Il caso dell’avvocato sospettato dall’MI5 di attività per conto di Pechino rilancia il dibattito nel Regno Unito sull’urgenza di istituire un registro degli agenti stranieri (che manca anche in Italia)

Come fronteggiare i tentativi di influenza e interferenza esterna? Una domanda che da anni, ormai, si pongono le intelligence di tutto il mondo. E che, dopo il caso dell’avvocato Christine Lee accusata dall’MI5 di essere “consapevolmente impegnata in attività” per conto del Partito comunista cinese nelle stanze del potere britannico, è tornata sulla bocca di molti addetti ai lavori nel Regno Unito.

L’alert emesso dall’intelligence di Sua Maestà sulla donna è una “mossa insolita”, come spiegato su Formiche.net. È possibile che sia il frutto di una lunga indagine culminata in certezze sull’attività di interferenza. Attenzione, non di spionaggio. E qui sta il problema. Perché, a differenza di quest’ultimo, le azioni dell’avvocato sono difficilmente perseguibili con le leggi attualmente in vigore. Proprio questa situazione potrebbe aver spinto l’MI5 a rendere pubbliche le sue preoccupazioni.

Priti Patel, segretaria agli Affari interni, ha risposto ai timori dopo l’alert dell’intelligence spiegando che si tratta del risultato “delle forti strutture” britanniche per “identificare le interferenze straniere o qualsiasi potenziale minaccia alla nostra democrazia”.

Le sue parole sono su una linea molto diversa da quella adottata tra il 2019 e il 2020, quando, con primo ministro già Boris Johnson, il governo era stato accusato di aver ritardo a dopo le elezioni la pubblicazione di un rapporto della commissione Intelligence e sicurezza della Camera dei Comuni sulle interferenze russe nella politica britannica, compresa i referendum per la Brexit del 2016 e quello per l’indipendenza scozzese del 2014.

In quel documento l’influenza russa definita “nuova normalità” nel Regno Unito. Ora, invece, sembra che quella cinese sia diventata la priorità massima per l’intelligence britannica.

Che siano russe, cinesi o di altra provenienza, l’influenza e l’interferenza va contrastata. Anche, scriveva la commissione, con un Foreign Agent Registration Act per rendere più facile, per esempio, tracciare le donazioni. Sir Andrew Parker, allora direttore generale dell’MI5, aveva spiegato così il problema alla commissione: “ci sono cose su cui dobbiamo assolutamente indagare” ma “non esiste un chiaro reato a causa della forma mutevole della minaccia” e questo “non ha senso”. Ecco perché, secondo la commissione, serve un registro degli agenti stranieri.

Diversi i Paesi che ce l’hanno (non l’Italia). L’urgenza di un simile provvedimento è stata sottolineata dopo il caso Lee dal Times con un dettagliato articolo di fondo. Le attività di influenza negli Stati Uniti sono più redditizie ma gli agenti stranieri devono sottostare a un codice rigoroso che, invece, nel Regno Unito va “definito molto più chiaramente”, osserva il quotidiano. Che poi dà una notizia: un nuovo registro “sarà quasi certamente adottato entro l’anno. Renderà più facile espellere i lobbisti le cui attività vanno oltre la legge”.

La misura dovrebbe essere contenuta nell’aggiornamento dell’Official Secrets Act, una legge in vigore dal 1989 e che sembra aver bisogno di una revisione. L’aveva riconosciuto perfino Ken McCallum, successore di Parker all’MI5, che nei mesi scorsi aveva lamentato “lacune” e sottolineato come attività “che dobbiamo affrontare non possono attualmente essere perseguite nei tribunali”.

Il governo sta lavorando sulla legge da diversi mesi. E il caso Lee non sarà che un reminder, cioè un promemoria e un sollecito, come l’ha definito Tom Tugendhat, esponente di spicco del Partito conservatore, presidente della commissione Esteri della Camera dei Comuni e fondatore del China Research Group, organizzazione di deputati tory che si batte per un approccio più duro verso la Cina.

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