La diplomazia di Pechino ha lanciato una campagna mediatica contro il summit convocato da Biden. Ecco i difensori italiani della presunta democrazia cinese, che trovano spazio sui media radiocomandati da Xi

Il governo cinese ha avviato da qualche giorno una massiccia campagna mediatica contro il Summit per la democrazia convocato dal presidente statunitense Joe Biden per il 9 e 10 dicembre con oltre 100 Paesi e organizzazioni internazionali, tra cui Taiwan. Tra le escluse, invece, l’Ungheria di Viktor Orbán, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping.

Il Partito comunista cinese è deciso a mettere in dubbio il concetto di democrazia organizzando dibattiti e anche pubblicando un libro bianco dal titolo “Democrazia cinese”. Nel volume la democrazia non viene negata, anzi: la tesi di fondo è che esiste, parafrasando Deng Xiaoping, una democrazia con caratteristiche cinesi. “Secondo il libro bianco, la democrazia è un comune valore dell’intera umanità, nonché un’importante idea a cui il Partito comunista cinese e il popolo cinese hanno aderito incessantemente”, recita la nota diffusa da China Radio International, l’ex Radio Pechino posta sotto il controllo del dipartimento di Propaganda del Partito comunista cinese. Per Pechino la democrazia non è un “brevetto” di pochi Paesi ma un diritto dei popoli. “Un Paese è democratico o meno, deve essere giudicato dal suo popolo, ma non da alcuni stranieri”. E ancora: “Quale Paese nella comunità internazionale è democratico o meno deve essere giudicato dalla comunità internazionale, ma non da alcuni paesi che si ritengono nel giusto. La democrazia può essere realizzata in diversi modi, non è possibile che tutti seguono sempre un stesso modello. Non è democratico giudicare diversi sistemi politici con un unico criterio o guardare le molteplici civiltà politiche umane con una visione monotona”.

Su queste linee comunicative si è mosso Li Junhua, ambasciatore cinese a Roma, che in un intervento per l’Adnkronos ha definito il Summit per la democrazia “un pretesto per fomentare un confronto fra fazioni”, che riflette una “mentalità della guerra fredda e del gioco a somma zero” da parte degli Stati Uniti. “Noi”, ha scritto, “ci opponiamo fermamente a questi tentativi di dividere la comunità internazionale e di ‘privatizzare la democrazia’, è estremamente antidemocratico tentare di contenere altre nazioni, strumentalizzando la democrazia”.

Secondo il diplomatico la Cina viene definita un Paese non democratico a causa di “un’errata interpretazione del concetto di democrazia, ma soprattutto da un fraintendimento della democrazia cinese. La democrazia è un valore comune a tutta l’umanità e un concetto fondamentale che il Partito Comunista Cinese e il popolo cinese hanno sempre sostenuto”, sostiene Li riprendendo gli stessi temi della nota fatta circolare da diversi media cinesi come China Radio International.

Sugli organi della propaganda di Pechino impegnati nel diffondere il messaggio della democrazia con caratteristiche cinesi c’è spazio anche per alcuni italiani.

C’è Michele Geraci, già sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico durante il governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte, e grande sostenitore del memorandum d’intesa firmato da Italia e Cina sulla Via della Seta nel marzo 2019. Da settembre 2020 “ha ripreso la sua carriera di professore universitario nella provincia dello Zhejiang, in Cina orientale”, ci faceva sapere allora il notiziario Xinhua rilanciato dall’Ansa citando anche gli studenti che hanno dato il bentornato al docente “severo ma ‘cool’”. Geraci è stato ospite di quello che ha definito “un approfondito talk show” di Cgtn, canale televisivo di China Media Group, emittente sotto il controllo del dipartimento di Propaganda del Partito comunista cinese. Una discussione per mettere “a confronto la democrazia cinese con quelle occidentali”. La Cina, “democrazia diretta o indiretta?”, si chiede il professore riferendosi alla Cina e dando per scontato che questa sia una democrazia.

