Pubblichiamo un estratto dell’intervento del generale di brigata Nicola Altiero, vice direttore tecnico operativo della Direzione investigativa antimafia, al seminario “L’impatto della pandemia da Sars-Cov-2 sulla sicurezza nazionale: nuove sfide per l’intelligence italiana” promosso dall’Istituto Gino Germani e da Formiche

L’analisi dell’andamento della delittuosità riferita proprio ai periodi di lockdown, conferma che le organizzazioni mafiose si sono mosse con una strategia tesa a consolidare e rinforzare il controllo del territorio, ritenuto elemento fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e condizione imprescindibile per qualsiasi strategia criminale di accumulo di ricchezza. Questa cosa, affiancata all’enorme disponibilità di denaro contante, condurrebbe ad incrementare il consenso sociale, attraverso forme di assistenzialismo rivolte sia a privati che a imprese in difficoltà, perfino anticipando lo Stato nelle prestazioni assistenziali.

Parliamo del cd. “welfare mafioso” finalizzato ad ottenere consenso sociale ovvero per rilevare imprese in difficoltà. Un malaffare diffuso e trasversale.

La tematica viene affrontata dalla Direzione Investigativa Antimafia nelle ultime Relazioni semestrali. Viene lanciato l’allarme per cui in un contesto difficile come quello della crisi pandemica con una “sostanziale stagnazione economica”, le organizzazioni criminose, “movimentando il proprio denaro più velocemente rispetto ai circuiti creditizi legali, possono porsi quale alternativa allo Stato nel sussidio e sostentamento alle imprese e famiglie, atteggiandosi ad “ammortizzatori sociali”. Un “welfare mafioso di prossimità”, che si propone di accrescere il proprio consenso nel territorio”.

A tal proposito, viene ricordato come, nel quartiere Zen di Palermo, esempio di quell’antropologia dell’esclusione sospesa tra degrado economico e disagio sociale, durante il lockdown (racconta il giornalista Palazzolo), il pregiudicato Giuseppe Cusimano, fratello di un noto boss della droga, ha distribuito generi alimentari alle famiglie in difficoltà, anticipando lo Stato nelle prestazioni assistenziali. “La mia è stata un’azione caritatevole” si è difeso Cusimano. “Non ho imposto nulla, non volevo dimostrare nulla se non fare un gesto buono in questo momento in cui alcune persone non hanno neanche un euro per mangiare”. Poi si è scagliato contro lo stesso giornalista palermitano che aveva ricordato come Cusimano non fosse solo fratello di un detenuto ma anche uno dei partecipanti a incontri riservati con Calogero Lo Piccolo, boss del quartiere palermitano Tommaso Natale ed erede di Salvatore Lo Piccolo, il padrino che aveva il decalogo di Cosa Nostra, una specie di vademecum del perfetto mafioso.

Nell’occasione Cusimano ha sfruttato anche i social network, utilizzando Facebook: “Lo stato non vuole che facciamo beneficienza perché siamo mafiosi e apposto di ringraziare mi fanno sti articoli. Ok per aiutare la gente e sfamare la gente sono orgoglioso di essere mafioso”.

Così è successo anche a Napoli, dove tra i vicoli del centro storico, alcuni emissari dei clan hanno cominciato a consegnare pasti e cibo a chi aveva perso il lavoro a causa del coronavirus. Talune affermazioni da parte loro facevano riferimento allo Stato: “Lo Stato? Se aspettate lo Stato, fate la fame. Prendete qua, e ricordatevi chi veramente vi ha aiutato”. Suona più o meno così la frase pronunciata dall’uomo che allunga con una mano la busta in plastica azzurra colma fino ai bordi. A vestire i panni del finto benefattore è quasi sempre un giovane sui vent’anni, disponibile e affabile che intercetta i bisogni e le miserie di chi sta vivendo il dramma economico di una pandemia subdola e silenziosa. Cibo in cambio di silenzio ma anche di complicità future, soprattutto in contesti caratterizzati da una burocrazia lenta e farraginosa, che dilata i tempi degli interventi sul territorio, quelli necessari per evitare che la disperazione prenda il sopravvento. Le mafie vogliono apparire da un lato “valido e utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Dall’altro lavorano per “esacerbare gli animi” in quelle fasce di popolazione che cominciano “a percepire lo stato di povertà a cui stanno andando incontro”.

