Washington chiede la liberazione di Whelan e Reed, due ex Marine arrestati in Russia. Mosca rilancia con quella di tre cittadini russi in carcere negli Usa. Ecco chi sono e di cosa sono accusati. Dei loro casi si parlerà durante gli incontri di gennaio dedicati all’Ucraina

L’amministrazione statunitense è tornata a chiedere a gran voce il rilascio “incondizionato e immediato” degli ex Marine Paul Whelan, 51 anni, e Trevor Reed, 30, sotto “ingiusta detenzione” in Russia. È stato uno dei temi al centro dell’incontro di inizio dicembre, a Stoccolma, a margine della ministeriale Osce, tra il segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministero degli Esteri russo Sergey Lavrov, con il primo che ha “sottolineato” al secondo “la priorità” che Washington attribuisce al rilascio immediato. Negli ultimi giorni, dopo gli incontri tra le famiglie di alcuni ostaggi americani e il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan riportati da Axios.com, anche Ned Price, portavoce del dipartimento di Stato, è tornato sul tema.

Immediata la risposta russa. La diplomazia di Mosca ha voluto “ricordare” al dipartimento di Stato che “a differenza dei russi, che sono spesso detenuti e condannati con pretesti inverosimili”, Whelan e Reed “sono stati arrestati mentre commettevano reati gravi”. Il tweet prosegue con tre hashtag – “#FreeYaroshenko #FreeBout #FreeSeleznyov – che si riferiscono ad altrettanti cittadini russi detenuti negli Stati Uniti e di cui Mosca chiede la liberazione: Konstantin Yaroshenko, pilota che sta scontando la sua pena di 20 anni negli Stati Uniti per un giro di narcotraffico da 100 milioni di dollari; Viktor Bout, trafficante di armi noto anche “mercante di morte” che ha ispirato il film “Lord of War” con Nicolas Cage, condannato a 25 anni di carcere; Roman Seleznev, hacker noto come Track2, che deve scontare 27 anni in prigione per diversi reati informatici tra cui il furto e la vendita di milioni di carte di credito per un totale di 169 milioni di dollari.

IL CASO WHELAN

L’agenzia di stampa ufficiale russa Tass ricorda, seppur brevemente, le accuse contro Whelan e Reed. Il primo, di cui si sottolineano le quattro cittadinanze (statunitense, canadese, irlandese e britannica) è stato arrestato dall’Fsb il 28 dicembre 2018 “mentre svolgeva un’operazione di spionaggio”. Il tribunale della città di Mosca ha dichiarato Whelan colpevole e lo ha condannato a 16 anni in un carcere di massima sicurezza. L’arresto è avvenuto all’Hotel Metropol di Mosca, lo stesso in cui pochi giorni prima, il 18 ottobre, si era tenuta la riunione tra alcuni italiani, tra cui Gianluca Savoini, ex collaboratore di Matteo Salvini, e alcuni intermediari russi – episodio su cui sta indagando la procura di Milano per corruzione internazionale.

Ma la storia è più ampia. Congedato dai Marine per cattiva condotta dopo una condanna alla corte marziale per furto, Whelan è entrato nell’agenzia per il lavoro Kelly Services, poi nel 2016 è passato alla BorgWarner, società di automotive. Entrambe le esperienze lavorative gli hanno assicurato buoni rapporti con le polizie di diversi Paesi. Ha frequentato la Russia dal 2006 ma non ha mai imparato bene la lingua affidandosi il più delle volte a Google Translate. Nel 2016 ha celebrato la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane con un messaggio sul social media russo Vk scrivendo male, però, il nome di quello che sarebbe diventato il nuovo inquilino della Casa Bianca. Nel dicembre 2018 avrebbe tentato di sfruttare il matrimonio di un altro ex Marine per ricevere informazioni (una lista di nomi) da un vecchio amico, probabilmente l’alto funzionario dell’Fsb Ilya Yatsenko. Secondo Whelan era tutta una farsa per incastrarlo, anche la presenza di Yatsenko, che gli aveva consegnato una chiavetta Usb poco prima che gli agenti russi irrompessero nella stanza.

