All’arrivo ad Abu Dhabi Emmanuel Macron incassa una maxi commessa da 80 caccia Rafale, la più grande nella storia del programma. Dopo Grecia, Egitto e Croazia, quella agli Emirati Arabi è la quarta vendita dell’anno all’insegna del pragmatismo nell’export militare. Esulta il comparto transalpino per il parziale recupero della perdita sul fronte sottomarino dopo il contratto sfumato con l’Australia

È la vendita maggiore per la storia del programma Rafale: 80 caccia dalla Francia agli Emirati Arabi, per un valore stimato di 16 miliardi di euro. La commessa, anticipata solo in parte dalla stampa d’oltralpe, chiude una trattativa iniziata nel lontano 2008, conclusa con l’incontro odierno tra Emmanuel Macron e il principe ereditario Mohammed bin Zayed ad Abu Dhabi, prima tappa di una due-giorni che vedrà il presidente francese anche in Qatar e Arabia Saudita.

A firmare l’intesa l’amministratore delegato di Dassault Aviation Eric Trappier, che ha parlato di “una storia di successo francese”. L’accordo, spiega l’Eliseo in una nota, è “il risultato della partnership strategica tra i due Paesi, e consolida la loro capacità di agire insieme per autonomia e sicurezza”. Di “contratto storico” ha parlato la ministra della Difesa Florence Parly, anche perché agli 80 Rafale (i primi in versione F4 per un cliente estero) si aggiungono dodici elicotteri da trasporto Caracal, realizzati da Airbus. Per quanto riguarda i caccia, il valore è di 16 miliardi, di cui due per armamenti (targati MBDA) ed elementi associati, fa sapere il dicastero della Difesa.

Il valore dell’intesa, superiore a ogni aspettativa, alimenta alcuni interrogativi sulla prospettiva di acquisto da parte degli Emirati degli F-35 americani. Un paio di settimane fa, durante la visita del segretario alla Difesa Lloyd Austin, il Pentagono ha fatto sapere di avere intenzione di procedere con l’accordo che aveva imbastito la presidenza di Donald Trump, per cinquanta velivoli di quinta generazione. L’acquisto di Rafale non esclude che anche Abu Dhabi voglia procedere in tal senso, intenzionata a dotarsi di una capacità che nell’area possiede solo Israele, ma lascia aperti campi di valutazione che si intrecciano con l’insoddisfazione francese per la perdita del contratto sottomarino con l’Australia a causa dell’Aukus.

In ogni caso, è arrivata così l’ennesima conferma del pragmatismo transalpino sul fronte dell’export militare, utilizzato come strumento di politica estera e di consolidamento dei rapporti bilaterali. Una conferma in un Paese, gli Emirati Arabi, con cui l’Italia sta cercando di ripristinare proficue relazioni dopo le turbolenze diplomatiche registrate a inizio estate, quando lo sfratto dalla base di Al Minhad rappresentò il culmine di una crisi generata dallo stop all’export militare.

Tra l’altro, per Parigi la vendita emiratina arriva a poco più di una settimana da quella croata. Prima di arrivare a Roma per firmare il trattato del Quirinale, Macron aveva infatti incassato a Zagabria la commessa per dodici Rafale (e supporto logistico e servizi di addestramento), stimata in circa un miliardo di euro. Non è stata una sorpresa, già annunciata lo scorso maggio, quando Zagabria aveva svelato di aver scelto i velivoli francesi per sostituire la flotta risalente all’epoca sovietica e affrontare la complessa evoluzione della regione balcanica. Un’intesa che lo stesso Macron ha inserito nel quadro della Difesa comune europea, in vista dell’avvio, a gennaio, del semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue che Parigi assumerà a gennaio, con l’obiettivo dichiarato di dare la spinta definitiva ai progetti di integrazione del settore.

E sempre a maggio è stata ufficializzata la vendita all’Egitto di trenta Rafale (valore stimato nell’ordine dei 3,75 miliardi di euro), da sommare a quella del 2015 per 24 caccia della stessa tipologia. A gennaio, invece, era arrivata la vendita di 18 velivoli alla Grecia (sei nuovi e dodici usati), per circa 2,5 miliardi, altro sintomo di un approccio alle vendite militari in chiave strategica, con l’obiettivo di potenziare il ruolo francese nelle questioni del Mediterraneo orientale e contenere le ambizioni turche di Recep Erdogan.

Tra le più sorprendenti resta la commessa egiziana, sia per il valore, sia perché arrivata dopo alcuni anni di turbolenze nel rapporto tra Parigi e Il Cairo, complici anche le perplessità transalpine sul tema dei diritti umani. Eppure, all’Eliseo ha prevalso la realpolitik, accompagnata dall’interesse condiviso con l’Egitto per contrastare il terrorismo islamico. L’approccio lo ha spiegato poco meno di un anno fa Emmanuel Macron, ricevendo a Parigi Abdel Fattah al Sisi e spiegando che la Francia non avrebbe condizionato i rapporti in materia di difesa al tema dei diritti umani.

Un certo pragmatismo emerge anche dalla vendita emiratina, considerando che l’altro grande acquirente del velivolo nella regione mediorientale è il Qatar, che ha acquistato 24 velivoli nel 2015 e altri dodici due anni dopo. Secondo l’autorevole Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), nel 2020 la Francia è stata il terzo esportatore al mondo di materiali d’arma dopo Usa e Russia. Nel report dello scorso anno, a guadagnarsi il titolo di Sipri era stato proprio l’exploit francese. Nell’ultimo quinquennio l’export francese è cresciuto del 44% rispetto al precedente, raggiungendo una quota dell’8,2% su scala globale. Prima destinazione l’India (21%), su cui pesa proprio il maxi contratto del 2016 per 36 caccia Rafale. Seguono Egitto (20%) e Qatar (18%). In Medio Oriente finisce d’altra parte il 48% dell’export d’oltralpe, a fronte del 36% verso Asia e Oceania. Gli Stati raggiunti dai materiali d’arma francese sono ben 59.

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