Sappiamo davvero cosa vuol dire quella “resilienza” di cui riempiamo libri, articoli e ora persino atti legislativi? Pubblichiamo un estratto dal libro “Postpandemia. Pensieri (meta)giuridici” (Giappichelli) di Antonio Cantaro, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Urbino “Carlo Bo”

Formule magiche

La formula per eccellenza del magico mondo del PNRR è resilienza. Il carburante, in senso figurato, della ripartenza. Un concetto espressamente “rivelato” tra gli addetti di diverse discipline ove le sue ‘qualità – resistere a situazioni avverse – sono scientificamente osservate e comprovate. Nel mondo della ripartenza, la credenza nelle ‘strabilianti’ proprietà della resilienza si tinge, invece, dei colori di un atto di fede, di un’universale norma di condotta. E sottrarsi alla normalità della resilienza equivale ad andare contro a delle potenze magiche. Condannarsi alla marginalità.

Il percorso in cui matura questo mutamento di senso merita di essere approfondito. All’inizio dell’età moderna il termine resilienza è usato nelle scienze fisiche e ingegneristiche per indicare la proprietà resistente di un materiale alle pressioni esterne in grado di alterarne la struttura. È il caso delle corde della racchetta da tennis. Si deformano sotto l’urto della pallina ma, nel contempo, accumulano energia che restituiscono nel colpo di rimando.

A partire dagli anni ‘70 dello scorso secolo, la sua traslazione semantica nel campo dell’ecologia identifica le capacità di riequilibrio dell’ambiente naturale sotto la pressione dell’azione umana. Sostenibilità rispetto ad un modello di sviluppo che aumenta l’esposizione ai rischi derivanti dal cambiamento climatico e dai disastri naturali. Capacità di individui, territori e organizzazioni di riorganizzare la struttura del sistema a seguito di un trauma, di andare avanti, di intraprendere nuovi scenari di crescita, di apprendere, di auto organizzarsi, di adattarsi ad inedite condizioni socio-ambientali.

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Le “lenti della resilienza” coprono, dunque, nelle discipline specialistiche una vasta gamma di fenomeni connessi a shock di diverso genere. La resilienza quale capacità di comunità e individui di adattarsi ad una situazione di pericolo, di far fronte alla vulnerabilità derivante dalla perdita del lavoro, dalla povertà, da uno shock economico, ecologico, culturale. Una lente troppo universale. E, tuttavia, il suo uso è stato, a lungo, un uso controllato dal punto di vista normativo. Consapevole della limitata capacità analitica del ‘paradigma’ in ragione della ‘concorrenza’ di un altro ‘dato’ della condizione umana, la vulnerabilità che i comuni mortali – consapevoli della caducità della dimensione terrena, dell’arbitrarietà dell’organizzazione sociale – possiedono in modo ‘intuitivo’. Per questa ragione, le scienze umane e sociali lungi dall’operare un “bilanciamento” tra questi due paradigmi hanno a lungo, postulato una sorta di superiorità gerarchica della vulnerabilità rispetto alla resilienza. Hanno ‘presupposto’ che la prima fosse la regola, la seconda l’eccezione.

La società resiliente

Il discorso neoliberale degli ultimi decenni ha capovolto questa gerarchia. La vulnerabilità è diventata l’eccezione, il negativo. La resilienza la regola, la virtù assoluta della condizione umana. Al contrario dell’homo constitutionalis consapevole della sua primaria condizione di vulnerabilità, l’homo neoliberale è homo resiliens a tutto campo, a tutto servizio. ‘Vive’ all’insegna del ‘divieto’ di farsi travolgere da qualsivoglia shock e ha l’‘obbligo morale’, ancor prima che giuridico, di adattarsi e trasformare ogni shock in opportunità. Non sorprende, perciò, che quando il “cigno nero” – la vulnerabilità – ha fatto irruzione nelle nostre vite, le classi dirigenti non abbiano saputo fare di meglio che esporre al vento la bandiera ora e sempre resilienza.

