Il ribaltone ambientalista della compagnia petrolifera è pragmatico e d’impatto, ma si ferma alle attività “interne”. Così l’Economist legge la strategia della major occidentale più diffidente davanti alla transizione energetica

Volete davvero la transizione? Allora facciamola seriamente. C’è voluta una rivolta ambientalista tra gli investitori per far comparire i piani di decarbonizzazione di ExxonMobil, la compagnia petrolifera più grande dell’Occidente e la più restia ad abbracciare l’idea – almeno finora. La società (civile) è sincera nel suo desiderio di raggiungere un futuro con meno emissioni, ha detto il Ceo Darren Woods, e dunque lo siamo anche noi.

Il loro nuovissimo piano per arrivare a zero emissioni nette entro il 2050 è scritto all’insegna della concretezza: fissa una data esatta (cosa che non si può dire di tutte le major) e delinea tagli alle emissioni dell’azienda in senso assoluto. Si parte da questo decennio: meno 20% di gas climalteranti entro il 2030 (rispetto al 2016), 30% nel settore specifico di esplorazione e produzione.

Così facendo la compagnia texana rigetta l’utilizzo dei carbon offsets, ossia i crediti che promettono di compensare le emissioni con tecniche che vanno dalla cattura e lo stoccaggio del carbonio (Ccs) al piantare alberi. Sono un ricorso economico per molte aziende che provano a ridurre il loro impatto ambientale, ma possono essere di dubbia qualità. Woods, che lavora a Exxon da trent’anni, aveva già definito i carbon offsets un “concorso di bellezza”.

L’azienda texana ha invece optato per obiettivi più tangibili. Trenta divisioni avranno altrettanti obiettivi vincolanti, in termini di riduzione delle emissioni, e i dirigenti di ogni settore saranno direttamente responsabili per il loro raggiungimento. Nessun margine di manovra, divieto di “scambiarsi” oneri e onori, e la promessa che i carbon offsets saranno utilizzati solamente “per un paio di punti percentuali”.

Come scrive l’Economist, il nuovo piano di ExxonMobil è certamente un miglioramento rispetto all’inazione ma tralascia dei fattori-chiave che potrebbero ridurne seriamente l’impatto sul clima del pianeta. A partire dal fatto che l’azienda non conti le emissioni dei campi gestiti da partner, cosa che fornirebbe un quadro ben più completo.

Ma soprattutto, il piano copre solo le emissioni che provengono dalle operazioni e dall’uso di energia della compagnia (dette emissioni scope 1 e scope 2, rispettivamente). Intanto i rivali europei – tra cui BP, Shell, TotalEnergies – includono anche strategie per ridurre l’intensità di emissioni dei loro prodotti, metrica che ricade nelle emissioni scope 3, a loro volta responsabili per circa l’80-90% delle emissioni derivanti dai combustibili fossili.

Questo è parte del motivo per cui le europee si sono buttate nel mercato delle rinnovabili, meno lucrativo di quello petrolifero, spiega il settimanale britannico, mentre Exxon ha deciso di scommettere 15 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni in idrogeno, biocarburanti e Ccs, settori che per ora non hanno modelli profittevoli di business.

Si tratta di scommesse sul lungo termine in entrambi i casi. Woods ha ammesso che serviranno sussidi governativi e sgravi fiscali per mantenere in positivo i margini di ExxonMobil. Ma anche le rivali europee sono esposte a rischi su diversi fronti, come l’approvvigionamento di combustibili (che siano idrogeno, biometano o gas naturale) e la dipendenza dai “metalli verdi” cinesi. Per ora possiamo accontentarci del fatto che le aziende occidentali concordino sull’obiettivo, anche se divergono sulla strada per arrivarci.

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