Un tweet di un apprezzato giornalista straniero ravvede nell’ipotesi di un’elezione della direttrice del Dis Elisabetta Belloni al Colle o a Chigi un rischio per la politica. Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di intelligence, commenta pregiudizi ed equivoci intorno al mondo della sicurezza nazionale italiana

In tempo di elezioni del Presidente della Repubblica, è normale che il toto-Quirinale si trasformi nello sport nazionale. Se poi, come in questo caso, i partiti non riescono “a trovare la quadra”, il dibattito assume contorni ancora più esasperati. I nomi dei possibili candidati vengono lanciati a raffica. Sembra che il principio guida consista nel citare tutte le personalità possibili: alla fine, una di loro effettivamente sarà eletta. Se poi, il principale quirinabile è l’attuale presidente del Consiglio, ecco che i nomi in campo quasi raddoppiano perché bisogna prevedere anche l’inquilino di Palazzo Chigi.

Un gran bailamme, insomma. Nel quale non poteva non essere menzionata anche l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, una vita professionale trascorsa alla Farnesina e da pochi mesi impegnata a dirigere il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Apriti cielo. È bastato che qualche giornale facesse il suo nome perché riaffiorassero polemiche circa l’opportunità di avere una figura dell’intelligence al vertice delle istituzioni. La questione, evidentemente, è delicata e merita una analisi meno improvvisata. Per questo, Formiche.net ha chiesto l’opinione di Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence e firma nota fra i lettori della nostra testata essendo una delle figure italiane più brillantemente impegnate nella diffusione della cultura della sicurezza nazionale.

Professor Caligiuri, Tom Kington, corrispondente de “The Times” in Italia, ha scritto testualmente che “Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani, è una possibile candidata alla carica di Primo Ministro. Immagino che sarebbe molto efficace dal momento che i leader dei partiti non oseranno sfidarla per paura che abbia sporcizia su di loro”. La sorprende questo commento?

È singolare che un’opinione del genere provenga da un qualificatissimo giornalista inglese. Denota un’idea imprecisa dell’intelligence e soprattutto di quella del nostro Paese. Da noi le polemiche sul dossieraggio nei confronti dei politici risalgono alla metà degli anni Sessanta. Oggi ci sono leggi precise che non solo regolamentano l’attività dei Servizi ma ne determinano anche il controllo parlamentare, amministrativo e giudiziario. Quello che ipotizza Kington sarebbe ovviamente impossibile, perché al di fuori dalla legalità.

Come si spiega questo tweet da parte di un giornalista così stimato?

Prima di tutto noto una forte superficialità nel considerare le vicende del nostro Paese, circostanza ricorrente, e a volte non disinteressata, nella stampa britannica. Inoltre, un pregiudizio verso l’intelligence, considerata un ambito in cui accadono le cose più oscure e indicibili. Probabilmente Kington ricorda le Commissioni presiedute da Lord Hutton e Lord Chilcot sulle vicende della seconda Guerra del Golfo. La prima commissione censurò la BBC per una trasmissione televisiva del maggio del 2003 in cui si contestavano i rapporti di intelligence che avevano giustificato appena due mesi prima l’invasione dell’Iraq da parte degli angloamericani. La fonte di quelle informazioni era il biologo David Kelly che, a due mesi dallo scoppio dello scandalo, venne trovato suicida. La seconda commissione invece accertò nel 2016 che erano false le prove di intelligence che affermavano l’esistenza di arsenali di armi chimiche in possesso di Saddam Hussein. Tony Blair, primo ministro dell’epoca, ammise l’evidenza.

Non c’è solo il giornalista inglese, però. Il direttore de “La Verità”, Maurizio Belpietro, riferendosi a una possibile ascesa della Belloni, parla di “Roba da Unione sovietica”.

In una democrazia come la nostra tutte le idee sono legittime e quelle di Belpietro vanno inquadrate del contesto più ampio delle previsioni dell’elezione del Presidente della Repubblica. Detto questo, è un’iperbole paragonare il ruolo del Dis con quello del KGB. Il ruolo di direttore dell’organismo che coordina i nostri Servizi dal 1977 ad oggi, prima il Cesis e poi il Dis, ha visto al vertice altri due diplomatici di rilievo: Francesco Paolo Fulci, apprezzato rappresentante italiano all’ONU e scomparso proprio qualche giorno fa, e Giampiero Massolo, attuale presidente di Fincantieri. Disegnare l’ambasciatrice Elisabetta Belloni come una spia e una sorta di versione italiana di Yuri Andropov o Vladimir Putin è un esercizio obiettivamente ardito. Il riferimento all’Unione sovietica può andare bene come titolo di giornale per attirare l’attenzione ma non certo per spiegare la realtà.

L’Italia secondo lei ha superato la diffidenza verso l’intelligence?

Nonostante ricorrenti polemiche, sono convinto che rispetto al passato abbiamo compiuto enormi passi avanti. Il compianto prefetto Carlo Mosca ricordava spesso che a metà degli anni Ottanta nessuno voleva scrivere la voce “Servizi di informazione” nell’aggiornamento del “Novissimo digesto”. Il pregiudizio ideologico verso i Servizi ha un suo fondamento storico e una ragione logica vista la necessaria riservatezza dell’attività. Da un lato i Servizi sono stati coinvolti nella strategia della tensione e in alcuni gravi scandali che hanno segnato la vita politica del nostro Paese. Ci sono state precise responsabilità che la magistratura ha sanzionato. Così come va rilevato che tanti altri operatori dell’intelligence inquisiti nel corso degli anni sono stati completamente assolti da ogni addebito. Il loro elenco è molto più lungo di quello dei condannati.

Eppure c’è l’idea che gli 007 siano al di sopra della legge.

È un’affermazione che non corrisponde alla realtà. L’intelligence oggi in Italia è ampiamente regolata da una precisa normativa. Ho approfondito la questione in due libri “Intelligence e magistratura” nel 2017 con la prefazione di Carlo Mosca e “Intelligence e diritto” nel 2021 con la prefazione di Luciano Violante. Pur nella necessaria riservatezza dell’azione e nelle sempre possibili deviazioni individuali e in quanto tali perseguibili ai sensi di legge, i Servizi oggi non rappresentano certo uno Stato nello Stato né un luogo dove si ordiscono congiure di palazzo.

L’opinione pubblica ne è consapevole, secondo lei?

L’attenzione che viene prestata all’argomento dimostra che aree sempre più ampie dell’opinione pubblica stiano cominciando a comprendere la funzione dell’intelligence come strumento fondamentale per preservare il benessere e la sicurezza nazionale, uno strumento necessario per contrastare terrorismo e criminalità oltre che tutelare gli interessi economici e strategici del Paese. Proprio per questo sarebbe preferibile parlare di intelligence con maggiore serenità, senza confondere il legittimo dibattito politico con valutazioni approssimative sul sistema della nostra sicurezza nazionale.

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