Non c’è solo il risentimento per il flirt con i russi della Wagner. Dietro il forfait di Emmanuel Macron in Mali c’è la polvere sotto il tappeto di una missione anti-Jihad, Barkhane, che dopo otto anni lascia un Sahel più tormentato di prima. L’analisi di Dario Cristiani (Iai-Gmf)

L’annullamento della visita annuale in Mali del presidente francese Emmanuel Macron, formalmente dovuta ai problemi creati dalla variante Omicron del Covid-19, si inserisce in realtà in un quadro di graduale deterioramento delle relazioni con il potere di Bamako su svariati dossier, dalla sicurezza regionale alle elezioni, dal dialogo con le forze jihadiste alla presenza dei mercenari russi. Più in generale, nell’ultimo periodo, Parigi ha incontrato una serie di difficolta nel rapporto con molti attori regionali, come ad esempio dimostrato dalla visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Algeria ad inizio dicembre.

Da un lato, c’è un certo malessere francese nel gestire le relazioni con il “potere golpista” di Bamako. Dall’altro, vi è stato un problema di formula diplomatica: Parigi voleva che all’incontro partecipassero anche Mana Akufo-Addo, il presidente in carica della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, e Mahamat Idriss Deby Itno, il presidente ciadiano e attuale presidente in carica del G5 saheliano.

Per Parigi la loro presenza all’incontro era fondamentale perché questi due attori sono considerati indispensabili per le attività di antiterrorismo, problema che resta al centro dell’agenda strategica regionale. Per il Mali invece questo passaggio era considerato superfluo e le autorità di Bamako volevano un incontro puramente bilaterale. Inoltre questa frizione con la Francia arriva in un momento in cui le relazioni tra il Mali e la Cedeao restano particolarmente complicate, dopo che l’organizzazione ha ribadito la necessità per Bamako di andare ad elezioni nel Febbraio 2022, preoccupazione che anche la Francia sostiene.

In Mali però la Francia ha anche altri problemi. Le operazioni Serval e Barkhane hanno certamente raggiunto alcuni obiettivi: in primis, l’intervento militare francese nel 2013 ha evitato lo sfondamento delle forze jihadiste verso sud in Mali, bloccando il tentativo di arrivare a Bamako.

Inoltre, negli anni, la Francia e i suoi alleati sul terreno hanno ucciso alcuni dei principali leader jihadisti, ad Abou Zeid all’emiro di Aqim Abdelmalek Droukdel, da Jamal Okacha, leader di Aqim nel Sahel e teorico del “jihad rurale” per i marginalizzati che tanta breccia ha fatto nelle comunità locali saheliano, allo storico leader del Jihad nordafricano sin dai tempi dell’Afghanistan, il tunisino Abu Iyad, fino ad arrivare alla più recente uccisione del leader dello Stato Islamico nel Grande Sahara ed ex numero due di Mokthar Belmokhtar ai tempi di Al Mourabitun, Abu-Walid Al-Sahrawi.

Probabilmente, però, il rapporto costi/benefici di tali missioni non è considerato particolarmente positivo da parte di Parigi, a dimostrazione che l’uccisione dei leader dei gruppi qaedisti non necessariamente significa la fine dell’organizzazione, ma semplicemente un suo cambiamento.

Nel corso degli ultimi anni, Aqim ha consolidato la propria presenza in questo spazio, in particolar modo tramite la creazione di Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin (Jnim – Fronte d’Appoggio all’Islam e i Musulmani) nel 2017, completando in maniera definita e marcata quel processo di sahelizzazione del jihadismo algerino iniziato nel 2003, e di cui il rebranding in Al-Qaeda nel Maghreb Islamico nel 2007 ha rappresentato un passaggio essenziale.

Inoltre, la Francia ha anche subito alcuni smacchi d’immagine in questi anni, il più clamoroso di questi passaggi a vuoto è stato rappresentato dall’annuncio della morte del leader jihadisti fulani Amadou Koffa, che apparve in video dopo qualche settimana da tale annuncio.

Ma lo stesso si può dire di ciò che successe nel 2013 quando, a poca distanza dall’ annuncio della morte di Abou Zeid, fonti ciadiane e francesi rilanciarono la notizia dell’uccisione di Mokthar Belmokhtar agli inizi del 2013, prima che egli stesso smentisse tali voci riapparendo sulle scene con un doppio attacco organizzato in Niger nel maggio di quell’anno. Per la Francia, il consolidamento di tale presenza in Mali si deve allo scarso impegno delle forze locali nel combattere questi gruppi, mentre per il Mali è il segno di una scarsa efficacia dei francesi.

Inoltre la Francia continua ad avere frizioni con Bamako rispetto alla gestione politica delle relazioni con i gruppi jihadisti. Nel febbraio 2020, il poi deposto presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta aveva annunciato la sua disponibilità a negoziare con i leader jihadisti attivi nel Paese, un’offerta che aveva effettivamente anche riscontrato l’interesse di JNIM, visto che il gruppo aveva risposto a marzo affermando di essere interessato a proseguire il dialogo. Questa idea del dialogo con Jnim continua ad essere sul tavolo anche oggi, dopo due colpi di stato, ed è ampiamente condivisa anche dalla società civile maliana. Per la Francia, invece, dopo che in passato c’erano state delle aperture, tale orizzonte è inaccettabile.

Quando il Keita annunciò l’intenzione di aprire un dialogo con i jihadisti maliani, Le Drian dichiarò: “Non spetta a me entrare in un dibattito specifico del Mali. È responsabilità dei maliani garantire che si svolge un dibattito inclusivo… I funzionari del Mali devono prendere le iniziative appropriate affinché possano aver luogo le riconciliazioni” ma alla fine 2020, parlando con Jeune Afrique, il presidente francese Emmanuel Macron è stato molto categorico nel dire che “con i terroristi non si parla. Si combatte” e non ha mai cambiato opinione.

La Francia non fa mistero che vuole un approccio ai problemi di sicurezza e del terrorismo regionale che sia meno oneroso per Parigi e in cui ci sia una condivisione maggiore degli oneri da parte sia degli alleati europei che regionali. Questo, però, per Parigi, si deve declinare con il desiderio di continuare a rappresentare la potenza esterna principale in un’area che la Francia continua a considerare come il proprio retroterra strategico, e trovare la quadra si sta rilevando particolarmente difficile, per svariati motivi.

Gli Stati Uniti hanno chiaramente dimostrato, anche con l’approccio remissivo in Etiopia e nonostante il recente viaggio di Antony Blinken che per loro l’Africa non è una priorità. Gli europei nonostante, gli sforzi di italiani, tedeschi e spagnoli, difficilmente possono muoversi nella regione con le stesse risorse dei francesi. L’arrivo di mille militari ciadiani in supporto della missione Onu è considerato solo un palliativo. In tutto questo, l’arrivo dei mercenari russi complica ulteriormente il quadro, e dimostra come, qualora si creino vuoti in tali paesi e frizioni tra i governi locali e i partner transatlantici, la Russia ha sia volontà e sia la capacità di trarne vantaggio

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