Resilienza è diventata così una etichetta universale, una formula magica buona per ogni uso. Nell’universale inconsapevolezza del significato tutt’altro che neutrale che l’espressione ha nel ‘discorso’ neoliberale. Anche quando si tratta di un discorso aggiornato, epurato dai fondamentalismi della belle époque della globalizzazione.

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Nelle parole di un giudice costituzionale il credo della resilienza è declinato in senso ‘progressista’, ‘politicamente corretto’. In una intervista del giugno 2020, Giuliano Amato sostiene che affidarsi solo alla resilienza sarebbe come cercare di prevenire un conflitto atomico rifugiandosi in un bunker. Occorre, viceversa, essere trasformativi e perseguire l’ideale di un benessere diverso, “multidimensionale”. L’occasione dalla quale scaturisce l’intervista è la pubblicazione del documento “Pandemia e resilienza: persona” da parte del Cortile dei Gentili del Pontificio Consiglio della cultura. Nella Prefazione, l’illustre giudice sottolinea enfaticamente l’urgenza di un mutamento del modello di sviluppo. Quello sviluppo sostenibile propugnato nella Laudato Si’ e che oggi – si sottolinea -non è più esclusivo patrimonio di “illuminati e solitari profeti, ma la prospettiva che unifica le giovani generazioni, in ogni parte del mondo”. Dunque, sostenibilità non solo ambientale, ma anche sociale”.

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Sarebbe riduttivo etichettare queste parole come una retorica dichiarazione di buoni sentimenti. Non sfugge all’autore della prefazione al documento del Pontificio Consiglio della cultura che a monte di un modello di sviluppo che va in direzione contraria alla sostenibilità sociale agiscono “le evoluzioni-involuzioni del capitalismo negli ultimi decenni”. Ciò che viene ‘dimenticato’ è il cruciale ‘dettaglio’ che il capitalismo degli ultimi decenni ha un nome ben preciso. Capitalismo neoliberale. Un capitalismo il cui programma di azione sta progressivamente incorporando e metabolizzando la narrazione della sostenibilità ambientale e sociale dello sviluppo nella forma di una “resilienza trasformativa”, capace di rendere l’esistente meno permeabile ai fenomeni negativi affinché questi “siano meno frequenti e meno intensi”.

Un adattamento del modello di sviluppo, più che un mutamento di esso. Una mitigazione degli effetti delle “catastrofi” tramite una accresciuta capacità di resistenza il cui fondamentale veicolo è individuato in “incentivi e norme intelligenti, capaci di stimolare e premiare scelte individuali e di gruppo promotrici del bene comune”. Una timida comunitarizzazione degli effetti di eventi apocalittici che più che segnare una cesura con il modo di produzione si propone di correggerne le “conseguenze spaventose”. Un cambio di passo forse, certamente non un cambio di paradigma.

Come eravamo

In una prima fase, la pandemia ha riportato il tema della vulnerabilità al centro dell’attenzione. Ha ricordato all’umanità che un patogeno dalle dimensioni infinitesimali stava mettendo il mondo intero di fronte al disequilibrio nel rapporto con la natura. Ha costretto alla riscoperta della caducità della dimensione terrena. Ci siamo ripromessi di diventare più buoni, di amare gli animali, di fare sempre la differenziata, di bere l’acqua del rubinetto, di coltivare pomodori in terrazza senza pesticidi.

Si è detto e scritto che l’ontologica esposizione dell’uomo ad essere ferito, a subire un vulnus, ad essere esposto alla morte, è ‘da sempre’ al centro dell’immaginario della civiltà euro-occidentale. E che noi ancora oggi ricordiamo il più forte dei guerrieri Achei, Achille, per la proverbiale vulnerabilità del suo tallone più che per l’invulnerabilità. Siamo tornati alla versione tarda del mito ove Teti, la madre, immerge il bambino nel fiume Stige per renderlo immortale. Salvo scoprire che nel piedino per il quale lo tiene, una piccola parte non si bagna. Cosicché, la madre che dona la vita è insieme la madre che lo consegna alla morte. E il tallone, da cui era stato immerso nel fiume, si rivela fatale per il valoroso Achille.

