Il leader del Psi considera un errore l’idea di candidare Conte a Roma: “Godeva del prestigio legato all’essere presidente del Consiglio e punto di riferimento per i moderati. Ora in quel ruolo c’è Draghi”. E rivela di essersi speso per impedire l’ingresso del M5S tra i socialisti europei, perché pensare di “assorbire” i populisti è velleitario

È durata solo un giorno la candidatura di Giuseppe Conte alle elezioni suppletive di Roma. Un episodio che, al di là dei facili commenti, risulta emblematico dell’alleanza formale Partito Democratico – Movimento Cinque Stelle e spinge a diverse considerazioni sugli sviluppi del fronte progressista. Da sempre esponente di quest’area politica, Bobo Craxi ha le idee chiare su questo tentativo di assorbimento del populismo a cui contrappone il progetto di una coalizione ampia ma indissolubilmente legata alle radici di sinistra. Craxi descrive una sinistra che non deve cedere alle sirene dell’antipolitica ma assumersi le responsabilità di governo, banco di prova sono i recenti sviluppi nel rapporto tra esecutivo e sindacato così come l’importanza dei rapporti esteri in un’ottica di prospettiva politica. Temi che Craxi analizza qui nel dettaglio. 

Come si spiega questo dietrofront sulla candidatura di Conte?

Secondo me c’è alla base una lettura sbagliata del risultato delle amministrative. Quello grillino è un elettorato che in questo momento sbanda, è probabile che ci sia un nocciolo duro dei 5 Stelle che non ha nessuna intenzione di sviluppare un’alleanza con il centrosinistra. Dopodiché, parliamo di un collegio con un democratico uscente; la coalizione che ha vinto le elezioni a Roma è abbastanza chiara e quindi non ho capito perché candidare chi invece è, di fatto, il capo dell’opposizione romana.

Quindi questa manovra non le è stata chiara?

Assolutamente no, ma tutti la reputano un errore. L’errore in generale è insistere con questa idea, superata dalle cose, dell’alleanza organica tra centrosinistra e il Movimento 5 Stelle. Secondo me non è peraltro ormai neanche nell’interesse dei grillini. Stiamo parlando di un “partito” che dalle ultime elezioni ha perso metà del suo elettorato e soprattutto sta perdendo la sua ispirazione originaria. Certo, c’è il prestigio di Conte, ma quella è un’altra cosa. Conte è stato presidente del Consiglio in una fase storica delicata, gode dell’abbrivio di una popolarità stagionale.

Personalità abbastanza trainante da reggere questa alleanza?

No. Ha goduto di un prestigio ed è innegabile che si tratti di una personalità da tenere in considerazione, ma da qui ad essere il capo politico di un partito il passo è lungo. Aveva una chance, quella di costruire il suo partito. Farsi promotore di un’evoluzione del Movimento, rispondeva a un’esigenza del moderatismo italiano, che è sempre alla ricerca di nuove personalità. Conte era la risposta idonea, ora è superato dalla leadership di Draghi.

 Sull’ingresso dei grillini nei socialisti europei?

Per quanto riguarda quella storia possiamo dire che sta al capolinea. Non aderiranno a nessun gruppo parlamentare, c’è un’opposizione politica di altri socialisti europei, la cosa non aveva né capo né coda, con buona pace di Sassoli.

Idea già archiviata?

Diciamo, senza entrare nel dettaglio, che abbiamo anche lavorato affinché questo potesse essere l’esito di una richiesta paradossale; i socialisti in Europa non è che non leggano i giornali, sanno di che si tratta. In questi anni il contagio populista è qualcosa che i partiti tradizionali in Europa hanno cercato di contenere, mentre in Italia è già avvenuto altre volte che riuscisse nei suoi intenti.

 Ad esempio?

Faccio un esempio: nel 2008 Veltroni scaricò noialtri socialisti e imbarcò Di Pietro, che altro non era che il progenitore del populismo di Grillo.

Era un protogrillino.

Esatto. Questa scelta del Pd ha aperto la strada al ragionamento che l’elettorato antisistema debba essere ascritto alla sinistra, idea secondo me del tutto priva di fondamento storico. La sinistra per sua natura ha una grande responsabilità politica: rappresentando i ceti più deboli della società, deve assumere la responsabilità di governare e produrre i cambiamenti e non di ridursi a cavalcare le proteste.

C’era chi faceva un parallelismo tra Movimento 5 Stelle e Podemos per poterli incanalare a sinistra.

