Il fondatore e leader di Azione ha perso la sfida per il Campidoglio, portandosi a casa, però, il primato di aver capeggiato la lista più votata a Roma. Una parte di questo consenso è stato costruito con i social, in particolare Twitter. L’analisi di Domenico Giordano di Arcadia

Se per ogni tornata elettorale ci fossero gli Academy Awards, allora a Carlo Calenda toccherebbe quest’anno senz’altro l’Oscar per il miglior attore non protagonista. Il fondatore e leader di Azione ha perso la sfida per il Campidoglio, portandosi a casa, però, il primato di aver capeggiato la lista più votata a Roma che ha incassato uno strepitoso 19,06% e una pattuglia di 4 consiglieri comunali.

Azione ha staccato la lista del Partito democratico, che ha incassato poco più del 16%, e quella di Fratelli d’Italia che è arrivata seconda in assoluto con il 17,42% dei consensi.

Eppure Calenda meriterebbe la statuetta d’oro non tanto per il risultato in sé, quanto, invece, per come sia riuscito, tra tutti i candidati in competizione a Roma, così come comparativamente a Milano e Napoli, a utilizzare e sfruttare Twitter rendendolo per lunghi periodi il canale privilegiato della sua comunicazione elettorale.

Un’impresa per nulla semplice, che acquista il giusto valore se consideriamo almeno due elementi: a differenza di Facebook e Instagram, che possono essere considerate sorelle maggiori per numero di iscritti, la piattaforma lanciata da Jack Dorsey da alcuni anni ha vietato a livello globale le inserzioni sponsorizzate a tema politico e, in secondo luogo, oggi è il social che riesce ad aggregare un’utenza – che in Italia ha un’età media di 32 anni – che potremmo definire più pensante, basti considerare che circa un quarto di tutti gli account verificati appartiene a giornalisti.

Le prove di questo felice matrimonio tra Carlo Calenda e Twitter sono già nei numeri da record che egli è riuscito a raccogliere dal 1° agosto al 1° novembre. Le performance cinguettanti di Carlo Calenda sono a dir poco strepitose per un leader che per lo più nell’ultimo anno ha verticalizzato ogni suo sforzo comunicativo esclusivamente su Roma e la sfida per il Campidoglio.

Si parte con il milione di interazioni, con 2 mila tweet in soli 90 giorni che hanno totalizzato la bellezza di 930 mila like e una crescita assoluta di altri 11 mila follower rispetto agli oltre 300 che già seguivano il profilo.

Il successo delle metriche di vanità, che in politica è opportuno rammentare conserva solo una funzione percettiva o di pomata per l’egotismo del leader e dei suoi fan, in quanto ha un peso specifico in termini di consenso assai aleatorio, è stato costruito su una precisa scelta editoriale fatta da Calenda. Una miscela che ha saputo combinare senza mai strafare, nella forma così come nel contenuto, il privato con il pubblico, l’emotività e l’istinto con la ragione politica, l’autenticità con la convenzionalità.

Da un lato egli ha mostrato senza riserve o tentennamenti il coraggio e l’audacia del comandante in capo attaccando frontalmente e con uno stile diventato in poco tempo riconoscibile i politici, i media e i giornalisti che a suo modo di vedere gli remavano contro, così come, dall’altro, si è concesso ripetutamente delle violazioni volute a momenti più privati e intimi che sono stati socializzati senza scadere nell’ipocrisia dei clichè.

Gli esempi dei tweet per la medaglia olimpica di Marcel Jacbos nella finale dei 100 metri, così come il tris di tweet con foto che portano il suo matrimonio, quello vero, nella campagna elettorale postati dopo i risultati delle urne (uomo oggetto),  a chiusura della campagna elettorale (il bacio sul palco) e per il compleanno della moglie (la mia ragazza compie gli anni) sono solo tra quelli che ottenuto il maggior numero di interazioni del periodo che testimoniano uno stile che potremmo quasi definire alla Calenda.

In questi tre mesi, la narrazione del bravo ragazzo si è mescolata, come l’acqua alla farina per impastare il buon pane, con quella del più scatenato dei Gian Burrasca che non teme di scendere in strada per fare a pugni. Su questo versante i post pungenti sono decine, però ne prendiamo solo sei tra quelli ovviamente che hanno ottenuto un discreto risultato in termini di interazioni totali.

Ecco, che nel bel mezzo delle vacanze agostane non lesina un tweet perfido e sarcastico per attaccare il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ritratto al mare insieme a Francesco Boccia e Michele Emiliano mentre in Afghanistan i talebani entrano a Kabul.

Ad ottobre, invece Carlo Calenda prova a togliersi qualche sassolino dalle scarpe e mette nel mirino prima il Corriere della Sera, con il tweet del 5 ottobre, poi continua con Giuseppe Conte, il giorno 7 ottobre, ancora a seguire ce n’è per Marco Travaglio e siamo all’11 di ottobre e il 18 si dedica a Vittorio Feltri.

Nella trasformazione dal bravo ragazzo al politico che prende di petto le situazioni più personali o delicate, c’è la costante di un linguaggio che rompe gli schemi della grammatica convenzionale, che non teme di essere diretto, incisivo, sarcastico e volgare, se necessario. Un linguaggio che deve essere strenuamente funzionale alla narrazione di fondo della comunicazione elettorale che racconta di un politico che fa “sul serio”. Anche questo non risparmia nei tweet a più riprese gli aggettivi più aggressivi: ignobili, cialtroni, vigliacchi, delinquenti.

Con le elezioni amministrative Roma e l’Italia hanno conosciuto per la prima volta il cinguettio alla Calenda.

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