La riflessione di Giuseppe Pennisi sulla scuola che si autodefinisce Modern monetary theory, secondo la quale tutto il denaro è creato dal governo (o dalla banca centrale per suo conto) che quindi non ne rimarrà mai senza poiché lo stampa e lo mette in circolazione. Un impianto, insieme ad altri fattori, che però non regge ad una logica economica di base…

Il supplemento “Economia” de Il Corriere della Sera del 13 dicembre ha dedicato un’interessante analisi alle valute digitali ed investimenti immateriali con una guida ai guadagni (e perdite) “nella foresta virtuale”. Spero che l’analisi apra un dibattito non solo – come trattato nel supplemento del Corriere – sulle implicazioni operative aperte dalla tecnologia ai mezzi di unità di conto, di transazione e di riserva (i tre attributi nella moneta) ma anche sulle radici e le conseguenze di politica economica.

Il cambiamento è molto rapido. Varie banche centrali (dalla Cina alla Nigeria) hanno, almeno parzialmente, adottato monete digitali. La Banca nazionale svizzera (Bns), la Banque de France (BdF) e la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) hanno sperimentato con successo l’impiego transfrontaliero di monete digitali di banca centrale (Central Bank Digital Currency, Cbdc) all’ingrosso. La Banca centrale svedese ha annunciato che incasserà l’ultima banconota nel 2030 (data non tanto lontana). Per molti aspetti il futuro monetario è già cominciato.

È tema complesso. Da esaminare in diversi articoli. Cominciamo dai cambiamenti che sta portando alla teoria economica. Sta rafforzandosi, con importanti variazioni, una scuola che si autodefinisce Modern monetary theory (Mmt). Per la Mmt tradizionale, tutto il denaro è creato dal governo (o dalla banca centrale per suo conto) che quindi non ne rimarrà mai senza poiché lo stampa e lo mette in circolazione. Le tasse e le imposte non avrebbero quindi la funzione di finanziare la spesa pubblica ma non sarebbero inutili poiché consentirebbero al sistema di funzionare costringendo le persone a usare il denaro messo in circolazione. Inoltre tasse e imposte sono necessarie per impedire il “surriscaldamento” dell’economia, ad esempio consentendo di frenare l’inflazione.

Per tale teoria non ci sarebbe motivo per cui un bilancio governativo debba mantenersi in equilibrio tra spesa e incassi; idealmente, secondo i sostenitori dell’Mmt, le tasse andrebbero aumentate in fase di espansione e ridotte in fase di recessione. Il riequilibrio tra fasce sociali andrebbe perseguito non aumentando la tassazione ad esempio sui ceti ad alto reddito ma aumentando la spesa in favore dei ceti a basso reddito. In tale sistema, il fisco non svolge pertanto il ruolo di finanziatore della spesa pubblica, bensì di rendere effettivo il controllo dello Stato sulla moneta, sulla quantità di massa monetaria circolante e sulla velocità di circolazione della moneta.

L’affermazione che la moneta è dunque “creatura dello Stato” comporta sia che non esiste alcuna ragione affinché la spesa pubblica debba essere coperta da un corrispettivo prelievo fiscale sia che lo Stato può spendere senza prima avere incamerato gettito fiscale e che perciò può impiegare tutte le risorse necessarie a incrementare l’attività economica e l’occupazione. Ne consegue che l’emissione di moneta veicolata all’aumento della produzione consente allo Stato di fare deficit di bilancio, quasi senza limiti, senza un apprezzabile pericolo di inflazione, sin quando non si arriva al pieno impiego.

Il termine Mmt è nuovo in quanto coniato dall’economista australiano Bill Mitchell in un saggio pubblicato nel 2006, ma l’approccio risale agli scritti dell’economista tedesco Georg Friedrich Knapp alla fine dell’Ottocento, scritti citati da Keynes nel suo Trattato della moneta. Non è una teoria in senso stretto in quanto manca di astrattezza, generalità e rigore matematico-formale, di norma elementi essenziali di teorie economiche. Prima della “riscoperta” di Mitchell, veniva considerata come una categoria del “cartalismo”, approccio che considera la moneta come “creatura dello Stato” che la stampa, e la mette in circolazione nell’economia, tramite il bilancio pubblico nella dose che ritiene appropriata.