Sono storie diverse: Podemos ha radici che provengono dalla Izquierda Unida, è vero che raccoglie l’eredità del movimento popolare degli indignados che poi a sua volta si trasforma in un partito di governo, e non a caso ha pagato il prezzo di questa sua trasformazione. Però si è trattata di una trasformazione più naturale, Podemos è l’evoluzione della sinistra comunista spagnola quindi con una tradizione amministrativa consolidata ed è perfettamente integrata nel sistema democratico al netto della propria posizione repubblicana.

I Cinquestelle sono un’espressione politica antisistema per antonomasia; sono stati un grande movimento di indignazione verso la politica che ha governato nei vent’anni dopo Tangentopoli, vent’anni che hanno prodotto confusione nel sistema e performance non particolarmente brillanti per l’economia italiana. È chiaro che si tratta di movimenti politici che nascono da un disagio profondo, non soltanto politico. Ma questa alleanza preventiva da parte della sinistra con loro mi sembra un fatto esclusivamente tattico, non vedo alcuna evoluzione di carattere politico. “L’assorbimento del populismo” si dice, ma non è rincorrendolo che lo assorbiamo; Il populismo c’è, esiste e continuerà ad esistere. E sono i movimenti di indignazione che si rivelano alla lunga, come si stanno rivelando, parassitari ed opportunisti.

 Ma alla luce di quanto detto, c’è una seria prospettiva politica dietro questa alleanza per quanto riguarda il futuro della coalizione?

Dipenderà dal sistema elettorale, ma anche con il sistema vigente non è vantaggiosa perché in ogni caso ci si potrebbe alleare con loro una volta che i cittadini sono andati al voto. Invece se rendi organica l’alleanza allontani un pezzo dell’elettorato progressista e riformista che non intende assolvere il populismo dalle sue colpe. Capisco che in questo paese si dimentichi in fretta, ma ricordiamo quanto mostruoso sia stato l’antisistema dei grillini, non mi convince affatto un Di Maio passato repentinamente dal gilet giallo alla feluca, anzi, più clamorosi e vistosi sono i cambi di orientamento e maggiore è la perdita di credibilità. Da questo punto di vista rispetto di più un Alessandro Di Battista, che non ha velleità governative e si limita all’antipolitica.

 Un paradosso è il Partito Democratico che si fa bandiera del garantismo per poi allearsi con quell’area manettara che criminalizza l’avversario politico, un esempio è la recente petizione contro Berlusconi.

Il Garantismo è un valore essenziale per la sinistra degli anni Venti. Il referendum sarà un banco di prova per il Partito Democratico. Qualsiasi cedimento a difesa della casta dei magistrati verrà punito dall’elettorato di sinistra che non può più sopportare abusi e protagonismo del potere giudiziario e men che meno la trita melassa del moralismo unidirezionale e dell’uso politico della giustizia, specie in campagna elettorale. Quello che è accaduto a settembre è stato stucchevole. Meloni e Salvini vanno sconfitti sul piano politico democratico non in quel modo becero. É orribile che ritorni in auge il metodo Violante. Magari come quest’ultimo se ne pentiranno fra venti anni, ma é un modello ormai desueto che spero venga sconfitto con il referendum.

Detto questo, la sinistra dovrebbe tornare a una coalizione “classica”?

Un progetto politico per la sinistra che si richiami alla tradizione di quest’area è secondo me funzionale, anche per il sistema elettorale. Io sono di un partito che rivendica il fatto di essere il più antico della democrazia italiana, auspico per questo un fronte ampio  che veda assieme progressisti, democratici, riformisti, socialdemocratici, radicali e ambientalisti come è  avvenuto a Roma.

Un’alleanza che possa intercettare anche personalità come Renzi e Calenda se saranno in grado di abbassare egoismi ed egotismi. I populisti faranno la loro strada da soli e solo se necessario potranno sostenere il governo, facendone parte o con un appoggio esterno. Penso che la sinistra debba andare unita e allargare questo fronte a tutti quelli che intendono sostenere questo fronte ampio. Meglio se rappresentato da una lista unica.

Un modello del genere può essere ancora valido? Anche con anime così diverse tra loro?

I grandi partiti sono in crisi, vivono della rendita garantita dall’occupazione sistematica dell’informazione, ma sono assenti nella società italiana. Meglio a questo punto generare alleanze politiche elettorali composite che abbiano alla base punti semplici e fondamentali: la ripresa, le riforme istituzionali in Italia e la nuova Costituzione europea. In una fase come questa dovranno dare un segnale chiaro sottolineando che la nostra prospettiva è il rafforzamento dell’area progressista e socialdemocratica in Europa pur sapendo che il nostro terreno naturale di confronto è legato alla storia della sinistra italiana e ciò che rimane di essa.

