L’inflazione ha importanti nemici. Occorre che non trovi collaboratori volenterosi che ne esagerino la portata ed incidano sulle aspettative. L’analisi di Giuseppe Pennisi

Inflazione ed aumento dei tassi d’interesse (per sedarla) vanno di pari passo. Su questa testata abbiamo visto come l’autorità monetaria americana (la Federal Reserve) abbia indicato che i tassi di riferimento negli Usa aumenteranno in marzo e forse ben altre due volte prima della fine dell’anno. La Bank of England (e diverse banche centrali dei Paesi del Commonwealth) sono sulla stessa linea. La Banca centrale europea (Bce) non ha, nella riunione del proprio Consiglio del 3 febbraio, ha parlato esplicitamente di tassi ma di graduale fine delle politiche monetarie non convenzionali, a partire dal Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp) di cui l’Italia è il maggior beneficiario, che insieme danno corpo al Quantitative Easing.

Una parola di troppo del Presidente della Bce, Christine Lagarde, ha fatto intendere che anche Francoforte potrebbe fare ricorso al ritocco dei tassi: lo spread dei titoli del Tesoro italiani (il differenziale rispetto a quelli tedeschi che sono di riferimento per l’unione monetaria europea) ha subito fatto un balzo in avanti arrivano a 151 punti di base, e rendendo più costoso il servizio del debito.

Cosa dobbiamo aspettarci? Una nuova ondata d’inflazione come quella degli anni settanta ed ottanta del secolo scorso e politiche monetarie (e di bilancio) restrittive per fermarla provocando, se del caso, anche una nuova recessione?

Molto dipenderà da come gli aumenti dei prezzi di queste settimane (in gran parte derivanti da alcuni beni ben precisi) verranno metabolizzati nelle aspettative degli agenti economici (imprese, famiglie, governi). Negli anni settanta, il focolaio furono i prezzi del petrolio; vennero accompagnati dal crollo del sistema monetario internazionale creato nel 1944 a Bretton Woods (il gold exchange standard); le aspettative incorporano l’inflazione (e la sua supposta invulnerabilità) sino a quando Arhur Burns, prima, e con più energia, Paul Volcker, poi, misero in atto rigorosissime misure monetarie e, negli Usa, Ronald Reagan ed, in Gran Bretagna, Margareth Thatcher applicarono drastiche politiche di finanza pubblica incidendo sulle aspettative.

C’è un esempio più recente: in Italia i prezzi di diverse merci aumentarono rapidamente nella transizione della lira all’euro; lo fecero soprattutto quelli di prodotti i cui aumenti avevano trovato un megafono nei media. Anni fa coordinai uno studio in materia (con l’alta consulenza del Premio Nobel Lawrence Klein). Lo studio venne pubblicato in un volume della Scuola Nazionale d’Amministrazione. La conclusione fu che i focolai non agirono in misura significativa sulle aspettative, anche perché i governi dell’epoca tennero la barra dritta ed una comunicazione chiara secondo la quale l’ingresso nell’unione monetaria e la maggiore concorrenza dovuta al mercato unico avrebbero militato per una crescita con bassa inflazione (come infatti avvenne).

Un altro aspetto importante è la demografia, Su questa testata abbiamo analizzato come negli Stati Uniti, l’invecchiamento dei baby boomers nati nei due decenni dopo la seconda guerra mondiale ed ora in pensione o ad essa prossimi; hanno tassi di risparmio elevati, acquistano buoni del Tesoro e sono nemici giurati dell’inflazione. Uno studio dell’Economist Intelligence Unit ricorda che al mondo nel 2100 coloro con più di 50 anni saranno passati dal 25% ad oltre il 50% della popolazione totale, una vera e propria “invincibile armata” anti-inflazione.

In breve, l’inflazione ha importanti nemici. Occorre che non trovi collaboratori volenterosi nei media che ne esagerino la portata ed incidano sulle aspettative.

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