Il timore di perdere ancora territori vitali per esercitare il ruolo di superpotenza spiega la rinnovata aggressività del Cremlino alla periferia del suo “impero”. Roberto Sciarrone, Ph.D in History of Europe, Sapienza Università di Roma spiega cosa sta succedendo

Il controllo sullo spazio ex sovietico, da parte della Russia, non è stato mai così labile e ricco di colpi di scena. Il timore di perdere ancora territori vitali per esercitare il ruolo di superpotenza spiega la rinnovata aggressività del Cremlino alla periferia del suo “impero”.

Diciamoci la verità, Mosca è stata colta di sorpresa – come poco spesso le è mai accaduto – dalla nuova crisi scoppiata in una delle ex repubbliche sovietiche: il Kazakistan. Iniziata il 2 gennaio, la protesta contro l’aumento del carburante si è estesa in tutto il Paese centroasiatico in poco tempo, interessando le maggiori città kazake.

COSA È ACCADUTO IN KAZAKISTAN? RIAVVOLGIAMO IL NASTRO

Allo scoppio dei primi disordini il presidente della repubblica presidenziale – con governo monopartitico – Kassym Jomart Tokayev ha licenziato il governo e imposto il coprifuoco, chiedendo aiuto alla forza collettiva di peacekeeping dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), inviata in Kazakistan – secondo la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova – “per un periodo limitato al fine di stabilizzare e normalizzare la situazione”.

Cos’è l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva Csto? Si tratta di una alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti Csi (Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan). La missione in Kazakistan del Csto è – di fatto – durata poco meno di un mese, così come dichiarato a inizio gennaio dal vicepresidente della Commissione Difesa della Duma.

L’Europa in tutto questo ha seguito gli sviluppi e “invitato” gli attori principali ad “agire con responsabilità e moderazione, astenendosi da azioni che potrebbero portare a un’ulteriore escalation di violenza”. È andata davvero così?

Dai numeri riportati da diversi media internazionali non pare proprio. Il bilancio – ancora provvisorio – parla si almeno 164 persone morte (3 bambini) nei disordini che hanno interessato le principali città del Kazakistan, 103 delle quali solo ad Almaty, la capitale. Si calcolano poi più di 2200 feriti e quasi 8000 arresti nel corso degli scontri. Secondo la Bcc, dopo cinque giorni di blackout è stato ripristinato Internet ad Almaty, ancor più grave quanto comunicato dal gruppo di monitoraggio web NetBlocks su Twitter circa il blackout di Internet imposto da governo per oscurare immagini e fatti.

Il presidente kazako Tokayev ha affermato che le sommosse sono state un “tentativo di golpe” e di “sovvertire l’ordine costituzionale” per “distruggere le istituzioni governative, prendere il potere”. Così anche Putin, citato dall’agenzia stampa Sputnik, che ha aggiunto come nel corso delle sommosse sono stati usati “metodi in stile Maidan” nome della piazza simbolo delle proteste contro il governo in Ucraina del 2014.

In queste ore le ultime truppe russe presenti nel territorio kazako sono tornate in patria, secondo quanto racconta l’agenzia di stampa ufficiale russa Tass.

STIAMO ASSISTENDO ALLE PROVE GENERALI PER L’INTERVENTO DI PUTIN IN BIELORUSSIA (E UCRAINA)?

Secondo Marco Alberti, ambasciatore italiano in Kazakistan, “la Russia per i kazaki è interlocutore importante, ma il loro primo partner commerciale rimane l’Unione Europa”, convinto che il fallito golpe abbia rafforzato il potere del presidente Tokayev, succeduto nel 2019 al “padre della patria” Nursultan Nazarbaev, di cui abbiamo parlato nell’articolo scorso. Lo stesso ambasciatore ha dichiarato in una intervista a Repubblica come “’l’Italia resta il secondo mercato a livello mondiale dell’esportazioni kazake e l’ottavo fornitore del Kazakistan, con oltre 400 imprese italiane hanno rapporti di intercambio commerciale”. Numeri importanti.