Attualmente, la Mmt ha il suo pensatoio e fortilizio all’Università del Missouri-Kansas e tra i maggiori esponenti Warren Mosler, direttore del Centro studi per la piena occupazione della medesima università e James Kenneth Galbraith, figlio del più noto John Kenneth Galbraith. Come ricordato su Avvenire, la Mmt ha affascinato alcuni ambienti ma negli stessi Stati Uniti ha ricevuto molte più critiche che consensi nel mondo accademico e non vanta pubblicazioni nelle maggiori scientifiche americane.

Stephanie Kelton, una economista dell’Università del Missuori-Kansas, è stata il chief economist dello staff della Commissione Bilancio del Congresso Usa nella scorsa legislatura; allora l’approccio ha fatto una certa strada sia in ambienti vicino alla Casa Bianca durante la presidenza Trump sia in alcuni settori dell’opposizione, in breve tutti i comparti in cui si è più insofferenti a vincoli alla spesa pubblica e maggiormente propensi al benign neglect rispetto al tasso di cambio.

In Italia, se ne è fatto propugnatore il giornalista e saggista Paolo Barnard che ha organizzato convegni a Rimini e Cagliari alcuni anni fa, ha lavorato a lungo con Gianluigi Paragone ed ha ricevuto un certo ascolto in alcuni comparti del Movimento 5 Stelle.

Per i fautori della Mmt, il fatto che il progresso tecnologico e le monete digitali facciano sì che lo Stato (Banca centrale) siano l’unico emittente sarebbe “una complicazione minore” perché la concorrenza autoregolerebbe il sistema.

L’impianto di fondo della Mmt non regge però ad una logica economica di base. Per capirlo, supponiamo di essere al tempo zero, e che una coppia governo-banca centrale annunci oggi di voler perseguire la strategia Mmt nel futuro. Questa strategia è in realtà intrinsecamente non credibile. Infatti, dopo un certo numero di periodi, quando il debito pubblico (emesso dal governo e detenuto dalla Banca centrale) sarà salito a dismisura in termini nominali, il governo avrà un incentivo perverso. L’incentivo cioè a generare più inflazione, proprio per abbattere il valore reale del debito. In altre parole: perché mai il governo dovrebbe a quel punto autoimporsi la disciplina di frenare la crescita del deficit per contenere l’inflazione? Avrebbe solo svantaggi. Anticipando oggi questo incentivo perverso del governo nel futuro, gli agenti economici (imprese e famiglie) faranno crescere (oggi) le loro aspettative di inflazione. Ciò a propria volta farà crescere l’inflazione già da oggi.

La teoria economica definisce questa come una situazione di “incoerenza temporale”. In generale ciò significa che il governo ha incentivo, in futuro, a fare qualcosa di diverso rispetto a quanto annunciato al tempo corrente. Agenti economici sufficientemente razionali già oggi incorporano questo nelle loro aspettative. Per esempio, i sindacati domanderanno oggi salari nominali più alti per proteggersi dalla futura erosione attesa del loro potere d’acquisto; ma salari nominali più alti oggi contribuiranno, appunto, a una crescita dell’inflazione già da oggi. Oppure: gli investitori domanderanno rendimenti nominali più alti sull’emissione di titoli di debito pubblico, proprio per proteggersi dalle aspettative di inflazione. Ciò implicherà che il governo riuscirà ad indebitarsi solo a tassi di interesse crescenti.

In sintesi la cosiddetta Mmt, proprio per un intrinseco problema di “incoerenza temporale”, è logicamente incompatibile con il controllo dell’inflazione, sic et simpliciter: un aspetto non secondario che la macroeconomia moderna ha evidenziato da ben 40 anni. Questo è anche il motivo principale per cui, dagli anni Ottanta, la teoria economica ha enfatizzato l’importanza di creare banche centrali indipendenti che fossero in grado di resistere alla pressione strutturale dei governi (leggi politica di bilancio) per creare inflazione.

 

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