Per sinistra italiana non intendo il cristallizzarsi di posizioni ideologiche novecentesche, intendo un partito che sia un forte alleato del movimento sindacale quando non declina verso posizioni massimaliste improduttive, che rappresenti i ceti medi e che sia femminista nel senso che considera prioritaria la questione dell’uguaglianza femminile, che sia ambientalista, che sia sensibile alle responsabilità assunte dai governi del mondo di fronte ai cambiamenti climatici. Un partito progressista che non sia rinchiuso in una torre d’avorio ma che guardi ai modelli avanzati delle socialdemocrazie liberali che ancora sopravvivono e contrastano in modo efficace il nuovo capitalismo autoritario e il populismo parassitario ed improduttivo.

 Alleanza con il sindacato e sostegno a Mario Draghi possono coesistere?

Abbiamo sempre considerato lo strumento dello sciopero generale come una estrema ratio. Rispettiamo questo passaggio della Cgil e della Uil e mi permetto di rilevare che esso é il prodotto di un disagio reale nel paese come si è evinto dalle numerose manifestazioni di protesta animate sulla storia del Green Pass. Tuttavia, nella piattaforma che convoca lo stop al lavoro sono contenute questioni che si possono affrontare e per le quali il ricorso estremo allo sciopero generale mi è sembrato eccessivo.

Vi sono sforzi importanti contenuti nella Legge Finanziaria, il caro-vita non può essere ascritto a una debolezza governativa ma ad un’oggettiva nuova condizione internazionale che investe il rialzo delle materie prime. Tutto questo mentre usciamo dalla catastrofe sanitaria.

Dobbiamo guardare al bicchiere mezzo pieno in questa stagione che é gravida di incognite politiche ed economiche. La divisione sindacale non era in questo momento desiderabile ed auspicabile. È necessaria una cooperazione tra mondo del lavoro e mondo della produzione, è vero che il primo ha subito il congelamento dei salari ma è altrettanto vero che il secondo a cui è stato affidato il compito del rilancio dell’economia è “anchilosato”.

Questo è il problema, abbiamo ancora un capitalismo assistito, e non ho sentito in questo periodo grandi proposte dei capitalisti privati. Non per caso viene invocato il ritorno all’economia di Stato, uno Stato che deve prendere in mano il bastone dell’economia e rilanciare l’iniziativa pubblica. Questo è solo in parte quello che sta facendo Draghi conscio della concorrenza spietata in Europa. Di fronte a questa situazione, i partiti dovrebbero adempiere al loro compito: lavorare per mettere delle idee in campo con idee guida importanti.

Con tutto il rispetto, in parlamento ci si è scontrati sul disegno di legge contro la violenza di genere (che io approvo, apprezzo e sostengo), ma sarebbe stato diverso se ci si fosse confrontati, in questi mesi di governo Draghi, sulle linee della nuova politica economica italiana. La decretazione ha come al solito annullato dibattito parlamentare. Si e rigenerato un cerchio magico a Palazzo Chigi e questo non va assolutamente bene. Il governo della Repubblica deve essere una casa di vetro, non c’è il segreto bancario dietro le scelte pubbliche. Questo non avviene perché emergono tutti  i limiti della guida “tecnica” del governo.

 In quest’ottica come si muove il suo partito?

Il Psi è ciò che rimane della tradizione socialista, un tentativo estremo di mantenere in vita qualcosa in più che non sia solo testimonianza. La sua forza è stata quella di far scendere in campo una generazione di giovani dirigenti, parliamo di ragazzi che nel ’92 avevano quindici o vent’anni, una generazione che per fortuna non porta sulle spalle le scorie del colpo di stato di Mani pulite. Parliamo di una cosa piccola, ma nobile. Io cerco sempre di incoraggiare, non ho fatto come tanti che fanno i socialisti iscrivendosi ad altri partiti o stando alla finestra. Questo partito, aderente al Partito del Socialismo Europeo, può vantare una diffusa presenza sul territorio e a differenza di altre formazioni ha rappresentanti ovunque, in tutte le province italiane, perché è una tradizione importante della storia politica del paese. Se tornerà il sistema proporzionale nulla ci impedirà di rialzare orgogliosamente la testa. Tuttavia un passo alla volta, la ricostruzione socialista è cominciata.

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