Il Cop-26 ha raggiunto importanti risultati. Sbaglia chi ne critica i meccanismi perché si dimostra incapace di comprendere i fatti preferendo l’utopia. L’impatto dell’uomo sul clima si limita bilanciando il diritto alla prosperità di 7.6 miliardi di persone (tanti) con la tutale della biodiversità. E occorre tempo

Il Cop-26 ha raggiunto importanti risultati nel tentativo di ridurre l’impatto dell’uomo sui cambiamenti climatici. Chi crede il contrario sbaglia perché ignora il problema nella sua complessità e si affida ad un’ideologia, quella ambientalista, che li porta a cercare una soluzione perfetta. Ma non esiste.

Il Cop-26 ha dimostrato che è attraverso l’inclusione di tutti i paesi, e quindi dei cittadini, che si può – progressivamente – porre un freno al riscaldamento globale e alla perdita di biodiversità. Il problema non è il clima, che è la conseguenza, ma il comportamento dell’uomo sul pianeta, a cominciare dal numero degli abitanti.

Noi umani, come tutte le specie viventi dell’ecosistema, consumiamo energia per riprodurci e sopravvivere. Per produrre energia ci affidiamo alle risorse del pianeta. La richiesta di risorse cresce con l’aumentare del legittimo diritto di ciascuno di noi – 7.6 miliardi di cittadini – di prosperare e vivere in pace e serenità.

L’obiettivo è quindi quello di prosperare in modo più efficiente, cioè limitando l’uso di risorse del pianeta mediante i sistemi a oggi conosciuti e potenziando la ricerca di nuove forme utilizzabili di energia.

Il problema non sono i cambiamenti climatici. Questo va chiarito. Il clima cambia continuamente dalla formazione della terra – 4500 miliardi di anni fa -. Le variabili che si trovano alla base di questo cambiamento sono molteplici.

È piuttosto arrogante chi pensa di fermare i cambiamenti climatici. La presenza dell’uomo sul pianeta, che risale a poco tempo fa su scala millenaria (Homo Abilis 2.1 milioni di anni fa), ha avuto scarsa influenza sul clima sino a poco tempo fa. Però, più siamo e più prosperiamo e più la nostra partecipazione alla vita della terra condiziona il clima. Ammettiamo (cosa che molti contestano) che oggi, gli umani siano la principale causa della radicale e rapida trasformazione del clima.

Non si tratta di fermare i cambiamenti climatici, ma di ridurre l’impatto delle attività umane nell’uso dell’energia. Solo per limitarci all’energia che ci serve per campare, cioè le calorie che ricaviamo dai nutrienti del cibo (grassi, zuccheri, proteine, ecc.), dobbiamo moltiplicare 7.6 miliardi di persone per 2.000 K/C.

In verità, la parte più ampia della popolazione necessita di 2.500 K/C, cioè in totale una somma esorbitante di energia che dobbiamo ricavare dal pianeta, consumando suolo, emettendo CO2, ecc.

Ha ragione chi sostiene che possiamo consumare meno. Ma il meno non deve e non può riflettersi sul benessere. Dobbiamo quindi produrre meglio l’energia che ci nutre ogni giorno.

Per farlo alcuni Paesi, tra cui l’Europa, che conta meno di 500 milioni di abitanti (su 7.6 miliardi) vorrebbe imporre al resto del pianeta una serie di comportamenti attraverso regole stringenti. Ma queste regole si applicherebbero solo a chi esporta verso l’Europa. Poca cosa.

Il rischio è semmai che, se le regole ci sono solo in Europa, chi esporta energia alimentare preferisce andarsene altrove, dove le regole sono meno stringenti.

Ecco perché è importante che le regole siano accettate da tutti. Quindi, vanno negoziate per riflettere gli interessi dei 7.6 miliardi, non solo dei 500 milioni di europei che, non va dimenticato, per raggiungere il benessere attuale, hanno ampiamente abusato del pianeta.

Ci vuole tempo come ricordano dall’India. Occorre includere tutti come ricordano dall’Indonesia. Le regole da sole non bastano. Servono anche risorse economiche e finanziarie per attivare le relative riforme nei comportamenti. Il Cop-26 è un passaggio. Il tempo è poco rispetto ai guasti al clima, vero. Ma gli uomini sono tanti.

Invece di boicottare come fanno le varie organizzazioni ambientaliste, i paesi che a dir loro deforestano o inquinano, è bene collaborare al cambiamento. I perdi tempo non sono i negoziatori, ma proprio gli ambientalisti.

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