Joseph La Palombara, professore emerito a Yale, ricorda l’amico e confidente Giulio Andreotti nell’anniversario dalla nascita. Amato e contestato in Italia, è stato un leader brillante e a volte poco compreso anche Oltreoceano. Dai magistrati ai comunisti, ecco le sue confessioni

Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, è stato un amico lontano, ma anche uno dei miei maestri. Lo incontrai alla fine degli anni ’50, e già allora era una presenza fissa della politica italiana. Lo è rimasto fino alla fine dei suoi giorni.

Non so se avesse davvero amici stretti: nessuno lo sapeva con certezza. So invece che nella sua vita è stato sottoposto a una lunga serie di calunnie e accuse. Come quando un pentito sostenne che aveva baciato sulla guancia il celeberrimo boss della mafia siciliana Totò Riina. Un’assurdità portata avanti da alcuni magistrati. Di quella schiera che, in quegli stessi anni, sperava di sostituirsi allo Stato.

Andreotti è stato un uomo tanto odiato quanto amato da milioni di italiani che hanno apprezzato le sue straordinarie capacità. Nei suoi lunghi anni alla guida della Dc più volte ha ricevuto centinaia di migliaia di preferenze. Se non arrivava primo, al massimo occupava il secondo posto sul podio. Tant’è che solo una manciata dei più popolari leader della sua epoca è riuscito a batterlo alle urne.

Era meno popolare a Washington, perché poco incline a farsi dettare regole dagli Stati Uniti. Spesso si infuriava con gli americani, convinto che l’Italia dovesse e potesse seguire una sua politica estera. Agli occhi di un Dipartimento di Stato dichiaratamente orientato verso Israele, non giovava la sua amicizia con il mondo arabo. Andreotti lo sapeva e lamentava che questa fosse la vera ragione dell’ostilità americana nei suoi confronti.

In Italia ha avuto pochi competitor. Perfino i suoi nemici giurati cercavano di lasciargli spazio. L’ultima volta che ho incontrato Andreotti stava per festeggiare i suoi novant’anni. Gli chiesi se, alla luce della sua carriera politica, ci fosse qualcosa che rimpiangeva, o di cui aveva rimorso. All’epoca era sotto processo.

Esitò un momento prima di rispondere. Poi mi disse che il suo più grande rimpianto sarebbe stato non essere più vivo quando il tribunale in Sicilia avrebbe dismesso le accuse a suo carico perché infondate. Non mancò una sua chiosa sui magistrati italiani. Ricordò come l’Italia fosse quel Paese in cui le stesse persone – magari compagni di banco o amici – potevano essere a turno pubblici ministeri e giudici. Non si capacitava che gli italiani non capissero quanto fosse costituzionalmente vitale separare questi due ruoli.

Aggiunse che nessuno aveva il coraggio di prendere di petto l’Anm (Associazione nazionale magistrati, ndr). A mio parere una lobby priva di principi che serve solo gli interessi dei magistrati. Una lobby che non si ferma di fronte a nessuno, neanche di fronte a un presidente della Repubblica: ricordiamo cosa è successo a Francesco Cossiga.

Quando Andreotti fu dichiarato innocente dai magistrati siciliani, si ricordò della nostra chiacchierata. Dal suo ufficio al Senato ­– era senatore a vita – mi inviò la seguente mail: “Caro professore, come avrà visto, anche i vecchi politici a volte sono capaci di sbagliare! Ossequi”.

Un giorno, sapendo che ero a Roma, mi chiese di vederci. Non nella sede della Dc a Piazza del Gesù, ma nei suoi più discreti uffici a Piazza Colonna. Come al solito parlò soprattutto lui. Mi confidò di sapere in coscienza che molti a Washington lo avevano bollato come la “pecora nera” della politica democristiana.

Allora gli era stato chiesto di formare un nuovo governo. Molti rimasero stupiti che quest’uomo tanto contestato venisse di nuovo chiamato a guidare il suo Paese.

Venne fuori che Andreotti aveva intenzione di piazzare un paio di comunisti del Pci fra i suoi ministri, per farlo aveva bisogno di un accordo con il governo americano. Mi disse che era l’unico modo per evitare un confronto o, peggio, uno scontro con Washington. Chiese allora a me di assicurare gli americani che lui e la Dc erano in grado di governare l’Italia e di governare pure il Pci, e che la sua apertura a sinistra non doveva essere osteggiata. Aggiunse che gli hardliner anti-comunisti a Washington non avrebbero accettato l’idea, ma che comunque il Pci aveva un terzo dei voti italiani.

Conscio delle preoccupazioni dell’alleato, mi garantì che i ministri comunisti avrebbero avuto dicasteri minori. I comunisti – aggiunse – non avrebbero avuto presa sulla politica estera italiana. Andreotti sapeva che avrei riferito i suoi pensieri. E sapeva che il giorno prima avevo incontrato Amendola nella sede del Pci a Botteghe Oscure. Che di fatto mi aveva confidato le stesse cose: a Washington nessuno avrebbe dovuto perdere la testa per un paio di ministri comunisti in dicasteri di poco conto. Anche lui convinto che un’apertura a sinistra dei democristiani non dovesse causare panico a Washington.

Mi recai subito da Ned Bayne, allora a capo del Centro degli studi mediterranei dell’Aufs (American University Field Studies). Pensavo che Ned avesse i contatti per far arrivare il mio messaggio alle persone giuste a Washington. Mi ero appuntato le parole di Andreotti e Amendola, ma in cuor mio ero sicuro che in America le avrebbero ignorate.

Non so cosa è successo nelle ore successive, a Roma o Washington. So solo che qualche giorno dopo Andreotti formò un governo. E i comunisti non c’erano più.

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