A rivolta repressa i primi bilanci. Il 28 dicembre scorso Putin aveva accolto Tokayev e il suo predecessore Nazarbaev a San Pietroburgo per un vertice informale con i leader di alcuni paesi ex sovietici, nessuno si aspettava ciò che poi è avvenuto. Il Paese centroasiatico condivide con la Russia il confine più esteso terrestre del pianeta, 7.500 chilometri per larga parte incontrollati, oltre a contare circa 3,5 milioni di abitanti (su 19) di etnia russa. Come in Bielorussia anche in Kazakhistan il regime al potere tiene i contatti politici con il Cremlino, insomma: non conviene a nessuno lasciare che Tokayev venga spodestato (e quindi è stato salvato!).

Ma ci sono delle differenze con l’attuale situazione politica bielorussa, Tokayev rispetto Lukashenko non è un leader assoluto, non ha pieni poteri e la sua polizia e il suo esercito non hanno avuto grandi interessi a reprimere le proteste così come in Bielorussia, così come dimostrato dall’arrivo del contingente del Csto (alleanza difensiva che tra le sue competenze non include la repressione dei disordini di natura interna). La Russia ha risposto presente e il 6 gennaio ha inviato un “contingente di pace” di circa 3000 paracadutisti insieme agli altri paesi del Csto che hanno inviato tra i 70 e i 500 uomini nella regione.

La prima vera azione militare sul campo dell’organizzazione che ha visto la luce nel 1999. Ad ogni modo per Mosca l’intervento militare è stato importante per frenare gli entusiasmi e nello stesso tempo non alienarsi le simpatie della popolazione locale che, per effetto domino, potrebbe diffondersi all’interno della Russia stessa. Un gioco di equilibri delicato cui Putin ha gestito alla perfezione. Tuttavia se Mosca riuscisse a sostenere il regime kazako – rendendolo più filorusso – allora il Kazakistan come la Bielorussia potrebbe diventare un alleato più affidabile.

IPOTESI E REALTÀ

Trent’anni fa a guerra fredda ormai conclusa l’Occidente si è preoccupato di mitigare il suo entusiasmo, celebre la frase dell’allora presidente Usa George H.W. Bush a Michail Sergeevič Gorbačëv: “Non mi sono messo a saltare sul muro di Berlino”. La Nato in questi anni è stata rafforzata, è questo un dato di fatto che, tradotto in numeri, ha visto aumentare la copertura territoriale in particolar modo verso l’Europa dell’Est (almeno 1000 chilometri).

Trent’anni fa l’Alleanza condivideva con la Russia solo una piccola frontiera all’estremo Nord della Norvegia, oggi comprende gli Stati Baltici (a circa 200 chilometri da San Pietroburgo) e degli otto Stati che facevano parte del Patto di Varsavia sette sono entrati nell’alleanza atlantica. Inoltre, al vertice di Bucarest del 2008 Washington ha convinto gli altri paesi Nato a dichiarare che l’Ucraina e la Georgia sarebbero entrate nell’alleanza. Una ingerenza per Putin che ha nel tempo risposto con azioni eclatanti, come il dispiegamento del suo esercito alla frontiera con l’Ucraina nel 2021 (circa 100mila soldati!).

Putin ha quindi avanzato “garanzie legali” per la sicurezza della Russia e ha chiesto un arretramento della Nato e la creazione di una sfera d’influenza russa in Europa orientale, nel Caucaso e nell’Asia centrale. Tutte aree dove negli ultimi anni crisi, rivolte e regimi autoritari hanno permesso alla Russia di ribadire la leadership territoriale.

Nel corso della telefonata del 30 dicembre tra Biden e Putin molti analisti hanno visto l’apertura degli Stati Uniti al dialogo. Dialogo che però potrebbe non bastare, Putin vuole ottenere qualcosa da presentare come una vittoria diplomatica, ed è stato sempre contrario all’allargamento della Nato favorito dalla debolezza russa tra gli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. La Russia, non accetterà che altri territori ex sovietici seguano il loro percorso democratico, così come in Ucraina, del resto una seconda invasione in quel paese potrebbe spingerne altri verso la Nato. Staremo a vedere.

Spesso però, in questo complesso gioco di scacchi, a rimetterci sono le persone più fragili che più di ogni altro vorrebbero solo vivere libere.

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