Ad oggi ci vogliono misure più coraggiose, in grado di “portare” l’Italia alla transizione energetica, altrimenti c’è il rischio che, insieme a quella ecologica, essa si riduca a una forma di “giardinaggio”. L’intervento di Massimo Medugno, direttore generale Assocarta

Appassionati e non, hanno seguito le vicende di Djokovic in terra di Australia. Un modo (per cercare) di distrarci dalle vicende più rilevanti e importanti di casa nostra sul caro energia. E così ne utilizzo il linguaggio per sottolineare alcuni aspetti.

Abbiamo letto le diverse sintesi apparse sui quotidiani riferite al nuovo decreto legge, approvato lo scorso venerdì, che conterrebbe alcuni articoli sull’emergenza del caro energia. Da quello che ho letto, anticipo una valutazione, ovviamente riferita a bozze e testi non ufficiali. Riprendendo la metafora tennistica, mi sembra che sia un “net”, cioè siamo finiti in rete. Perché? Provo a spiegarlo.

La “riduzione oneri di sistema” per il primo trimestre 2022 per le utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kWh tocca marginalmente le imprese energivore vere e proprie. Si annullano, infatti, per il primo trimestre 2022, con decorrenza dal 1°gennaio 2022, le aliquote relative agli oneri generali di sistema applicate alle utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW, anche connesse in media e alta/altissima tensione o per usi di illuminazione pubblica o di ricarica di veicoli elettrici in luoghi accessibili al pubblico. In questo caso gli “utenti” non sono acciaierie, fonderie o cartiere, industrie alimentari. Ai relativi oneri si provvede con 1.200 milioni di euro per l’anno 2022, prelevati dai proventi delle aste delle quote di emissione di CO2. Sono fondi, questi, che provengono, invece, da fonderie, cartiere e vetrerie, cioè da una parte delle imprese energivore vere e proprie.

Passiamo alla “Riduzione bollette per gli energivori” che riconosce un credito di imposta guardando il solo aumento dei costi di acquisto (e consumo) dell’energia elettrica senza considerare gli aumenti del costo del gas, di cui si è scritto è parlato abbondantemente. Il meccanismo fa riferimento al caso in cui vi sia stato un aumento maggiore del 30% del costo, in un certo periodo, e prevede un credito d’imposta del 20%. Una misura di difficile attuazione in quanto si basa su valutazioni di costi che riguardano ogni singola impresa, ma quello che più conta è che una misura non in grado di rallentare l’inflazione.

Bisognerà far cassa e chi non potrà o riuscirà, non potrà utilizzare il credito d’imposta. Il credito d’imposta sarà utilizzabile esclusivamente in compensazione ed è cumulabile con altre agevolazioni che abbiano ad oggetto i medesimi costi, a condizione che tale cumulo, tenuto conto anche della non concorrenza alla formazione del reddito e della base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive, non porti al superamento del costo sostenuto. Potrà essere ceduto, anche parzialmente, con esclusione della facoltà di successiva cessione da parte del cessionario ad altri soggetti, compresi le banche e gli altri intermediari finanziari. Anche in questo caso ai relativi oneri 540 milioni di euro per l’anno 2022, si provvede mediante corrispondente utilizzo, di quota parte dei proventi delle aste delle quote di emissione di CO2.

Infine è prevista una misura “Interventi sull’elettricità prodotta da impianti a fonti rinnovabili” che prevede un riequilibrio in termini di maggior incassi per i soggetti che producono energia da fonti rinnovabili che hanno costi variabili nulli.

Le ragioni della delusione delle imprese, ad avviso di chi scrive, sono abbastanza evidenti, se non ci sarà dopo il “net”, una seconda palla di servizio che “centri” il quadro del campo.

Sono, infatti, interventi tampone, per qualche mese e non riguardano chi sta sopportando i costi maggiori. Ad esempio, quell’incremento del 500% del costo del gas. Sono finanziati con i proventi delle aste CO2 (i cui prezzi sono schizzati a livelli inverosimili) che sono pagati dalle stesse imprese energivore che stanno sopportando il caro energia.

Evidentemente sono interventi molti diversi, poi, da quelli attuati dalla Francia e dalla Germania, che, rispettivamente, hanno previsto quantità di energia da nucleare ceduta a prezzi calmierati e l’esclusione degli oneri di sistema nella misura massima dell’85%.

A questo proposito, ad esempio, il sistema delle imprese aveva proposto una gas release per il tempo sufficiente per valorizzare (a parità di consumi) il gas “Made in Italy”, un intervento del GSE per la cessione di un quantitativo di energia da fonti rinnovabili e l’ampliamento fino al livello “tedesco” dell’esclusione degli oneri di sistema. Un set di proposte a breve e medio periodo.

Saranno, forse, state più costose, ma il momento richiede scelte forti. Le imprese non sono in grado più di sopportare un tale livello di costo dell’energia e del gas.

È qualcosa che si sta ripercuotendo su tutte le filiere, come quella della carta che totalmente vale 22 miliardi di euro, pari all’ 1,3% Pil italiano.

Le misure qui criticate, sono state già tacciate di essere interventi contro la transizione energetica. A questo proposito, va ricordato che l’Italia è la seconda manifattura in Europa e se ciò rappresenta la forza e il vanto di questo Paese, va “riconosciuto” soprattutto in una fase di emergenza come questa.

Ci vogliono misure più coraggiose, in grado di “portare” questa manifattura alla transizione energetica, altrimenti c’è il rischio che, insieme a quella ecologica, essa si riduca a una forma di “giardinaggio”.

E senza “evocare” le risorse dai Sad (Sussidi Ambientalmente Dannosi, di cui pure si è letto qualcosa nelle diverse “cronache” riferite alle misure approvate venerdì scorso) la cui nozione è talmente ampia da ricomprendere anche l’abbattimento delle accise per l’agricoltura e l’autoambulanze (oltre, ovviamente, a tutte le misure previste, evocate e suggerite per affrontare il caro energia).

L’industria è pronta per investire nella decarbonizzazione, con biometano, fonti rinnovabili programmabili e non, utilizzando proprio i fondi derivanti dai proventi delle aste CO2, come previsto dalle norme.

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