Inutile nascondersi dietro un dito: tutte le difficoltà di Conte convergono verso un centro ben definito, un nodo dal cui scioglimento in un senso o nell’altro dipenderanno non solo le fortune sue e del Movimento ma anche gli assetti ultimi del nostro sistema politico. La bussola di Corrado Ocone

Chissà se Giuseppe Conte crede nell’astrologia? Il fatto è che quegli astri che finora ne avevano accompagnato l’ascesa da sconosciuto avvocato a presidente del Consiglio ora sembrano di colpo volergli far pagare tutto intero il conto. La congiunzione astrale di questi giorni è per lui, a dir poco, infausta.

Uscito alquanto ammaccato dalle trattative per il Quirinale, ove in sostanza ha giocato con troppa facilità il nome di Elisabetta Belloni per evitare che fosse il suo arcinemico Mario Draghi a salire sul Colle più alto, colui che ai tempi del suo primo governo si era autodefinito “avvocato del popolo” si è trovato negli ultimi giorni a combattere a viso aperto la battaglia che strisciava latente con l’avversario interno al Movimento più insidioso e pronto a contendergli la leadership.

Con Luigi Di Maio sono volate le parole grosse, fino al gesto plateale dell’attuale ministro degli Esteri: le dimissioni dal Comitato di garanzia e l’annuncio, in sostanza, di una battaglia interna senza quartiere. Una battaglia che si potrebbe concludere non con un vincitore, ma con una scissione del Movimento in due (o forse più) micropartiti.

Circostanza che, insieme a una certa ricerca da parte di Conte di autonomia dal Partito democratico che è parsa ai dem scarsa affidabilità, sta portando Enrico Letta e i suoi a cercare altre strade rispetto a quella che sembrava per loro l’unica percorribile fino a non molto tempo fa: l’alleanza strutturale fra le due maggiori forze della sinistra.

A tutto questo, come se non bastasse, si è aggiunta ieri il colpo di scena del Tribunale civile di Napoli che, in seguito alla denuncia di alcuni attivisti, ha di fatto invalidato la procedura interna con cui Conte aveva redatto il nuovo Statuto del Movimento che lo aveva poi portato a diventarne il presidente. È vero che la questione è politica e non riducibile a carta bollata, come Conte stesso ha tenuto subito a precisare, ma fa uno strano effetto vedere che sotto il banco degli imputati sia ora proprio la creatura di uno che alla carta bollata si era mostrato legato.

Inutile nascondersi dietro un dito: tutte le difficoltà di Conte convergono verso un centro ben definito, un nodo dal cui scioglimento in un senso o nell’altro dipenderanno non solo le fortune sue e del Movimento ma anche gli assetti ultimi del nostro sistema politico (che comunque gira ancora attorno a quello che fu il primo partito nelle elezioni politiche del 2018).

Un nodo tanto semplice e persino banale quanto molto prosaico, che potremmo sintetizzare sotto forma di domanda, che è poi quella che tutti i pentastellati si pongono: “chi farà le liste per le prossime elezioni?”. Certo, suona paradossale che un Movimento nato per svuotare il Parlamento come un calzino abbia messo capo a un gruppo parlamentare di dirigenti in lotta fratricida per restarvi senza averlo nemmeno svuotato. Il fatto è che nessuno più e meglio dei grillini sintetizza il paradosso della politica italiana di questi anni: la sua ormai insostenibile leggerezza.

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