Che il presidente del Consiglio traslochi (come vorrebbe) al Quirinale oppure che resti a determinate e ben precise condizioni a Palazzo Chigi fino alla fine naturale della legislatura, la soluzione non sarà facile ed entrambe le opzioni impongono ai partiti indubbi sacrifici. La rubrica di Corrado Ocone

Una notizia buona e una cattiva. La buona è che i leader di partito hanno iniziato a fare oggi quel che dovevano fare da settimane: incontrarsi, vedersi, provare a trovare una soluzione comune a quello che è ormai un doppio rebus: Quirinale, ma anche Palazzo Chigi. La cattiva notizia è che invece, a quanto sembra, si sia ancora in alto mare: i nomi che starebbero bene a una parte politica non stanno bene all’altra; e non c’è un nome che non abbia il veto di qualcuno.

Un ruolo importante, in questa partita doppia, lo stanno assumendo di fatto, dopo l’uscita di scena (almeno momentanea) del Cavaliere, Mario Draghi e Matteo Salvini. Il primo aveva già fatto capire che il settennato sul Colle più alto non gli sarebbe dispiaciuto quando, un mese fa, nella sua penultima conferenza stampa, aveva affermato che il lavoro a Chigi era già bell’e impostato e che chiunque lo avrebbe potuto continuare al suo posto. In verità, non era proprio così. Il “pilota automatico” in politica, ove le maggioranze le formano i partiti, non esiste. E un governo anomalo come l’attuale si regge anche in virtù della personalità di chi lo presiede.

Proprio nell’ultimo mese, in effetti, le forze centripete dei partiti hanno cominciato a creare qualche sussulto al governo, per fortuna ricomposto (a fatica). La quadra di cui si va in cerca è perciò quella che prevede che l’Italia non perda la “risorsa” Draghi. Ce lo chiede non tanto l’Europa, come suol dirsi, ma il buon senso. E che, quindi, o il presidente della Consiglio traslochi (come vorrebbe) al Quirinale oppure che resti a determinate e ben precise condizioni a Palazzo Chigi fino alla fine naturale della legislatura (cioè fino alla primavera del 2023). Entrambe le soluzioni non sono facili, e impongono ai partiti indubbi sacrifici.

Nel primo caso, che è forse il più probabile, l’ex governatore della Banca d’Italia e di quella europea non può salire sul Colle più alto pensando che poi, senza di lui alla guida, l’esecutivo proceda appunto col “pilota automatico”. Quindi il problema diventa quello di trovare o una guida altrettanto autorevole e non di parte (ma personalità che soddisfino in questo senso non è dato vederne troppe, né forse un altro “tecnico” sarebbe auspicabile); oppure di rimettere mano a tutta la squadra in cerca di un nuovo e difficilissimo equilibrio fra i vari partiti e fra partiti e “tecnici”. Per quanto concerne la seconda ipotesi, cioè che Draghi resti dov’è a “finire il lavoro”, le difficoltà sono di due tipi: da una parte, garantirgli un Presidente della Repubblica che lo lasci lavorare e sia alla sua altezza, forse anche come standing internazionale; dall’altra, garantirgli una agibilità forte senza i sussulti e le tensioni dell’ultimo mese. Obiettivo, quest’ultimo, anch’esso abbastanza difficile, considerato che i partiti si considereranno già in campagna elettorale.

Se poi a tutto questo aggiungiamo l’anarchia di questo Parlamento, ove i leader non sempre controllano tutte le loro truppe e gli apolidi del gruppo misto e non solo sono tanti, il rebus Quirinale-Chigi sembra davvero un “sudoku” difficile Che dire? La convergenza che si cerca degli interessi particolari con quello generale potrà esserci solo se i partiti si renderanno conto che dovranno limitare fortemente le proprie ambizioni. Limitarle tutti allo stesso modo e nella stessa quantità.

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