Tra condanne e ripicche, l’Europa a trazione francese scopre che il Cremlino ha mire sull’Africa e il Sahel. Ma quelle mire vengono da lontano. Ecco cosa muove i giochi pericolosi di Putin (e perché ci riguardano). L’analisi di Dario Cristiani (Iai-Gmf)

Il 23 dicembre 2021, 15 paesi (Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, Regno Unito) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si condanna fermamente “il dispiegamento di truppe mercenarie sul territorio del Mali”, sottolineando che questo dispiegamento “può solo peggiorare ulteriormente la situazione della sicurezza nell’Africa occidentale, portare ad un aggravamento della situazione dei diritti umani in Mali [e] minacciare l’accordo per la pace e la riconciliazione in Mali”.

I firmatari si sono rammaricati di come il governo maliano abbia deciso di utilizzare i fondi pubblici già di per sé scarsi per “pagare mercenari stranieri invece di sostenere le forze armate e i servizi pubblici del paese a beneficio del popolo maliano”. Nella dichiarazione, i 15 Paesi si rivolgono direttamente a Mosca, affermando di essere consapevoli del “coinvolgimento del governo della Federazione Russa nel fornire supporto materiale allo spiegamento del gruppo Wagner in Mali” invitando al contempo la Russia a tornare ad avere “un comportamento responsabile e costruttivo”. Questa è una delle prime prese di posizioni ufficiali rispetto al coinvolgimento di Wagner nei paese saheliano, questione in realtà sul tavolo già da alcuni mesi.

Nel corso degli ultimi anni, la Russia è tornata ad essere attiva nel continente africano. Dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991, la Federazione Russa perse gran parte dell’influenza costruita sul continente ai tempi della Guerra Fredda, chiudendo nove ambasciate, tre consolati e diverse missioni e programmi di cooperazione.

A partire dalla metà degli anni 2000, tuttavia, la politica regionale della Russia ha iniziato a cambiare, seguendo il trend più generale del ritorno della Russia sulla scacchiere internazionale. È successo quando il Presidente Vladimir Putin è riuscito ricostruire, quantomeno parzialmente, la “Verticale” di potere interno che si era erosa negli anni ’90 e che aveva portato la federazione sull’orlo del collasso finanziario, esemplificata dalla crisi del rublo del 1998 e geopolitico, con le spinte centripete dei governatori regionali eletti e quindi sempre meno dipendenti da Mosca e la minaccia del terrorismo e del separatismo ai margini del Paese. Tale interesse per l’Africa si è poi sublimato nel vertice Russia-Africa, tenutosi a Sochi dal 23 al 24 ottobre 2019, un evento fondamentale che ha dimostrato la determinazione della Russia nell’essere un attore rilevante nel continente.

Lo scoppio della crisi ucraina nel 2014 ha dato nuovo impulso alla proiezione esterna della Russia. Questo è un passaggio importante da sottolineare, per una serie di motivi: la proiezione esterna russa in scenari non necessariamente prossimi da un punto di vista geografico ha spesso e volentieri legami con i problemi di sicurezza nel proprio “estero vicino”. Non è un caso che, dopo il 2014, la Russia abbia rafforzato la propria presenza in vari teatri lontani, come la Siria, la Libia e l’Africa sub-sahariana. La presenza e l’influenza russa in questi spazi è, tra le altre cose, funzionale al mettere pressione agli Stati Uniti e i Paesi dell’Unione Europea rispetto a dinamiche che interessano la Russia nelle sue immediate vicinanze.

La Russia in Africa ha una serie di vantaggi comparati rispetto alla proiezione di altri Paesi. Chiaramente, Mosca non ha la forza economica americana, cinese, europea o dei paesi arabi del Golfo. Ma riesce ad ovviare con altri metodi. Da un lato, non soffre come nel caso europeo, del peso del colonialismo: non è percepita come una potenza coloniale, come invece lo sono i Paesi europei, e non è percepita come una potenza imperiale, come possono esserlo gli Stati Uniti.

Data la relativa debolezza economica della Russia, un altro vantaggio competitivo del Cremlino è rappresentato dalle proprie capacità nel settore della cooperazione tecnico-militare. Nel perseguimento dei suoi obiettivi in Africa, la Russia fa quindi affidamento sulla cooperazione tecnico-militare e sui meccanismi di “esportazione di sicurezza” come suoi principali vantaggi competitivi con accordi di armi/armi, formazione e consulenza

Il caso dei mercenari di Wagner è particolarmente interessante perché le compagnie militari private sono entità che sono de jure vietate in Russia ma che nel corso degli ultimi anni sono state coinvolte in conflitti in Ucraina, Siria e Libia, dove hanno acquisito un’immagine di forza ed efficienza. Per Mosca, il gioco è relativamente semplice, è spesso win-win: queste forze mercenarie non possono essere ricondotte politicamente e diplomaticamente a Mosca ma rappresentano inevitabilmente uno strumento di influenza. Inoltre i soldi che ricevono supportano la rete di potere legata al Presidente Putin, al tempo stesso evitando costosi interventi con forze militari convenzionali, che la Russia avrebbe difficoltà a supportare, particolarmente in teatri lontani.

Ad ogni modo, in Mali la Russia non è arrivata recentemente, ha invece una base storica consolidata. Durante la Guerra Fredda, l’ursa è stata uno dei principali sostenitori del Paese, aiutando il Mali attraverso progetti infrastrutturali su larga scala (impianti per l’estrazione dell’oro e per la produzione di cemento) e assistenza tecnico-militare. Quest’ultimo passaggio, sebbene inevitabilmente indebolito, non si è esaurito del tutto dopo la fine dell’Urss.

Nel 2003, i due Paesi hanno formato un gruppo intergovernativo sulla cooperazione tecnico-militare, mentre nel 2009 è nato un gruppo di lavoro congiunto sulla lotta al terrorismo. Nel 2012 hanno concluso il loro primo contratto sulla consegna di armi. Successivamente, nel 2016, il governo del Mali si è rivolto apertamente al Cremlino, chiedendo supporto tecnico-militare e assistenza nella lotta a terrorismo, in particolamente modo nelle regioni al Nord. Molte delle armi degli arsenali maliani sono di origine sovietica, e molti militari e leader maliani hanno studiato/si sono formati in Russia o nell’Urss. I legami, quindi, esistono da tanto.

Per la Russia, avere una presenza in Mali risponde diverse logiche. Questa presenza serve a combattere il terrorismo jihadista, da sempre problema considerato una minaccia globale per Mosca. Ma anche a trovare un mercato per la propria industria della sicurezza, sia legale che para e/o illegale.

Inoltre, la presenza in Mali ha anche un valore geopolitico più ampio, in particolare rispetto ai problemi della vicina Guinea, Paese che per la Russia è fondamentale, dato il peso che Conakry ha rispetto all’importazione russa di bauxite. Da un punto di vista più complessivo, invece, la presenza di Wagner si innesta nella logica di sfruttare i vuoti lasciati da altri – non è un caso che si sia iniziato a parlare di accordi Mali-Wagner quando la Francia ha fatto sapere di voler ridurre il proprio ruolo nelle questioni di sicurezza – per ottenere vantaggi in altri teatri, con interventi che sono percepiti come particolarmente efficienti da un punto di vista di costi e vantaggi. Esattamente come è successo in Siria e in Libia.

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