Tra diplomazia (anche americana) e acquisti spot di Gnl, l’Europa sta limitando il contraccolpo della crisi ucraina e della stretta di Gazprom. Draghi e Di Maio guidano le negoziazioni con il Qatar, da cui arriva l’energia di rinforzo grazie anche all’aiuto del Giappone

L’Unione europea – e l’Italia – si stanno attrezzando per ridurre la dipendenza dal gas naturale russo, e gli sforzi iniziano a pagare. L’Ue per rimpinguare le riserve lasciate a stecchetto da Gazprom, si è rivolta ad altri fornitori. Cruciale la sponda degli Stati Uniti di Joe Biden, che oltre ad aver spedito via mare carichi di gas naturale liquefatto (gnl), hanno fatto pressione su alleati e partner per aumentare l’invio di gas verso il Vecchio continente.

Euractiv riporta che a gennaio i Paesi europei hanno importato oltre 11 miliardi di metri cubi di Gnl. Quasi la metà del gnl proviene dagli Usa, e si sono detti disponibili ad aumentare le forniture anche Australia, Azerbaijan, Corea del Sud, Egitto, Nigeria e Qatar. La scorsa settimana anche il Giappone ha annunciato che avrebbe spedito parte del proprio surplus verso l’Unione europea.

I livelli delle riserve di gas europee sono sempre più vicini ai volumi normali, e martedì Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ha annunciato con soddisfazione che i modelli europei “ora mostrano che siamo piuttosto al sicuro in caso di un’interruzione parziale o un’ulteriore diminuzione delle consegne di gas da parte di Gazprom”.

Le forniture hanno calmato i mercati, che sul gas hanno i nervi a fior di pelle da mesi per via delle forniture russe ridotte e della crisi attorno ai confini dell’Ucraina. Oggi il prezzo del gas sul mercato europeo (basato sull’indice olandese Ttf) si aggira appena sopra i 70 euro, dopo il picco di 180 registrato sotto Natale.

L’intesa tra Italia e Qatar

Anche l’Italia di Mario Draghi ha condotto un’operazione parallela a quella europea, sempre con l’obiettivo di diminuire la dipendenza dal gas russo (il 40% del totale importato). Lunedì, affiancato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente del Consiglio ha ricevuto a Roma il vicepremier e ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al Thani.

Si trattava del primo round del dialogo strategico tra Italia e Qatar inaugurato con il memorandum d’intesa firmato lo scorso 20 dicembre a Doha. Al Thani si è detto “lieto” di inaugurare il dialogo e ha posto l’accento sulle “forte relazioni strategiche” e le “posizioni comuni su questioni internazionali che mirano a raggiungere la pace e la sicurezza globali”.

Doha fornisce circa il 10% del gas naturale importato dall’Italia, che possiede ampie strutture di stoccaggio e può contare, grazie ai gasdotti, su una fornitura più diversificata e stabile rispetto ai Paesi nordeuropei (tanto che negli ultimi mesi Roma è anche riuscita ad esportare parte delle sue forniture).

Al termine degli incontri, incentrati sul rafforzamento della cooperazione bilaterale a tutto campo tra i due Paesi (Doha ha un ruolo centrale in molte delle dinamiche del Mediterraneo allargato, in cui l’Italia proietta la propria politica internazionale), Di Maio ha definito il Qatar “un partner energetico strategico e affidabile per l’Europa e per l’Italia” e annunciato la “comune volontà di qualificare la cooperazione” anche nel settore dell’energia.

La Qatar Petroleum detiene il 23% della joint venture che controlla il Terminale GNL Adriatico, l’impianto di rigassificazione posto circa 15 km al largo di Porto Levante, Rovigo, in cui le altre quote sono per il 70% di ExxonMobil e al 7% da Snam. Collaborazione aziendale che dà il senso di questo triangolo Roma-Doha-Washington.

Da dove arriva il gas?

Le importazioni mensili europee di gnl sono in aumento da dicembre, ossia da quando il prezzo secondo l’indice Ttf offre ai venditori un’occasione più ghiotta avendo oltrepassato i prezzi del gnl sul mercato spot asiatico. I Paesi orientali hanno fatto incetta di gas negli ultimi mesi del 2021, per mettersi al sicuro da un inverno freddo e garantirsi la provvigione in tempi di transizione energetica; le tasche più profonde degli asiatici, almeno fino a dicembre 2021, sono uno dei fattori dietro alla carenza di gas europeo.

In tempi “normali” è appunto attraverso il mercato spot che i Paesi tendono a sopperire a eventuali mancanze di gas. Ma la manovra a tenaglia del presidente russo Vladimir Putin – soldati sul confine ucraino e mesi di forniture ridotte – hanno reso questo inverno europeo tutt’altro che normale.  Gli sforzi diplomatici di Bruxelles e Washington hanno dunque permesso all’Unione europea di assicurarsi ancora più forniture e bilanciare la mancanza di gas russo.

I contratti di fornitura a lungo termine la fanno da padrone nei mercati del gas. Un produttore assicura al compratore una determinata quantità di gas in un dato periodo di tempo, solitamente anni. Questo dilazionamento fa sì che il Paese produttore tenga nelle riserve, o decida di produrre in tempo per le spedizioni, del gas già opzionato.

Dunque i Paesi che ritengono di avere abbastanza gas nelle riserve, possono decidere di spedire alcune quote “surplus” di loro spettanza verso un’altra destinazione – in questo caso, l’Unione europea. Anche altri mercati asiatici “satolli” hanno fatto la stessa operazione, dopo la scorpacciata di gas del 2021.

In particolare, il Giappone, secondo importatore al mondo di gnl dopo la Cina, ha deciso di deviare il gas “in eccesso” verso l’Europa. La mossa, annunciata da ministro dell’Industria Koichi Hagiuda, ha ricevuto il plauso di Patricia Flor, ambasciatrice dell’Unione europea, e di Rahm Emanuel, ambasciatore statunitense a Tokyo. Quest’ultimo ha sottolineato che “l’aiuto del Giappone all’Europa è un esempio di come il presidente Biden e il primo ministro [Fumio] Kishida stiano lavorando a stretto contatto con partner like-minded per scoraggiare l’aggressione russa contro l’Ucraina e sostenere i nostri valori condivisi”.

Un contesto globale

Il Giappone (così come la Corea del Sud) ha già preso impegni internazionali sul tema energetico, anche per interesse diretto, partecipando alle missioni di sicurezza marittima lungo lo Stretto di Hormuz — sicurezza garantita anche attraverso la missione europea “Emasoh”. Nei giorni scorsi Tokyo aveva fatto capire di essere pronto ad agire con severità (anche a colpire con sanzioni) Mosca se avesse mosso i soldati verso l’Ucraina. Russi e nipponici sono ai ferri corti a causa di una contesa territoriale attorno alle Isole Curili, dove quarto giorni fa la Russia ha accusato un sommergibile nucleare americano di aver sconfinato nelle proprie acque.

Le distanze geografiche dimostrano quanto sia articolato il dossier di confronto tra Russia e Occidente, arrivando a coinvolgere anche l’Oriente: in una recente intervista sul Wall Street Journal il ministro degli Esteri giapponese aveva stuzzicato la posizione cinese a proposito dell’Ucraina (Pechino, che tra l’altro in passato aveva fatto da fornitore all’Ue per surplus di gas, ha preso una linea pro-russa anche nell’ambito del confronto tra modelli con l’Occidente, e davanti alle pressioni russe su Kiev ha dimenticato la politica della non-interferenza).

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