Per la prima volta nella sua storia, il fatturato annuo dell’azienda cinese è in negativo. Pesano sanzioni Usa e pandemia. A marzo atteso il rapporto, che darà qualche indizio sul futuro del colosso del 5G

Huawei si trova a fare i conti con un calo di fatturato per la prima volta nella sua storia. Non uno piccolo. Uno del 29 per cento. È quanto emerge dai numeri del 2021 annunciati dal presidente di turno dell’azienda, Guo Ping. Nell’anno che volge al termine il volume d’affari aziendale è ammontato a 634 miliardi di yuan (circa 88 miliardi di euro), in calo del 28,8 per cento rispetto al 2020, quando era invece aumentato del 3,8 per cento annuo a 891,4 miliardi di yuan.

Il percorso di Huawei è “lungo e difficile”, ha spiegato Guo in un messaggio per il nuovo anno. Sui conti pesano “gravi sfide” in un clima commerciale “imprevedibile” segnato dalla “politicizzazione della tecnologia e da un crescente vento di deglobalizzazione”, si legge in una lettera in lingua inglese vista dalla Cnbc. Tradotto: quel quasi meno 30 per cento è figlio delle sanzioni statunitensi e della pandemia, dice Huawei, che nelle ultime settimana è stata al centro di nuove rivelazioni sulle falle che hanno rafforzato i sospetti occidentali.

Ma non è tutto. Infatti, grava anche la decisione dell’anno scorso di vendere Honor, marchio di smartphone la cui cessione è stata pensata per dargli la possibilità di eludere i controlli americani sulle esportazioni.

L’azienda, ha spiegato Guo, manterrà il proprio focus sulle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni e sui sistemi elettronici smart nel 2022 e negli anni a seguire, proseguendo lo sviluppo di EulerOs per l’infrastruttura digitale e dell’ecosistema software HarmonyOs per smartphone. Quest’ultimo, come raccontato su Formiche.net, ha ottime possibilità di diventare pervasivo nei prodotti cinesi, compresi quelli venduti in tutto il mondo.

Nelle scorse settimane l’Economist si interrogava sul futuro di Huawei tra la resistenza alle sanzioni americane nella speranza di una “fase di seconda startup” e una sorta di “distruzione creativa” schumpetariana disperdendo un esercito di 105.000 ingegneri per favorire la crescita di centinaia di nuove imprese. “È assai probabile”, scriveva l’Economist, che Huawei sceglierà la prima, un po’ perché è “un’azienda privata con grande fiducia in sé”, un po’ per la sua cultura “mai dire mai”. “Potrebbe diventare un campione nazionale per la missione del presidente Xi Jinping di rendere il Paese più autosufficiente nella tecnologia”, continuava il settimanale. “E il governo di Pechino non sopporterebbe l’idea di vederla appassire sotto la pressione dello zio Sam”.

C’è poi l’ipotesi di quotazione, evocata in primavera, dopo i conti in rosso del primo trimestre, da Ren Zhengfei, fondatore del colosso del 5G. La soluzione è rimasta fuori dall’intervento di Guo. Ma l’appuntamento è fissato a marzo, quando Huawei rilascerà il suo tradizionale rapporto annuale. Il documento relativo al 2020, il primo dopo le sanzioni statunitensi, vedeva l’azienda crescere soltanto in Cina. Rappresentava un manifesto di resilienza diretto all’Occidente che, notavamo su Formiche.net, “a livello industriale non può che svegliarsi, far correre veramente le aziende europee, attirare investimenti dagli Stati Uniti. Altrimenti non resterà che una soluzione: cedere alla narrazione cinese, pronta a tutto per dimostrare all’Occidente che tenere fuori le sue aziende è un costo”.

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