La narrativa attorno alle sanzioni è costruita sulla possibilità di una campagna di larga scala. Ma non è pensata per mosse come il riconoscimento formale di aree separatiste. Così Putin cerca un’interlocuzione diretta con blocchi di potere che possano fare pressioni sui governi e spingerli a prendere posizioni più sfumate. L’analisi di Nona Mikhelidze, ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali

Il presidente russo Vladimir Putin incontrerà oggi in videoconferenza i responsabili di alcune grandi società italiane per discutere le relazioni commerciali, gli investimenti tra i due Paesi e le prospettive di un’ulteriore espansione dei rapporti d’affari.

L’evento è stato promosso dalla Camera di Commercio Italo-Russa (Ccicr) in collaborazione con il Comitato imprenditoriale italo-russo presieduto da Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato di Pirelli. Con lui saranno presenti i dirigenti di Enel, Snam, UniCredit, Barilla e altre società italiane impegnate nel mercato russo.

Se è vero che l’interscambio commerciale tra Russia e Italia ha visto un incremento di quasi il 44% nei primi nove mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, portando a un valore di poco più di 20,2 miliardi di euro gli scambi, è altrettanto vero che la sfera economica è solo in parte un interesse di Putin.

L’incontro è di per sé straordinario. Il presidente russo di solito non si presta facilmente a certi contesti, delegando altre figure dell’amministrazione russa: e dunque, dato che la forma è spesso anche sostanza, la sua presenza al meeting si porta dietro un chiaro interesse. Per Mosca c’è un’importanza politica che si connette al contesto economico.

È possibile che ci sia un’altra mossa in preparazione collegata alle tensioni in Ucraina. Putin ha mandato degli ultimatum alla Nato, che per come sono esposti, per forma e sostanza, sono dei non-starter: impossibile pensare per esempio che la Russia ottenga per iscritto garanzie come quelle sul non-allargamento dell’Alleanza a Oriente. E di questo il Cremlino ne è consapevole: la risposta negativa sarà però usata come pretesto per altri obiettivi.

A questo punto va unito al quadro descritto la posizione compatta e ferma che l’Occidente, almeno a livello retorico (e soprattutto spinta dagli Stati Uniti), ha avuto sulla possibilità di punire con sanzioni molto dure Mosca se dovesse lanciare un’invasione in Ucraina. E va detto che l’Italia è stata sostanzialmente d’accordo, come lo è stata sempre in passato dal 2014 post annessione crimeana.

Tuttavia, vale la pena ricordare che la narrativa attorno alle sanzioni è costruita sulla possibilità di una campagna di larga scala, ma non è pensata in caso di incursioni di livello minore, su cui il presidente statunitense Joe Biden ha compiuto una sorta di scivolone durante una recente conferenza stampa, annunciando che la risposta in quel caso sarebbe stata più contenuta. Sebbene non sia specificato come e quale.

Per chiarire: molto spesso anche operazioni di livello minore prendono derive più larghe, perché quando si comincia una guerra non si sa mai dove si può arrivare, e per questo è complicato definire cosa sia di livello minore e cosa no – come d’altronde ha fatto notare la presidenza ucraina.

Ora per completare il ragionamento è molto importante osservare come la Russia sta rafforzando la retorica all’interno: i media statali e le figure del governo non fanno che ripetere che Mosca è sotto pressione, sotto attacco e si muove solo per ragioni difensive. Stanno preparando la collettività – con cui Putin in parte sta perdendo contatto – per quello che potrebbe succedere, perché il Cremlino ha bisogno di un firewall per l’autodifesa, ha bisogno di una exit strategy che gli garantisca una vittoria retorica.

E allora, più che un’invasione in stile Risiko, potremmo trovarci davanti qualcosa di diverso, un’incursione minore di valore politico (e geopolitico) come il riconoscimento delle repubbliche autoproclamante dell’Ucraina orientale. C’è già una manovra parlamentare per una votazione alla Duma, promossa per altro sulla base di una risoluzione del Partito comunista, ossia dalla teorica opposizione a Putin: un voto a favore potrebbe essere usato anche per difendere la democraticità russa, uno contrario permetterebbe comunque livelli di separazione al presidente.

Davanti a una tale evenienza, come reagirà l’Occidente? La minaccia di sanzioni si applicherà anche nel caso di un riconoscimento formale di quelle aree separatiste? Dare legittimità alle repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk – che per Kiev significherebbe perderle per sempre – sarebbe interpretabile come un’aggressione?

Alla risposta a queste domande si lega il fine con cui Putin partecipa alla riunione con la business community italiana. Il presidente russo intende preparare il terreno per questo genere di incursioni minori, davanti alle quali spera di suscitare una reazione più controllata dal sistema occidentale (Usa-Ue). L’obiettivo di Putin non è difendersi dalla Nato, ma crearsi sfere di influenza e cuscinetti secondo le dinamiche del confronto tra modelli (qualcosa già visto nel caso della Georgia).

E allora, nell’approfondire quei contatti con figure interne ai vari Paesi, come con il mondo aziendale e industriale italiano, Putin cerca un’interlocuzione diretta con blocchi di potere che possano fare pressioni sui governi e spingerli a prendere posizioni più sfumate davanti a quelle incursioni minori – da cui comunque la narrazione del presidente russo potrebbe uscire positivamente.

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