I “faccia a faccia” di queste ore sembravano inverosimili solo fino a qualche giorno fa, tanto era l’astio e il rancore che alcuni leader portavano nei confronti di altri. Forse hanno capito che questa volta, se un accordo complessivo e condiviso non ci sarà, rischieranno tutti e quindi ognuno. La rubrica di Corrado Ocone

Sono due i dati più rilevanti delle ultime ore: la partita del Quirinale, qualunque sia il suo esito, non è una partita isolata, nel senso che coinvolge anche la presidenza del Consiglio; la situazione è tanto complicata e seria da aver fatto sì che si realizzasse quasi un “miracolo”: leader arcinemici fino a ieri hanno di colpo cominciato a vedersi e parlarsi.

Partiamo dal primo punto e poniamoci questa domanda: perché, al contrario di quel che è successo le altre volte, il governo in carica è così fortemente compromesso dalla scelta del nuovo capo dello Stato? Prima di tutto perché quello in carica è un governo di emergenza: sorretto da una ampia ed eterogenea maggioranza, guidato da un tecnico autorevole e senza partito chiamato a presiederlo per “chiamata diretta”, diciamo così, del Presidente della Repubblica uscente. In qualche modo lo si può definire un “governo del Presidente”, per cui è evidente che senza la sponda del Colle l’esecutivo si indebolisce. Quello che sin dall’inizio era sembrato un ticket, cioè Mattarella più Draghi, rischierebbe di apparire dimidiato. A tutto questo si aggiunge il fattore non irrilevante che lo stesso capo dell’esecutivo è in corsa per il Quirinale, eventualità che se giungesse a buon esito imporrebbe la ricerca di una soluzione per Chigi fino a qualche giorno anch’essa alquanto problematica.

D’altronde, la situazione di emergenza per cui Mario Draghi era stato appellato non può dirsi di certo conclusa. La domanda diventa allora: c’è un leader disponibile e adatto a continuare la sua opera a Palazzo Chigi? E, soprattutto, i partiti di maggioranza sono disposti, e a quali condizioni, a continuare a dare l’appoggio ad un esecutivo di “unità nazionale” che li coinvolga tutti? C’è necessità quindi di un accordo condiviso e complessivo, cioè non limitato al nome da mandare sul Colle, per dare quella risposta di stabilità che è necessaria all’Italia e che è giudicata fondamentale a livello europeo e internazionale.

Ed è a questo punto che si inserisce il “miracolo”. Stamattina Angelo Panebianco si chiedeva sul Corriere se i partiti fossero capaci di superare il proprio particulare e innalzarsi a una prospettiva di “interesse nazionale”. In verità, l’interesse nazionale può nascere, in democrazia, solo come convergenza degli interessi particolari. Ed è quello che, in qualche modo, sta avvenendo in queste ore. Troppo deboli per imporre una soluzione di parte alla partita del Colle (l’auto candidatura di Silvio Berlusconi sembra avere le ore contate), eventualità che molto probabilmente condurrebbe dritti dritti alla caduta del governo, i partiti si son messi alla ricerca di soluzioni condivise.

E qui si colloca il “miracolo” di cui dicevamo: i “faccia a faccia” di queste ore sembravano inverosimili solo fino a qualche giorno fa, tanto era l’astio e il rancore che alcuni leader portavano nei confronti di altri. E invece, piano piano, prima Enrico Letta si è incontrato con Matteo Salvini (sembrerebbe più volte); poi Giuseppe Conte è andato alla Farnesina a colloquiare con Luigi Di Maio (i due vengono dati in competizione acerrima per la guida del partito di maggioranza relativa); poi ci sono stati persino i bilaterali di Conte con Matteo Salvini (arcinemici dai tempi del Papeete), definito addirittura “cordiale” dalle rispettive segreterie, e quello di Matteo Renzi con Enrico Letta, e non sembra che il primo abbia consigliato questa volta il secondo di “stare sereno”.

In effetti, nessuno sereno lo è fino in fondo perché certi dissapori non si dimenticano facilmente e il timore del “colpo basso” è sempre dietro l’angolo. Quello che forse però i leader hanno in queste ore capito è che questa volta, se un accordo complessivo e condiviso non ci sarà, rischieranno tutti e quindi ognuno. L’utilità dei singoli sembra finalmente coincidere con l’interesse dello Stato, cioè dell’Italia.

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