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La grande promessa sul quale sorge il diritto pubblico moderno è l’istituzionalizzazione della resilienza. Lo Stato provvidenza che promette agli uomini di metterli al riparo dalla vulnerabilità, di renderli resilienti. Ma questa condizione non è nel discorso hobbesiano ontologicamente data, non è la normalità. La normalità è la vulnerabilità, il conflitto distruttivo (homo homini lupus) esistente nello Stato di natura e di cui gli uomini portano memoria quando entrano a far parte dello Stato politico. Per questo Hobbes immagina uno Stato di diritto incaricato di garantire, in prima istanza, la protezione dalla violenza, la sicurezza civile. Ma è sempre Hobbes a evocare l’idea di un potere pubblico assicurativo anche sul piano sociale. Uno Stato che protegge gli individui dalle condizioni di vulnerabilità delle condizioni di vita effetto della roulette naturale e sociale: “E perché molti uomini – dice il padre della dottrina moderna della costituzione – per accidenti inevitabili, si riducono nell’impossibilità di mantenersi con il proprio lavoro, non bisogna lasciarli alla carità dei privati, ma bisogna provvederli, per quanto le necessità di natura richiedono, con le leggi dello Stato”.

 Narcisismo compulsivo

 Il “secolo breve” ha fatto tutto ciò in una misura e con un’intensità mai prima raggiunta. Di fronte alla vulnerabilità sociale, la nostra Carta fondamentale non invita i lavoratori ad essere resilienti, ad adeguarsi individualmente alle leggi del mercato. Recita, al contrario, che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Libertà dal bisogno, dalla paura di non poter far fronte alle “necessità di natura”.

Il “secolo breve” ha preso sul serio, come mai era avvenuto nella storia, paure anche indicibili. Non le ha derubricate a nevrosi fantasmatiche che non meritano di essere prese in considerazione. Lo ha fatto anche Freud. Fedeli al suo insegnamento, gli psicoanalisti prendono sul serio le paure dei pazienti. Le interpretano, non giudicano, non minimizzano, non promettono che andrà tutto bene. Le ascoltano, le ospitano, cercano di ridimensionarle, riconducendole all’inconscio e all’infantile. E restituiscono, così, loro diritto di cittadinanza.

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Nei principi fondamentali della nostra Costituzione, così come nei testi freudiani, cercheremo inutilmente la parola. Ma l’idea di vulnerabilità collettiva e individuale percorre interamente e internamente gli uni e gli altri. Pure la ragione neoliberale ne parla. Ma per rimuovere immediatamente l’idea, per mettersi alle spalle tutte le narrazioni emancipanti delle più innovative pratiche sociali e scienze del ‘900.

La società neoliberale ambisce all’immortalità. Vuol essere, senza se e senza ma, una società resiliente. E vuol esserlo senza transitare per quella debole e forte compagna che un tempo chiamavamo vulnerabilità. Oggi, invece, ci vergogniamo delle nostre inattese vulnerabilità che puntualmente ci colgono nelle sempre più rare pause della nostra esistenza. Ci illudiamo di essere veramente resilienti quando, in realtà, siamo semplicemente affetti da una perniciosa forma di vulnerabilità. Il nome di questa innaturale forma di vulnerabilità è narcisismo compulsivo.

Un narcisismo indotto da quel capillare dominio delle menti annunciato, a suo tempo, dallo slogan thatcheriano sul controllo delle anime come autentica posta in gioco dell’economia e oggi sempre più veicolato dalla codificazione algoritmica delle vite contenute nei cogenti messaggi costituenti del marketing e della pubblicità. Un programma di de-umanizzazione, il cui nome convenzionale è post umano. Un programma di omologazione del modo di produrre e di lavorare. Di abrogazione di qualsivoglia idea di conflitto collettivo. Di socialità consumata nell’esclusiva forma dell’aperitivo post-lavorativo e del weekend coatto. Di conformismo qualunquista nei consumi e nei costumi spacciato per un modo di pensare e di vivere “alternativo”. Di una idea di libertà che ha perduto ogni aggancio con l’antico e nobile ethos di non essere giuridicamente sottomessi e di essere ‘politicamente’ padroni del proprio destino.

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