltre 15mila addetti delle imprese dei servizi sono diventati dipendenti pubblici in carico al ministero dell’Istruzione. Una scelta che ancora grida vendetta, una mossa puramente ideologica. Nessuno sapeva più chi dovesse sanificare le scuole, poi sono arrivati i banchi monoposto non a norma, le mascherine… il resto è storia nota.

Le nostre aziende forniscono servizi essenziali alla vita del Paese: l’emergenza pandemica lo ha reso palese, non siamo una commodity del manifatturiero. Pensate alla sanificazione: ospedali, scuole uffici, oppure la ristorazione collettiva e molti altri servizi di facility management che sono imprescindibili. Le gare dei servizi, indipendentemente dalla dimensione dei lotti, costituiscono a tutti gli effetti “opere pubbliche” eppure non sono ancora contemplate come tali da parte del legislatore.

Le esternalizzazioni dei servizi pubblici nascono dal principio di non far aumentare la spesa pubblica e offrire servizi alle comunità migliori ed è arrivato il tempo che ciò sia sancito attraverso un inquadramento non solo normativo: ad esempio è ancora valido il sistema Consip-Anac all’epoca della semplificazione, quando semplificare sappiamo non può corrispondere a deregolare?

Esiste la possibilità di introdurre un controllo terzo di accountability tra imprese, prestazioni, committenza e sistema dei controlli classici, tenendo le condizioni di libero mercato e fair competition?

Possiamo superare la dicotomia tra appalto grande integrato e appalto piccolo specifico, affrontando la natura specifica della offerta dei servizi per esempio introducendo il concetto di prestazione che quello di mera fornitura?

Quesiti ai quali si può rispondere, alla risoluzione dei quali possiamo contribuire, mentre invece siamo a difendere il principio di non affidare servizi al minimo ribasso e della soglia di subappalto, una battaglia importante ma di retroguardia che non corrisponde alle intenzioni di chi vuole affrontare e attuare politiche economiche di ripresa e sviluppo.

Oggi più che mai servono regole: grandi masse di denaro da spendere in tempi brevi aprono spazi a operazioni opache che non possiamo permetterci, per questo, anziché rivedere la spesa, dobbiamo creare una cornice di regole valida a partire da oggi senza abusare delle deroghe al codice degli appalti. Lo sforzo è cambiare oggi, per essere sicuri domani, per allontanare gli speculatori dal piatto delle risorse europee, ben più imponenti di quanto si possa ottenere “tagliando” le risorse ai Servizi.

Il mondo dei Servizi, fatto di giovani e di donne, oggi va considerato una risorsa in un Paese che non è solo manifattura, in cui la grande opportunità del Pnrr che vede l’Italia come primo fruitore in Europa non dedica una virgola alle imprese labour intensive: bene che ci sisia accorti, ad esempio, dell’importanza della ristorazione collettiva soprattutto nel mondo della scuola. Ma cosa possiamo raccontare, ad esempio, agli oltre 600mila addetti del comparto multiservizi? La recente interlocuzione con il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha fatto intravedere la possibilità di delineare un patto per il lavoro di cui le nostre imprese possono essere artefici insieme alle istituzioni. In che modo: creando condizioni per disinnescare le politiche meramente assistenziali (Rdc su tutte), rendendo attrattivo il comparto dei Servizi sia per chi è stato espulso dal mondo del lavoro, sia per chi vorrebbe farne ingresso. Come imprese labour intensive, seppur interessate ad una crescente “meccanizzazione”, non siamo certamente quelli che possono permettersi lo smart working, anzi lo subiamo tremendamente. Ma la crescente domanda di servizi per le persone e gli spazi (pubblici o privati), così come nei trasporti, fa di noi dei grandi alleati. Tornando alla tesi iniziale, vorrei ribadire che l’Italia non può permettersi la spending review sui Servizi, sarebbe un pericoloso passo indietro.

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