Accuse false, anche secondo la diplomazia americana, che all’epoca del caso aveva nel diplomatico di lungo corso Jon Huntsman il suo ambasciatore a Mosca. Diversi ex ufficiali della Cia hanno spiegato che l’intelligence statunitense non recluterebbe un personaggio con il passato di Whelan, né lascerebbe un operativo senza passaporto diplomatico. Piuttosto, il suo arresto sarebbe da collegarsi, hanno suggerito, a quello di Maria Butina, cittadina russa arrestata dall’Fbi nel luglio 2018, identificata dalla commissione Intelligence del Senato americano come la donna che avrebbe convinto la campagna di Trump a mantenere un canale di comunicazione segreto con la Russia. Rilasciata e portata a Mosca nell’ottobre 2019, Butina è da poche settimane membro della Duma, il parlamento russo, mentre Whelan è ancora nelle carceri russe.

IL CASO REED

Quanto a Reed, invece, la Tass riporta che deve scontare nove anni in prigione “per aver aggredito dei poliziotti a Mosca nell’agosto 2019” dopo essere stato portato alla stazione di polizia, ubriaco.

Anche in questo caso, la versione asciutta dell’agenzia di stampa russa merita un po’ di dettagli in più. Li offre il New York Times: nel 2016 Reed, allora assunto da un contractor della difesa in Afghanistan, aveva conosciuto su un sito di incontri la futura fidanzata, la russa Alina Tsybulnik. Si erano incontrati di persona in Grecia. Lei era stata alcune volte in Texas da lui. Nel 2019, però, era stato lui ad andare a trovarla, a Mosca, per stare un po’ con lei, avvocato, e imparare la lingua. Ma una settimana prima di rientrare negli Stati Uniti, gli amici di lei avevano dato una festa in un parco fuori Mosca. Lui si era ubriacato con la vodka e durante il viaggio di ritorno a casa aveva dato in escandescenze. Tanto da spingere lei e i suoi amici a chiamare la polizia.

Reed ha sempre detto di non ricordare nulla di quella sera. Secondo gli Stati Uniti, le prove contro di lui sono inconsistenti. Un “assurdo errore giudiziario”, per utilizzare le parole di John Sullivan, l’ambasciatore a Mosca. O forse una honey trap finita male.

Per il presidente russo Vladimir Putin, invece, Reed è “soltanto un ubriacone e un piantagrane”. Queste le parole con cui l’ha definito nel corso di una lunga intervista alla NBC News rilasciata a giugno, prima del suo incontro a Ginevra con l’omologo Joe Biden. Nello stesso colloquio con l’emittente statunitense il leader russo ha però aggiunto: “Per quanto riguarda eventuali trattative sull’argomento, certo, se ne può parlare”. E ancora, riferendosi al successivo faccia a faccia con il presidente americano: “Ovviamente solleveremo la questione dei nostri cittadini che sono in prigione negli Stati Uniti”. Tradotto: siamo aperti a scambi di “prigionieri”.

I PROSSIMI PASSI

L’attenzione da parte dell’amministrazione Biden è alta. Lo dimostra l’attivismo del consigliere per la sicurezza nazionale, figura centrale del gruppo di lavoro più a stretto contatto con il presidente, e del dipartimento di Stato, con Roger Carstens, inviato speciale per gli ostaggi, che ha definito il rilascio dei due cittadini americani come una “priorità vitale” per gli Stati Uniti.

I prossimi incontri internazionali potrebbero servire a sbloccare la situazione. Il 10 gennaio sono previsti i colloqui tra i funzionari di Stati Uniti e Russia. Il 12, invece, si terrà una riunione del Consiglio Nato-Russia. Il 13, infine, la Russia dovrebbe sedere al tavolo con i rappresentanti dell’Osce.

Al centro dei colloqui ci sarà la situazione in Ucraina, con i timori occidentali di un’invasione di Mosca. Ci sono ragioni di ottimismo sulla situazione degli “ostaggi”. Ma anche di pessimismo: la famiglia Reed ha spiegato a Axios.com di avere totale fiducia sull’operatore del presidente Biden ma anche di temere che un’invasione russa dell’Ucraina potrebbe trasformare l’ex Marine in un prigioniero di guerra.

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