Nel 2020 l’effetto Covid ha colpito tutto il mondo e tutti i Paesi europei. La caduta del Pil in Italia è stata pari al -9%. Solo Spagna e Regno Unito hanno avuto una riduzione lievemente maggiore. Tutti gli altri Paesi hanno visto scendere il loro Pil in misura di gran lunga inferiore. Come uscirne? Giuseppe Pennisi commenta l’analisi del Centro Studi Economia Reale in uscita in questi giorni per Rubbettino

Esce in questi giorni, per i tipi di Rubettino, un bel lavoro del Centro Studi Economia Reale (presieduto da Mario Baldassarri) su come rimettere la politica economica italiana sul retto binario dopo un ventennio perduto in cui siamo passati da essere uno dei Paesi dell’Unione europea (Ue) a più alto Pil pro-capite ad uno in cui il Pil pro-capite è inferiore alla media di quelli dell’Ue. Nel 2019 (ossia prima della pandemia) era più basso di quello del 2000. Il libro è intitolato Italia ed Europa: si riparte ma da dove si viene e dove si va? Vent’anni prima del Covid. Vent’anni dopo il Covid. Tre anni di riforme per recuperare il ventennio perduto.

È una ventata di aria fresca nei giorni in cui pullulano proposte fantasiose (ne abbiamo parlato il 5 gennaio su questa testata) di riduzione del debito pubblico, più o meno, tutte basate sull’ipotesi che un “buon samaritano” passi dalle nostre parti per toglierci le castagne dal fuoco. Il “buon samaritano” – occorre capirlo una volte per tutte – non passa dalle parti di chi ha praticato politiche economiche errate perseverando per due decenni ed ora si trova con l’acqua alla gola. Il “buon samaritano” ha altro da fare. Sta a noi rimetterci in piedi con una politica mirata alla crescita, l’unica che può gradualmente ridurre il peso del fardello del debito.

Nei vent’anni in cui il Pil pro-capite si restringeva, quello degli altri dell’Ue (con rarissime eccezioni) cresceva. Si può pensare che è solo colpa del “destino cinico e baro”? L’anomalia Italia – afferma lo studio documentandolo con dati e cifre – risulta quindi essersi determinata in un contesto europeo che comunque ha creato migliori condizioni di sviluppo e benessere in tutti gli altri Stati, con anche un lieve processo di catching-up tra i Paesi dell’euro. Non è stata la conseguenza di scelte dell’Ue, o dei “parametri di Maastricht” su cui si usa sparare ad alzo zero, ma da scelte decise “internamente” al nostro Paese, dai governi e dai Parlamenti che non sono mai stati in grado di introdurre riforme strutturali.

Non è neanche conseguenza diretta del Covid. Nel 2020 l’effetto Covid ha colpito tutto il mondo e tutti i Paesi europei. Sta di fatto però che la caduta del Pil in Italia è stata pari al -9%. Solo Spagna e Regno Unito hanno avuto una riduzione di Pil lievemente maggiore. Tutti gli altri Paesi hanno visto scendere il loro Pil in misura di gran lunga inferiore.

Come uscirne? L’analisi propone tre passaggi essenziali; a) l’utilizzo delle risorse del Next Generation EU ed un maggiore utilizzo dei fondi del bilancio ordinario europeo, valutando quali effetti possono produrre sull’economia italiana; b) la realizzazione di una riforma fiscale strutturale e consistente totalmente coperta da risorse ricavate da tagli di sprechi di spesa pubblica e recupero di evasione, anche perché sarebbe palesemente impraticabile ridurre il carico fiscale a famiglie ed imprese in Italia caricandone l’onere sui fondi europei; c )la realizzazione di una riforma della pubblica amministrazione e della giustizia civile che producano alla fine un aumento della produttività totale dei fattori.

L’impulso “esterno” proveniente dai fondi europei è assolutamente necessario… ma non è di per se stesso sufficiente. Dopo un positivo triennio di ripresa si tornerebbe a tassi di crescita modesti e comunque inferiori alla media del resto d’Europa. Con quei fondi infatti potremmo dare un significativo impulso alla ripresa ma avremmo ancora un bilancio pubblico italiano che, non modificando livelli e composizione della spesa e delle tasse, continuerebbe a esercitare una negativa distorsione delle risorse. Ergo, la necessità di riforme vere e profonde, che vengono dettagliate nello studio. Solo così l’Italia potrebbe tornare ad avere un Pil pro capite pari alla media dell’Unione nel 2032 e pari alla media dell’Area euro nel 2037. Questo rende sostenibile il nostro debito pubblico e consolida in modo forte e crescente tutte le nostre condizioni di finanza pubblica. Il rapporto Debito/Pil scenderebbe di oltre sei punti percentuali all’anno e si porterebbe al 111% nel 2028.

La chiave, però, è anche in un’altra proposta del lavoro. È una proposta che può apparire tecnica, ed unicamente per specialisti, ma che ha forte contenuto politico e su cui vale la pena soffermarsi. Negli imminenti negoziati europei sulla revisione delle regole per la valutazione ed il monitoraggio delle politiche di bilancio (gli ormai famosi “parametri di Maastricht”, occorre giungere ad una modifica apparentemente solo “contabile”: non solo dal computo dell’indebitamento verrebbero escluse le spese per investimenti e nei bilanci pubblici va sostituito il parametro dell’”avanzo primario” (privo di basi teoriche ed empiriche) con quello dell’”avanzo di parte corrente” (risparmio pubblico). Per ogni 1% di “avanzo corrente” (autofinanziamento) si può permettere il 2% di investimenti pubblici in più, in parte finanziati in deficit. Si tratta di introdurre una Platinum rule ancor più efficace e rigorosa della Golden rule (indicata da Solow settanta anni fa) che indicava di lasciare gli investimenti pubblici fuori dal conto del deficit, trascurando la parte corrente del bilancio.

La Platinum rule non sarebbe altro che l’inserimento di una solida leva finanziaria nelle decisioni di politica di bilancio pubblico. Sarebbe come per le famiglie quando decidono di comprare una casa pagando un anticipo del 30% del costo e accendendo un mutuo per il 70%. In sintesi, uno Stato virtuoso e rigoroso avrebbe il 3% di deficit tutto dovuto a investimenti e, qualora presenti un avanzo corrente dell’1% del Pil, potrebbe aggiungere un altro 2% di investimenti. Totale: 5% di Pil di investimenti pubblici, con un deficit totale pari a “solo” il 4% del Pil perché autofinanziato con l’1% di avanzo corrente. Il debito sarebbe sostenibile perché il rapporto debito/Pil sarebbe in continua riduzione dovuta a un sostenuto tasso di crescita che fa aumentare il denominatore (Pil) di più rispetto al numeratore (debito).

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