Ci sono vaste aree di politica economica e sociale in cui il sindacato può collaborare con governo e Parlamento nell’affinare politiche, programmi e misure. Uno sciopero generale di protesta, poco sentito ed ancor meno compreso, può impedire di percorrere questo cammino che potrebbe essere promettente. Il commento di Giuseppe Pennisi

Si era alla fine della Prima Repubblica, Tangentopoli imperversava, e non era chiaro chi fosse il timoniere. Allora, da un ufficio a Villa Aldobrandini a Via Panisperna, rappresentavo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro in Italia. Tra i miei compiti c’era quello d’interagire con le parti sociali, principalmente con i sindacati della “triplice”. Un giorno andai a trovare nel suo ufficio a Corso d’Italia Sergio Cofferati, con cui ero accumunato dall’amore per la musica classica, specialmente quella tedesca. Con una punta di sorpresa, trovai sulla sua scrivania una copia del libro “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” di Stefan Zweig in una vecchia edizione di Feltrinelli. Chiesi se lo stava leggendo per meglio gustare Richard Strauss. Era solo una delle determinanti. L’altra era capire meglio “il mondo di oggi”. Cofferati è un uomo molto colto che ascese gradualmente la scala della carriera sindacale per diventare successivamente sindaco di Bologna e successivamente europarlamentare. Aveva indubbiamente un legame molto sottile con il poeta, scrittore ed intellettuale austriaco ebreo che fu tra i fondatori del Festival di Salisburgo e che esule si suicidò con la moglie in Brasile nel 1942 depresso per la fine di un’Europa che vedeva ormai succube del nazionalsocialismo.

Anche l’attuale Segretario Generale della Cgil Maurizio Landini è salito sulle scale della carriera sindacale, partendo dai gradini più bassi. Non so se abbia la cultura letteraria e musicale del suo predecessore, Sergio Cofferati. È giovane: sfiora i sessantun anni. Gli auguro di essere pure lui eletto ad amministrare una grande città e di aver uno scranno al Parlamento Europeo, da dove fare udire la sua voce. Dubito che abbia letto “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” e che sappia chi è stato Stefan Zweig.

Se avesse letto il libro, avrebbe contezza della dimensione storica in cui collocare il sindacato, che ora guida, e in cui situare le sue proposte. Oggi si trova in un impasse in quanto ha proclamato uno sciopero a cui una confederazione confederale non ha aderito e nei cui confronti le altre due, compresa quella da lui guidata, paiono essere piuttosto fredde.

Da quando è iniziata la grande coalizione a sostegno del Governo Draghi, pone se stesso ed il sindacato da lui guidato come “il grande interlocutore” di Palazzo Chigi sulle grandi questioni economiche e sociali, da quelle collegate alle diseguaglianze alla riforma tributaria. È visibilmente irritato perché il governo lo ha invitato, lo ha ascoltato ma è poi andato sulla sua strada che, d’altronde, era già tracciata dai vincoli di bilancio. Secondo Landini, seguire il percorso da lui indicato avrebbe portato il sindacato a ricoprire il ruolo “storico” avuto dopo la Seconda guerra mondiale ed a far sì che avesse la funzione di vigilare sulle politiche per una ripresa equa, sostenibile e soprattutto di lungo periodo.

Ma era proprio questo “il mondo di ieri” e ove lo fosse stato ci sono le condizioni per riproporlo?

Indubbiamente, ci sono state grandi figure di sindacalisti, a cominciare da Giuseppe Di Vittorio (che nella seconda parte della sua vita entrò in politica attiva) che furono “grandi interlocutori della politica”. In gran parte della storia sindacale, però, i sindacati, pur mantenendo la loro autonomia dai partiti, operavano tramite i partiti con cui erano più prossimi. Perché, come peraltro prevede la Costituzione, i partiti sono la cinghia di trasmissione tra la società, da un canto, e Parlamento e governo. Il sistema ha funzionato abbastanza bene sino a quando i partiti hanno svolto il proprio ruolo. La cinghia si è rotta da quando i partiti sono diventati comitati elettorali e fazioni, spesso in continua lotta, per la cura di interessi particolaristici. È possibile pensare che il sindacato, e in specie il grande sindacato, possa colmare il vuoto lasciato dalla trasformazione dei partiti? C’è da dubitarne. Non corrisponde al “mondo di ieri”. E “il mondo di domani” è ancora troppo nebuloso.

Ciò nonostante, ci sono vaste aree di politica economica e sociale in cui il sindacato può collaborare con governo e Parlamento nell’affinare politiche, programmi e misure. Uno sciopero generale di protesta, poco sentito ed ancor meno compreso, può impedire di percorrere questo cammino che potrebbe essere promettente.

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