Fatta salva la formazione, uno dai salesiani, l’altro dai gesuiti, Silvio Berlusconi e Mario Draghi, i veri duellanti di questa sfida per il Quirinale, hanno molte più cose in comune di quanto si pensi. Il commento del sociologo Domenico De Masi

Piaccia o no, Silvio Berlusconi e Mario Draghi, che si sono fronteggiati in questo primo, carsico mach presidenziale, sono comunque i due massimi candidati di cui dispone il kindengarten della politica italiana. Per ora, l’uno ha già perso e l’altro non ha ancora vinto.

Nei giorni scorsi i media contrari a Berlusconi ne hanno ricordato, come ostacolo morale alla presidenza, le scorribande erotiche e i 35 procedimenti giudiziari a suo carico. Ma il vero impedimento, e il più taciuto, è che Berlusconi, se fosse stato eletto, avrebbe cumulato la carica di presidente della Repubblica con la proprietà di 13 imprese radio-televisive, 11 imprese editoriali, 5 cinematografiche, 4 di internet e new media.

Benché diversissimi tra loro, i due fuoriclasse sono però fungibili tra loro sotto almeno tre aspetti. Essendo i due italiani che hanno fatto più strada, sono anche quelli che, correndo per il Quirinale e quindi rischiando di retrocedere nel libro nero degli sconfitti, hanno avuto la temerarietà di giocarsi tutta d’un colpo la propria immagine, appannandola per sempre, dopo averla costruita in decenni di caparbia scalata e puntuali successi.

Nei suoi 75 anni, Mario Draghi non ha sbagliato una mossa: liceo dai gesuiti, laurea alla “Sapienza” con Federico Caffè, PhD al MIT di Boston con due premi Nobel, Modigliani e Solow (uno neo-classico, l’altro neo-keynesiano), professore alle università di Trento, Padova, Venezia e Firenze, direttore esecutivo della Banca Mondiale di Washington, direttore generale al Ministero italiano del Tesoro, Presidente del Comitato per le privatizzazioni, vice-chairman e managing director di Goldman Sachs, governatore della Banca d’Italia, presidente del Forum per la stabilità finanziaria, presidente della Banca Centrale Europea, presidente del Consiglio. Certamente una vita più saggia di quella di Berlusconi.

Ma neppure Berlusconi (86 anni) scherza con il suo curriculum: liceo dai salesiani, imprenditore di grande successo nei settori dell’edilizia, dei media, dell’editoria e dello sport, membro della Loggia P2, quattro volte deputato, una volta senatore, una volta parlamentare europeo, quattro volte presidente del Consiglio per un complesso di 3.340 giorni, sesto uomo più ricco d’Italia, 318º più ricco del mondo, 12° più potente nella graduatoria di “Forbes”. Certamente una vita più allegra di quella di Draghi.

2. La seconda circostanza che accomuna Berlusconi e Draghi è che chiunque dei due salisse al Colle, comunque inaugurerebbe, di fatto, la repubblica presidenziale. Draghi perché il suo potere personale sovrasterebbe quello di qualsiasi presidente del Consiglio; Berlusconi perché, in una società postindustriale, il possesso dei media è più che sufficiente per determinare un presidenzialismo di fatto.

3. La terza circostanza è che Draghi e Berlusconi sono entrambi neo-liberisti. Quindi, chiunque dei due vincesse la corsa, per sette anni appoggerebbe una politica economica con cui garantire ai ricchi di diventare più ricchi e ai poveri di diventare più poveri.

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