Abu Dhabi rappresenta una variabile sempre più influente dell’equazione strategica dell’Italia e, più in generale, degli equilibri regionali. L’analisi di Pietro Baldelli, PhD candidate presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Perugia, e ricercatore presso il Centro Studi Geopolitica.info

La recente visita del ministro Di Maio al padiglione italiano del Word Expo 2020 sembra suggerire una volontà di reset delle relazioni con gli Emirati Arabi Uniti. Visti gli sviluppi che stanno mutando il volto del Medio Oriente, si tratta di un’evoluzione da incoraggiare e approfondire, affinché l’Italia possa aggiornare il suo status regionale e non rimanere spettatrice.

Negli ultimi mesi le dinamiche geopolitiche in Medio Oriente si sono evolute drasticamente. L’avvio della presidenza Biden ha rappresentato uno scossone che ha spinto i governi della regione a ristrutturare le proprie agende e rimescolare le carte in tavola – non a un livello strategico, quanto nella conduzione tattica della partita. All’orizzonte si sono palesate nuove intese, tregue e negoziazioni, in un’apparente spirale distensiva che ha coinvolto l’intera regione. Per citare alcuni esempi, si pensi al dialogo tra Egitto e Turchia, tra Emirati Arabi Uniti e Turchia e persino tra Arabia Saudita e Iran per il tramite iracheno. Anche il Qatar è tornato un interlocutore accettato dagli altri attori del Golfo, con la fine dell’embargo in vigore dal giugno 2017. Infine Israele, da outsider della regione, si sta progressivamente trasformando in uno stakeholder pienamente legittimato, come suggeriscono gli accordi di Abramo firmati nel 2020.

Se si volesse individuare una variabile causale in grado di spiegare le dinamiche in atto, questa potrebbe essere identificata nella volontà di disimpegno degli Usa dal Medio Oriente – non di matrice neo-isolazionista ma in senso riduzionista. Washington, infatti, sta riorientato il proprio impegno internazionale verso l’Indo-Pacifico, per concentrarsi sulla competizione egemonica con la Cina. In termini geopolitici, nei teatri secondari come quello mediorientale gli Usa si limiteranno sempre più a perpetuare una egemonia di matrice aereo-marittima, con gli attori regionali chiamati a costruire un equilibrio di potenza autosufficiente. Il ritiro dall’Afghanistan rappresenta solo l’ultima delle avvisaglie. In definitiva, il mutamento della traiettoria strategica americana sta provocando l’apertura di una nuova era nella regione, la quale sarà caratterizzata da partnership un tempo inimmaginabili e un tasso maggiore di integrazione istituzionalizzata.

Cionondimeno, in futuro in tale quadrante si giocherà anche buona parte della competizione intra-europea, occultata a fatica sotto l’epidermide comunitaria. Ciascuno dei principali attori europei, infatti, si sta facendo portatore di una visione strategica potenzialmente confliggente rispetto alle altre; dal mercantilismo proto-neutralista tedesco, all’autonomia strategica europea di matrice francese sino alla Global Britain del Regno Unito, che con la Brexit ha anticipato il distaccamento dall’Europa continentale.

In particolare, Parigi e Londra hanno da tempo rivalutato le proprie agende euro-mediterranee, interessate a riempire i vuoti lasciati dagli americani. La Francia, ad esempio, ha rafforzato la propria cooperazione militare con gli Emirati Arabi Uniti, sta penetrando economicamente l’Iraq e sta tentando di risollevare la propria influenza in Libano, a sua volta terminale ultimo dell’arco d’attrazione iraniano. Dal canto suo, per la prima volta dagli anni Settanta il Regno Unito sta rivolgendo il proprio sguardo ad Est di Suez. Segno ne è il dispiegamento negli scorsi mesi del gruppo da combattimento della portaerei Queen Elizabeth che, dopo aver solcato le acque mediterranee, ha attraversato il canale egiziano dirigendosi verso oriente.

In uno scenario siffatto l’Italia non può più limitarsi a ricoprire la parte dello spettatore. Al contrario, a causa dei trend sopra descritti, nei prossimi mesi Roma sarà chiamata a rafforzare la propria presenza nell’area, potendo contare anche sulle risorse economiche e militari liberate dal teatro afghano. In particolare, pur non potendo dismettere completamente la politica del pendolo che la vede dialogare un po’ con tutti a causa della propria condizione di media potenza, l’Italia sarà chiamata ad approfondire le relazioni con il nascente blocco arabo-israeliano, fattore di conservazione dello status quo regionale da cui Roma trae beneficio.

Concretamente, un primo passo in questa direzione, come suggerito dalla recente visita di Di Maio, non può che essere un pieno ristabilimento delle relazioni con gli Emirati Arabi Uniti, dopo mesi di tensioni. Abu Dhabi infatti rappresenta una variabile sempre più influente dell’equazione strategica dell’Italia e, più in generale, degli equilibri regionali. Un ruolo rilevante lo gioca anche nella stabilità del mercato energetico; un fattore da non sottovalutare in un’Europa che sta imboccando la strada della transizione ecologica, che tuttavia potrebbe rivelarsi più turbolenta del previsto, come dimostrato dal recente aumento dei prezzi del gas. Infine, è utile ribadire il ruolo d’avanguardia giocato da Abu Dhabi nella normalizzazione dei rapporti con Israele, con tutte le implicazioni politiche e geo-economiche che questo sta comportando. In definitiva, è opportuno che Roma accantoni le ruggini del passato al fine di sfruttare le nuove opportunità che sembrano delinearsi all’orizzonte.

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