“In conclusione – scrivono i nostri analisti – il fenomeno mafioso si presenta come un sistema i cui componenti hanno acquisito la consapevolezza che azioni di eclatante violenza costituiscono l’extrema ratio del loro agire criminale, ragion per cui vanno sostituite, finché possibile, con forme più subdole di intimidazione e corruzione. In un tale quadro è verosimile che le consorterie mafiose cerchino di evitare contrasti violenti continuando a ricercare un equilibrio tra le organizzazioni allo scopo di trarre il massimo vantaggio da una situazione, com’è quella attuale, che prospetta ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata, che utilizza il suo tradizionale welfare di prossimità avvalendosi delle sue ricchezze e, tuttavia se necessario, ricorrendo alla forza intimidatrice o violenta per impossessarsi delle attività economiche nella fase di riavvio e di ricostruzione”.

Le organizzazioni criminali, da un lato, si faranno carico di fornire un “welfare alternativo” e dall’altro allargheranno il loro ruolo di “player affidabili ed efficaci” a livello globale, mettendo le mani anche su aziende di medie e grandi dimensioni. Sotto attacco anche la Pubblica Amministrazione: dal 1991 non ci sono mai stati così tanti Enti locali (oltre 50) sciolti per mafia.

Ricordiamo anche che l’eccessiva semplificazione delle procedure di appalto “potrebbe favorire l’infiltrazione delle mafie negli apparati pubblici”. Per questo suggeriamo di replicare, almeno in parte, “il modello già positivamente sperimentato per il Ponte Morandi di Genova, dove si è raggiunta una perfetta sintesi tra efficacia delle procedure di monitoraggio antimafia e celerità nell’esecuzione dei lavori”.

Diversi i settori a rischio. Quello sanitario, innanzitutto, appetibile sia per le enormi risorse che saranno a disposizione sia per il controllo sociale che può garantire. Poi ci sono il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona, i più colpiti dal Covid, dove la “mancanza di liquidità espone molti commercianti all’usura”. E, ancora, i fondi che verranno stanziati per il potenziamento di opere e infrastrutture anche digitali: la rete viaria, le opere di contenimento del rischio idrogeologico, le reti di collegamento telematico, le opere di riconversione alla green economy, l’intero ciclo del cemento.

La prospettiva è quella di esaminare la situazione attuale per prefigurare lo scenario criminale dei prossimi anni. Diventa, così, fondamentale intercettare i comportamenti spia con i quali le organizzazioni mafiose punteranno, da un lato, a “rilevare” le imprese in difficoltà finanziaria, esercitando il suddetto welfare criminale ed avvalendosi dei capitali illecitamente conseguiti mediante i classici traffici illegali, dall’altro, a drenare le risorse che verranno stanziate per il rilancio del Paese.

L’Italia è stato uno dei primi paesi europei a confrontarsi con l’emergenza Covid e sicuramente tra i primi a interrogarsi sulle strategie criminali per poterle prevenire. L’attenzione è stata rivolta dalle mafie verso “i comparti economici che non hanno mai interrotto la propria operatività, come la filiera agro-alimentare, il settore dell’approvvigionamento di farmaci e di materiale medico-sanitario, il trasporto su gomma, i servizi funebri, le imprese di pulizia e di sanificazione e smaltimento dei rifiuti”. Si tratta di settori dove non è richiesto un livello particolarmente elevato di specializzazione, in cui i gruppi criminali possono riuscire agevolmente a offrire servizi a prezzi concorrenziali. Le società da loro controllate, infatti, spesso non rispettano le prescrizioni normative in materia ambientale, previdenziale e di sicurezza sul lavoro.

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