Per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti hanno una strategia anticorruzione. Lanciata da Biden prima del summit per la democrazia, è pensata per affrontare il problema a livello nazionale e internazionale con l’aiuto degli alleati. Il nostro Paese c’è

Per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti hanno una strategia anticorruzione. Il documento, pubblicato dalla Casa Bianca alla vigilia del Summit per la democrazia tenutosi il 9 e il 10 dicembre scorsi, traduce in cinque pilastri – che vanno dalla necessità di modernizzare il governo all’impegno diplomatico per promuovere iniziative multilaterali – la promessa fatta dal presidente Joe Biden a pochi giorni dal G7 di giugno di elevare la lotta alla corruzione a interesse fondamentale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

“Una scelta giusta alla luce della crisi delle democrazie e dell’ascesa dei regimi autoritari”, aveva spiegato allora, intervistata da Formiche.net, Kathleen Doherty, già ambasciatrice a Cipro e numero due a Roma, oggi chief strategy and retreats officer della Annenberg Foundation Trust at Sunnylands e consulente dell’Albright Stonebridge Group. Secondo la diplomatica ci sono due ragioni dietro la scelta della Casa Bianca. La prima: “Seguire i flussi di denaro illecito è un modo per rafforzare l’accountability di autocrati e cleptocrati che si appropriano del denaro dei loro cittadini”, diceva con riferimento alla Russia di Vladimir Putin in particolare. La seconda: la lotta alla corruzione è cruciale per “evitare di diventare anche noi dipendenti dal denaro sporco alimentando un pericoloso circolo vizioso”.

Quel documento di giugno è la dimostrazione di “un’importante presa di coscienza” da parte dell’amministrazione Biden “sulla corruzione come elemento che impedisce lo sviluppo sociale ed economico, grava sulla ripresa e sul futuro dei giovani, alimenta i fenomeni migratori”, aveva spiegato a Formiche.net il magistrato Michele Corradino, presidente di sezione del Consiglio di Stato e autore del volume “L’Italia immobile” (Chiarelettere), già commissario dell’Autorità nazionale anticorruzione.

Ora c’è anche la strategia. La Casa Bianca prevede la creazione di figure dedicate alla lotta alla corruzione all’interno del dipartimento di Stato, del dipartimento del Tesoro, del dipartimento del Commercio e dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale. A dimostrazione di come il tema sia allo stesso tempo nazionale e internazionale. Le agenzie federali dovranno migliorare “l’analisi dei rischi legati alla corruzione” quando si tratta di aiuti all’estero, specialmente in Paesi con seri problemi di corruzione. L’amministrazione, inoltre, si impegna a sostenere attivisti e giornalisti investigativi che lavorano su questi temi e ad approfondire la cooperazione con i partner stranieri che hanno mostrato volontà politica nella lotta alla corruzione.

Ecco perché l’amministrazione Biden ha organizzato un dibattito proprio su questo tema all’interno del Summit per la democrazia. A presiederlo, Janet Yellen, prima donna a guidare prima la Federal Reserve poi il dipartimento del Tesoro. “È molto importante riconoscere che non sono soltanto gli attori stranieri ad abusare del nostro sistema finanziario. C’è corruzione anche qui a casa nostra”, ha detto nel suo intervento di apertura.

“Il sistema finanziario statunitense è la spina dorsale dell’economia mondiale”, ha spiegato ancora sottolineando che il Tesoro degli Stati Uniti deve “giocare un ruolo di primo piano” a livello globale.

Tradotto: gli Stati Uniti sono pronti a guidare i tavoli anche in questo settore di lotta alla corruzione nazionale e internazionale chiedendo collaborazione alle forze di polizie e ai governi alleati. Lo slancio dall’amministrazione è sottolineato tanto a Washington quanto a Roma. E a quanto ricostruito da Formiche.net, l’Italia, anche sulla scia del rapporto tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e l’amministrazione Biden (a partire proprio da Yellen), è in prima linea con gli Stati Uniti in questi sforzi.

Il mondo italiano in materia di anticorruzione, d’altronde, soddisfa tutte le raccomandazioni internazionali ed è ritenuto all’avanguardia. Merito anche della Legge Severino del 2012, attuata dopo le stime che l’Unione europea e l’Osce avevano stipulato sulla corruzione in Italia, un fenomeno che danneggiava la penisola per 60 miliardi di euro l’anno e la stessa Europa sul 1% del prodotto interno lordo. Dall’Italia, le cui forze di polizia hanno un solido rapporto con l’Fbi, gli Stati Uniti possono apprendere alcune best practice per affrontare temi come porte girevoli e appalti.

Sotto quest’ultimo profilo si pensi al Nucleo speciale anticorruzione della Guardia di Finanza che lavora con l’Autorità nazionale, in questa fase storica centrata su diversi temi, a partire dalla vigilanza sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sugli oltre 200 miliardi sul piatto in Italia ci sono stati anche messaggi da Washington: il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva dichiarato a giugno a Repubblica che “è molto importante che quando arrivano investimenti da altri Paesi si effettuino i controlli necessari sulla loro origine. Soprattutto tenendo presenti le esigenze della sicurezza nazionale, dell’Italia come di altri Paesi”. Come raccontato su Formiche.net, giorni scorsi la Guardia di Finanza, sempre più attenta ai movimenti di denaro dall’Est assieme all’intelligence, ha firmato un protocollo d’intesa con il ministero dell’Economia con l’obiettivo di implementare la reciproca collaborazione e garantire un adeguato presidio di legalità a tutela delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Simile attenzioni gli Stati Uniti porranno sul Build back better act, il piano di spesa sociale da 2.200 miliardi di dollari che andrà al voto alla Camera a gennaio dopo alcuni rallentamenti e su cui l’amministrazione Biden punta per dare impulso alla propria agenda di rilancio dell’economia.

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