Corrado Clini racconta l’Italia del No, quella della “botte piena e della moglie ubriaca”, quella che ha portato il nostro Paese in una condizione di estrema vulnerabilità energetica, economica e ambientale

L’Italia del No ha progressivamente portato il nostro Paese in una condizione di estrema vulnerabilità energetica, economica e ambientale. L’Italia del No è quella della “botte piena e della moglie ubriaca”:

  • sono state distrutte le eccellenze tecnologiche e scientifiche nazionali per l’uso pacifico dell’energia nucleare, ma se l’elettricità viene dalle centrali nucleari ai confini dell’Italia va tutto bene;
  • i nostri rifiuti radioattivi stanno bene all’estero, non importa a che prezzo;
  • i rifiuti urbani e industriali di metà dell’Italia, da Roma in giù, non possono essere destinati a produrre energia “pulita” vicino casa ma devono essere rimossi e inviati a caro prezzo (fino a 300 €/ton) a produrre energia nei paesi europei o nelle regioni del Nord Italia. E beffa delle beffe, paghiamo una sanzione di 125.000 € al giorno dal 2015 per la malagestione dei rifiuti della Campania!
  • il gas naturale nell’Adriatico deve rimanere lì, e poco importa se Croazia, Albania e Grecia estraggono gas dallo stesso mare e dagli stessi pozzi. Come ha ricordato Romano Prodi, bevono con una cannuccia dallo stesso bicchiere e noi abbiamo deciso di non usare la cannuccia a nostra disposizione. Ho avuto un’opposizione trasversale da esponenti di tutti i partiti, e sono stato denunciato, quando nel 2012 ho firmato l’autorizzazione alle prospezioni esplorative in un sito dell’Adriatico al di fuori delle aree interdette (fino a 5 miglia dalle coste italiane e fino a 12 miglia dal limite esterno delle aree marine protette e di tutte le altre zone sottoposte a tutela). Sono rimasto solo a difendere il provvedimento. Eppure il gas naturale era, ed è, al momento l’opzione di “back up” per le fonti rinnovabili, ovvero il combustibile che assicura continuità all’erogazione di elettricità quando il sole e il vento non assicurano generazione. Secondo le previsioni del recente pacchetto legislativo europeo in applicazione del Green Deal il gas naturale continuerà ad avere un ruolo di back up almeno fino al 2050.
    Perché dobbiamo importare 73 miliardi di metri cubi all’anno di gas quando potremmo produrne “in casa” e a costi fino a 4 volte inferiori una quota che nel 1994 era di circa 30 miliardi di metri cubi?
  • il Tap è stato per anni “la coda del diavolo” da non far entrare in Italia. Eppure la decarbonizzazione dell’Ilva poteva iniziare già nel 2018 con l’approdo del Tap in Puglia.
  • il sole, il vento, l’energia idroelettrica hanno generato nel 2020 il 40% circa dell’elettricità. Ma la quota di rinnovabili sarebbe molto più rilevante se la realizzazione di nuovi impianti nel rispetto della tutela dell’ambiente non fosse fortemente contrastata dai comitati del No. E così la crescita delle rinnovabili in Italia è di fatto bloccata.

Il ministro Cingolani e il governo hanno fatto il primo passo nella direzione giusta per sbloccare l’Italia.La necessaria semplificazione delle procedure per la produzione di energia da fonti rinnovabili deve essere accompagnata da misure efficaci per assicurare l’obiettivo di allineare l’Italia al target 2030 della nuova direttiva europea, che prevede di raggiungere il 40% in tutti gli usi energetici, ovvero il 75% circa nella generazione di elettricità.
Abbiamo poco tempo a disposizione. Forse sarà necessario un modello tipo “Ponte Morandi” per le rinnovabili.

Pitesai è il quadro di riferimento per promuovere l’estrazione sostenibile del gas nazionale. Il primo obiettivo è relativamente modesto (5 miliardi di metri cubi) rispetto al fabbisogno.
Ma il segnale è importante, perché si avvia un percorso che consenta di aumentare progressivamente – almeno fino al 2040- la capacità estrattiva con l’impiego delle migliori tecnologie in grado di salvaguardare l’ambiente marino. In questo modo la crescita delle fonti rinnovabili sarà associata all’aumento della capacità di back up nazionale, riducendo la dipendenza.

LA BOLLETTA ELETTRICA E DEL GAS

La bolletta dell’elettricità fa pagare agli italiani un prezzo di gran lunga superiore al costo effettivo dell’energia fornita.
Come è stato rilevato da molti la bolletta elettrica agganciata al prezzo “spot” del gas non corrisponde al costo dell’elettricità erogata, né a quella prodotta dalle fonti rinnovabili “insensibile” rispetto al costo del gas, né a quella prodotta con l’impiego del gas fornito alle imprese elettriche sulla base di contratti a lungo periodo e a prezzo concordato.

Le stesse considerazioni valgono per la fornitura di gas erogato per gli usi domestici, difficilmente riconducibile a contratti spot.

Gli extraprofitti delle imprese energetiche hanno questa origine.

Diversa la situazione delle imprese. Mentre le imprese che hanno sottoscritto contratti di lungo termine e a prezzo concordato non hanno subito effetti sui costi, quelle con contratti di fornitura a breve sono “strangolate” dall’aumento del prezzo. Interessante poi rilevare che ogni caso l’efficienza dei processi industriali riduce l’impatto del prezzo del gas sui costi di produzione.

Gli interventi tampone del governo si muovono nella direzione giusta.

Ma è necessario adottare finalmente regole diverse per la contabilità dei costi dell’elettricità, dando trasparenza al costo riferito alle singole fonti energetiche impiegate. Senza dimenticare che devono essere gli “oneri di sistema” caricati sulla bolletta elettrica.
Insomma, la struttura della bolletta elettrica va modificata.

Nello stesso tempo va dato un forte impulso all’efficienza energetica in tutti i settori, assicurando una premialità permanente e “strutturale”, per dare stabilità agli investimenti e raggiungere l’obiettivo europeo della riduzione del 40% dei consumi energetici entro il 2030.

Condividi tramite