Perché dobbiamo fermare il revisionismo della portavoce di Pechino e difendere i diritti umani. L’intervento dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata e Matteo Angioli, rispettivamente presidente e segretario generale del Comitato globale per lo stato di diritto “Marco Pannella”

A firmare questo tweet – “La Cina è un vero Paese democratico” – è Hua Chunying, portavoce del governo cinese e direttrice del Dipartimento per l’Informazione del ministero degli Esteri, che ha scelto Twitter – piattaforma interdetta ai comuni cittadini cinesi – per diffondere una serie di post che mettono in luce le criticità e le malattie dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti. Lo fa attingendo a fonti giornalistiche come ABC News, National Public Radio, Guardian, e BBC, ovvero agenzie e testate libere che esercitano la funzione vitale di servire i governati informando ed esercitando una forma di controllo sui governanti. Non ci risulta che lo stesso esercizio abbia luogo nella Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia, la struttura democratica rivendicata poserebbe dunque su fondamenta in linea con le necessità e le caratteristiche della cultura cinese, una democrazia con caratteristiche cinesi.

I tentativi di influenza cinese nel mondo accademico, quelli di intromissione negli affari interni e di trasferimento tecnologico di altri Paesi, le violazioni dei diritti umani denunciate da organizzazioni non governative in primis in Tibet, Xinjiang, Hong Kong da politici, giornalisti, associazioni, individui sarebbero, al massimo, un brutto ricordo. Agli hashtag di Chunying, #whatisdemocracy e #whodefinesdemocracy, sarebbe sufficiente rispondere con l’Organizzazione delle Nazioni Unite, alla quale la Repubblica Popolare Cinese ha aderito, sposandone, nel 1971, mandato e valori. Soltanto sulla carta, dato che proprio in quegli anni Pechino si adoperava a sostenere politicamente e militarmente una sparuta milizia presente nella giungla della Cambogia che sarebbe sfociata di lì a poco in uno dei più immani regimi sanguinari, quello comunista di Pol Pot e dei khmer rossi.

Come è noto, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata nel dicembre 1948 non è vincolante. Tuttavia, ha avuto e continua ad avere un enorme impatto sull’evoluzione del diritto internazionale. La Dichiarazione non solo ha ispirato i patti adottati nel 1966 sui diritti civili e politici, sui diritti economici, sociali e culturali, sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Essa ha portato anche a un riconoscimento specifico di tali diritti a livello regionale, con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, la Convenzione americana del 1969, la Carta africana del 1981, la Convenzione araba del 1994. A esse aggiungiamo la Dichiarazione dei diritti umani dell’Asean, siglata a Phnom Penh nel 2012, che tutti gli Stati del Pacifico dovrebbero rafforzare, non indebolire.

I sei principali trattati sui diritti umani hanno una media di 172 firmatari. Un tasso di ratifica dell’88% è sorprendentemente alto nel mondo contemporaneo. Come scrive Jack Donnelly nel suo Diritti umani universali in teoria e pratica, nella “penetrazione dei diritti umani nella diplomazia bilaterale, multilaterale e transnazionale, questi diritti sono diventati standard”. La Cina ha sottoscritto la maggior parte dei documenti delle Nazioni Unite relativi ai diritti umani.

L’universalità e l’indivisibilità dei diritti umani vanno di pari passo con lo stato di diritto che prevede la ripartizione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, totalmente estranei nell’assetto di governo a partito unico che dipende interamente dal politburo del Partito comunista cinese. L’universalità dei diritti umani non richiede che tali diritti siano universali nella creazione, né implica che siano l’invenzione a uso esclusivo di potenti Stati occidentali. Si tratta di un acquis con cui gli Stati membri si impegnano a governare una comunità internazionale composta da Stati e attori non statali sempre più interconnessi e determinanti secondo un insieme di regole condivise, ovvero secondo i principi dello stato di diritto. Quest’ultimo è definito delle Nazioni Unite come “un principio di governo nel quale tutte le persone, istituzioni, entità pubbliche e private, incluso lo Stato stesso, devono rispondere a leggi promulgate pubblicamente, applicate in ugual modo, giudicate in maniera indipendente e coerenti con le norme e i principi internazionali sui diritti umani”.

Tuttavia, il comportamento revisionista della Cina, che incide sensibilmente sul principio pacta sunt servanda, sta avendo sul diritto internazionale un impatto che aggrava il già minaccioso revisionismo proposto dalla Russia contro l’intera architettura politica e di sicurezza europea, o quello iraniano contro il pluralismo politico e gli accordi di sicurezza in Medio Oriente. Non a caso, da anni, proprio alle Nazioni Unite si è concentrata un’azione diplomatica frenetica e aggressiva da parte della Cina per modificare i regolamenti, promuovere Stati membri con chiari connotati autoritari e dispotici, ostacolare in ogni possibile occasione la partecipazione di rappresentanti di minoranze etniche o religiose ai consessi dove possono prendere la parola.

Si tratta della contrapposizione tra rule of law e rule by law, ovvero lo stato di diritto contro il governo della legge. Il 21 giugno 2016, l’ex Alto commissario delle Nazioni Unite ai diritti umani, la canadese Louise Arbour, dichiarava: “Dobbiamo fare attenzione quando si parla di stato di diritto perché esiste un rischio. Molti regimi autoritari dicono di apprezzarlo perché per come lo intendono loro esso consiste nell’applicazione della legge, il far rispettare la legge. Si dotano di numerosi strumenti legali da applicare rigorosamente. Questo non è stato di diritto. Lo stato di diritto consiste essenzialmente nel promulgare leggi giuste da applicare in modo equo. E le leggi giuste sono quelle che proteggono innanzitutto gli interessi delle minoranze”.

Rispetto all’impegno di Pechino nei confronti della democrazia, osserva ancora Donnelly che i cinesi sembrano “arrivare” in qualche modo alle idee occidentali sui diritti, in gran parte a causa della loro insoddisfazione per la sofferenza del loro Paese per mano delle potenze occidentali. I diritti alla libertà di pensiero, di espressione e di stampa, avrebbero dovuto rendere la Cina di nuovo forte e dignitosa nell’arena internazionale. Poiché i valori asiatici non sono congelati in un passato antico, non sono meno dinamici dei valori occidentali o delle idee provenienti da qualsiasi altra parte in una realtà globalizzata.

In questo senso, un impegno costante nella promozione dei diritti umani e dello stato di diritto come campo di gioco indispensabile per lo sviluppo e la sicurezza rimarrà il compito fondamentale della diplomazia globale. È in questo quadro che si inserisce, tra l’altro, il nostro impegno con il Partito radicale e il Comitato globale per lo stato di diritto “Marco Pannella” a promuovere il diritto alla conoscenza. Crediamo che il primo riconoscimento formale ottenuto in sede di Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa lo scorso giugno rafforzi i pilastri fondamentale dell’architettura democratica.

In conclusione, facciamo nostre le parole del ministro digitale di Taiwan, Audrey Tang, rivolte a Pechino dopo le lamentele espresse per l’esclusione dal summit sulla democrazia convocato dal presidente statunitense Joe Biden il 9 e 10 dicembre: “Ai governi e popoli che si ritengono offesi per non essere stati invitati, suggerisco di raddoppiare gli sforzi per democratizzarsi, così forse ci troveremo insieme al prossimo meeting”.

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