Ci sarà la guerra? Probabilmente no. L’Ucraina di oggi non è la Georgia del 2008. E un intervento russo in uno scacchiere vasto e complesso come quello ucraino aprirebbe un baratro di incertezza che fa paura, anche in Russia. L’analisi del prof. Giovanni Savino (Accademia presidenziale russa, Mosca)

Interverrà la Russia in Ucraina? Questa domanda ormai da settimane è presente nei media americani, e da qualche giorno anche tedeschi (si veda la Bild). Il colloquio tra Joe Biden e Vladimir Putin di martedì 7 dicembre è la diretta conseguenza di queste tensioni, e si tratta di un primo tentativo tra le due potenze di provare a venir a capo, con dichiarazioni a commento dell’incontro via video atte a ribadire le proprie posizioni.

Se la Casa Bianca ha riferito di aver messo in chiaro come gli Stati Uniti non resteranno indifferenti a possibili escalation militari, il Cremlino ha ribadito la necessità di ottenere garanzie di sicurezza rispetto all’entrata dell’Ucraina della Nato e alla dislocazione del “potenziale militare” ai confini russi.

Partiamo da un fatto che sembra scontato, ma soprattutto per i media italiani scontato non è: che cosa vuole Mosca dal mondo e perché. La Russia è il Paese più esteso del mondo, e questo dato banale ne rappresenta croce e delizia allo stesso tempo. Mosca ha interessi in Europa orientale (da cui son venute le invasioni, a partire dal XVII secolo in poi), nel Caucaso (regione mai del tutto posta sotto controllo), in Asia centrale (dove ha come concorrenti Cina e Stati Uniti, e l’assertività kazaka), nell’Estremo Oriente e nell’Artico. Questi interessi si riverberano anche in altri scenari, come il Medio Oriente, il Pacifico e l’Africa, nuovo teatro di intervento tramite le compagnie di contractors legate ad alcuni degli oligarchi vicini al Cremlino, come il temibile Evgeny Prigozhin.

La Russia di Putin quindi vuole il riconoscimento, da quelli che definisce, un po’ ipocritamente un po’ no, i “partner” occidentali. Partner che non considera uguali: la Germania (fino ad oggi) è considerata dal Cremlino come il principale interlocutore in Europa, il Paese cardine della Ue, e la presenza dell’industria tedesca in Russia non è forte, ma molto di più, anche sfruttando una comunità di origine germanica presente sin dal XVIII secolo nel paese, e molto attiva nel costruire legami non solo finanziari ed economici, ma anche culturali.

La Francia prova da tempo a competere con la Germania in questo campo, adottando anche posizioni più rigide verso Mosca, mentre la Gran Bretagna, soprattutto nell’ultimo decennio, ha prediletto una politica, spesso più proclamata che altro, antirussa. L’Italia è il paese simpatico, amato dai russi per arte, cultura, cibo, moda e design, ma politicamente considerato spesso il giusto (cioè poco), forse più presente durante i governi Berlusconi e Prodi, entrambi tenuti in gran stima da Putin, che oggi, nonostante alcuni sforzi in passato soprattutto da parte di Matteo Renzi.

Gli Stati Uniti restano il grande rivale, e l’ambizione nemmeno tanto segreta per il Cremlino sarebbe quella di avere uno status simile a quello avuto dall’Unione Sovietica negli anni della Guerra Fredda, ma si tratta più di nostalgie senza nessuna base reale nella situazione attuale, spesso interpretate da alcuni osservatori disattenti come invece possibili sviluppi della politica estera russa.

Per Mosca il problema resta l’Europa orientale, che è ostile alla Russia non (soltanto) per via di Putin, ma perché molte forze provano a costruire le proprie fortune presentandosi come “antemurale christianitatis” della nostra epoca, cercando di seguire le tracce della Polonia-Lituania che rivendicava tale ruolo tra il XVI e il XVIII secolo.

Quest’area oggi è particolare, perché orbita attorno all’economia tedesca, cerca (e spesso ottiene) il sostegno statunitense, deplora le politiche della Ue, salvo poi rivendicare e ottenere cospicui finanziamenti da Bruxelles, nonostante l’ostilità a collaborare con le istituzioni europee su campi importanti come la stabilità finanziaria e le politiche migratorie.

Alcuni di questi Paesi, come la Polonia o l’Ungheria, hanno al governo partiti e uomini spesso anche più a destra di Putin, ne condividono anche i modelli valoriali, solo declinati in chiave antirussa, soprattutto nel caso di Varsavia, Budapest ha un rapporto più complesso con Mosca.