Su Twitter è tornato poi ad alimentare una sua vecchia teoria, quella sui diritti umani violati in Cina quanto in Italia e in Occidente in generale. Nei mesi scorsi l’aveva fatto citando episodi come quelli dei carcerati picchiati a Santa Maria Capua Vetere o “i gay vittime di bullying”, ma anche “votare con liste bloccate” e ”nessun colpevole per Ustica”. Negli ultimi giorni è tornato ad alimentare la sua teoria rilanciando un altro episodio, quello delle ragazze violentate sui treni lombardi. Episodi gravi, ma appunto episodi: nulla a che vedere – almeno per noi – con quella che Amnesty International definisce una “repressione sistematica degli uiguri e di altri musulmani turchi nella regione dello Xinjiang” a opera delle autorità cinesi.

C’è Giancarlo Elia Valori, manager, economista, professore straordinario presso l’Università di Pechino (dove c’è un edificio dedicato alla madre Emilia), già presidente di Autostrade per l’Italia e presidente onorario di Huawei Italia. Intervistato dal Global Times, megafono della propaganda cinese in lingua inglese, dice: “Il più grande fraintendimento e cliché sul Partito comunista cinese da parte dei politici occidentali è che non è democratico. Ovviamente, quando lo dicono, danno per scontato che la ‘vera’ democrazia sia la loro, quella che sgancia bombe sulla gente per imporla a popoli ignari e retrogradi, e a dittatori che non sono loro amici”.

C’è Romeo Orlandi, economista, sinologo, presidente di Osservatorio Asia e vicepresidente dell’associazione Italia-Asean guidata dall’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Il suo discorso all’International Forum on Democracy, diffuso da Cgtn, è stato rilanciato su Twitter dall’ambasciatore Li, da poco sbarcato sulla piattaforma social che nel suo Paese è oscurata. “Sono pienamente d’accordo con Romeo Orlandi”, scrive il diplomatico: “La Cina mostra una via diversa per la prosperità; le definizioni occidentali di democrazia e diritti umani non sono le uniche al mondo”. Dopo la caduta del Muro di Berlino, ha sostenuto Orlandi, è arrivata la Cina, e… riportiamo alcuni passaggi dell’intervento.

La Cina ci ha mostrato che si può creare valore, prosperità, ricchezza, si può sconfiggere la povertà, si possono migliorare le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone non soltanto in Cina ma anche in Asia e in altri Paesi emergenti, usando metodi differenti. Quindi, in questo caso la democrazia non è più un postulato, non è più una necessità. Può essere considerata una scelta, uno strumento, qualcosa che si può usare in un certo periodo di tempo e si può non applicare in un altro (…). Questo è estremamente importante perché quel concetto introduce la possibilità di idee diverse, in Paesi diversi, in momenti diversi. Ciò che conta sono il risultato finale. E il risultato finale è la prosperità delle persone che governi.

Nelle scorse settimane, un altro italiano, Fabio Marcelli, dirigente di ricerca dell’Istituto di studi giuridici internazionali del Cnr e firma del sito del Fatto Quotidiano, aveva partecipato a un evento organizzato dallo Human Rights Center della Central South University nella provincia di Henan. Nel suo intervento ha sottolineato, riporta il Global Times, che “gli Stati Uniti volevano esportare la loro democrazia in Iraq perché l’Iraq era, secondo loro, un Paese non democratico in quel momento. L’Iraq è stato invaso dalle forze statunitensi nel 2003 durante l’amministrazione del presidente George W. Bush. Ma 18 anni dopo, Washington ha fallito nel suo tentativo di esportare la democrazia in Iraq, contrariamente allo spirito fondamentale del diritto internazionale, ha notato Marcell[i]”.

Le voci dall’Italia (e non soltanto) rilanciate da Pechino contro il Summit per la democrazia voluto da Biden sembrano andare tutte nelle stessa direzione. E l’assenza di contrasti non è certo una cifra delle democrazie.

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