In Europa orientale vi son due paesi, la Bielorussia e l’Ucraina, che per ragioni storiche, religiose, culturali, hanno condiviso e condividono tuttora molto con la Russia. Condivisioni che spesso sono anche di affetti, con famiglie miste, con russi nati a Minsk o a Kherson, cresciuti a Vladivostok e poi finiti a San Pietroburgo o Kiev, o ucraini nati a Krasnodar, cresciuti a Kirovograd e poi vissuti a Vitebsk.

Si tratta di casi abbastanza frequenti, frutto di alcuni secoli di vita insieme, in un assetto “imperiale” molto peculiare, dove, soprattutto in età sovietica, essere ucraino o bielorusso non era affatto un discrimine, anzi, ed è dimostrato dalla presenza soprattutto di ucraini ai vertici dell’Unione Sovietica, di cui alcuni di estrazione mista son finiti a fare i segretari generali del partito, come Krusciov (la cui moglie era galiziana) e Breznev.

In Bielorussia e Ucraina la situazione è ancora più complessa perché le parti occidentali di questi Paesi hanno avuto, in modo diverso, percorsi differenti. Se la Bielorussia occidentale, parte della Polonia-Lituania per molti secoli, è stata annessa all’impero russo alla fine del XVIII secolo e la sua popolazione cattolica, fede a parte, non ha avuto grossi problemi nell’ambito della koiné imperiale, diverso è il discorso per l’Ucraina occidentale, nota fino al 1939 come Galizia orientale.

Questa regione non è mai stata, tranne pochi mesi nel 1914-15, nei confini dell’impero zarista, e ha avuto un predominio dell’élite polacca fino al 1939, al tempo stesso vedendo la nascita e il radicamento di un forte movimento nazionale ucraino.

Fattori resi possibili anche dal Compromesso del 1867, che portò alla nascita dell’Austria-Ungheria e all’adozione di libertà costituzionali, come la formazione di diete locali elette, e alle votazioni presero parte le organizzazioni delle comunità nazionali, tra cui persino un piccolo partito filo-russo dei galiziani.

L’orientamento “ucrainista” divenne maggioritario in Galizia orientale grazie anche alla costruzione di un radicamento forte tra i contadini, frutto anche di contatti con l’esperienza dei narodniki russi e ucraini dell’impero zarista, una grande attenzione agli elementi culturali e educativi del nation-building, come l’apertura di sale di lettura, corsi, scuole e altre iniziative in grado di sedimentare un’identità nazionale ucraina. Identità che vedeva nei progetti polacco e russo un pericolo grave, in grado di assimilare e definitivamente porre fine a ogni tentativo di propria espressione autonoma.

L’annessione della Galizia orientale all’Ucraina sovietica, avvenuta nel 1939 e poi nel 1944, ha permesso l’unificazione delle terre ucraine, integrando però esperienze e orizzonti diversi tra le due parti, spesso confuse come una più “europeista” dell’altro, quando in realtà le regioni occidentali dell’Ucraina risultano essere tradizionalmente meno industrializzate e più inclini a una forma di vita rurale e conservatrice. La presenza di marcate differenze regionali si scontra con l’idea, promossa da una rumorosa destra nazionalista con tendenze estreme e pro-fasciste, di una identità ucraina “unica”, “pura”, contrapposta frontalmente a ogni accettazione della pluralità creatasi storicamente nel territorio ucraino.

La Russia di Putin oggi è un regime post-moderno conservatore. Post-moderno perché tende a omogeneizzare in una continuità storica alquanto barcollante elementi diversi attribuiti a una grandezza eterna della statualità russa, vista come unica e univoca dalla conversione al cristianesimo ortodosso della Kiev dei tempi della Rus’ fino alla riaffermazione dell’assertività russa in epoca putiniana.

Un pot-pourri che vede al proprio interno Ivan il Terribile e Josif Stalin, Alessandro III e Yuri Gagarin, Aleksandr Nevskij e il maresciallo Georgij Zhukov, Piotr Stolypin e i marinai della rivolta di Kronstadt nel 1921, a cui in questi giorni è stato dedicato un monumento dalle autorità statali, dopo che la politica “statuaria” del Cremlino si è sempre rivolta o a celebrare solennemente gli zar o i momenti salienti della Grande guerra patriottica, ovvero la Seconda guerra mondiale.

Nello scorso luglio, Putin ha dedicato un articolo molto lungo alle relazioni storiche tra russi e ucraini, utilizzando alcuni refrain del nazionalismo russo di inizio Novecento, che vedeva la propria base nella nobiltà e nella borghesia urbana di Kiev e di altre città degli allora governatorati sud-occidentali, impegnata in una battaglia furibonda contro gli attivisti ucraini e imbevuta di antisemitismo. Nella trattazione putiniana, però, non si nega l’esistenza di un’identità ucraina distinta da quella russa oggi, ma ci si sofferma su legami considerati speciali e indissolubili.

In realtà la crisi del 2014 ha rappresentato un punto di rottura forte tra i due Paesi, anche nell’ambito delle relazioni umane, e continua ad avere un ruolo di instabilità anche all’interno della stessa Ucraina, dove la faciloneria estremista dell’equazione russofono=filo-Cremlino non ha contribuito a creare consenso tra una parte consistente della popolazione che usa il russo nella vita quotidiana. L’insofferenza verso questa equazione ha portato all’elezione di Zelenskij, fenomeno per certi versi simile a quanto avvenuto con il Movimento Cinque Stelle, ma senza cambiare granché, vista l’egemonia culturale della versione galiziana dell’identità ucraina.

Già nella scorsa primavera vi erano stati timori di un’offensiva russa, spesso utilizzati anche da Kiev per aver più presa su Washington, in vista del vertice Biden-Putin. I movimenti di truppe di questi giorni, però, son ripresi solo dai media occidentali, e non trovano conferma nemmeno tra quelle agenzie di stampa e testate bollate dal Ministero della Giustizia russo con l’etichetta di “agente straniero”.

Qualche cronista più avvezzo alle vicende italiane che di politica internazionale ha provato a definire un articolo del politologo Fyodor Lukyanov, vicino al Cremlino ma non uno yes-man, sulla necessità di ridefinire spazi e accordi tra Mosca e la Nato come “nuova strategia militare”. A dir la verità, appar strano vedere una “dottrina militare” pubblicata su una rivista prestigiosa quale «Rossiia v globalnoj politike» assieme a materiali di analisti come Mary Elise Sarotte o Charles King, difficilmente sospettabili di simpatie pro-russe.

Ci sarà la guerra? Probabilmente, no. L’Ucraina di oggi non è la Georgia del 2008, di cui Mosca ebbe ragione dopo pochi giorni di conflitto senza subire sanzioni dai partner occidentali. E un intervento russo in uno scacchiere vasto e complesso come quello ucraino non è da valutare solo in termini militari, perché alle possibili vittorie sul campo segue la gestione del dopo.

Pensare che la comunità internazionale possa accettare un’invasione simile, con tentativi di annessione, come scritto da alcuni media, vorrebbe significare la fine dell’Onu, una svolta improvvisa nelle relazioni globali, e in più si sottovaluta il contraccolpo interno di una guerra per Mosca. La Crimea, regione annessa nel 2014, ancora oggi costa ai contribuenti russi enormi quantità di fondi e risorse tolte ad altri territori della Federazione Russa, e un conflitto in Ucraina vorrebbe dire porsi il problema di controllare grossi centri abitati, acquisire il favore di una popolazione che non vedrebbe di buon occhio la distruzione delle proprie case, e significherebbe l’isolamento totale a livello internazionale per il Cremlino.

Negli scenari previsti dai media si adombrerebbe persino un sostegno della Cina, sorvolando sul fatto come la prudente agenda di Pechino abbia evitato scossoni come il riconoscimento dell’annessione russa della Crimea. Per una parte dell’establishment statunitense bisogna evitare un allineamento definitivo tra Cina e Russia, e il summit svizzero tra Biden e Putin aveva anche questo scopo: un conflitto in Europa orientale potrebbe mandare a monte questi tentativi.

Il vero problema è che quando per troppo tempo si mostrano muscoli e denti, ci si scambiano punzecchiature e insulti, vi è sempre il rischio che qualcuno possa cedere e aprire per primo il fuoco. Bisogna evitare che si arrivi a questo, e forse l’obiettivo del vertice tra Mosca e Washington di oggi è stato di disinnescare le mine vaganti nelle relazioni tra le due potenze. Come e per quanto tempo, dipenderà da quali passi verranno compiuti in seguito al colloquio del 7 dicembre, con una potenziale novità: l’entrata degli Stati Uniti in un nuovo formato di trattative e approcci in grado di superare gli accordi di Minsk, entrata, nemmeno troppo paradossalmente, in un certo senso favorita da Putin.

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