Ecco quali sono le teorie monetarie che si celano dietro il dibattito economico di questi giorni che coinvolge sia il premier Draghi sia il ministro dell’Economia Franco. Il commento di Giuseppe Pennisi

Dietro le richieste di un nuovo scostamento di bilancio ci sono unicamente le richieste di categorie colpite dall’aumento dei prezzi delle materie prime aggravati dalle disfunzioni della logistica e, quindi, delle catene di approvvigionamenti? O c’è anche qualcosa di più nobile o sedicente tale?

I leader politici della maggioranza in questi giorni quasi in rotta di collisione con il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia e delle Finanze sullo scostamento di bilancio (a debito) – e quel che più conta sui lineamenti del prossimo Documento di Economia e Finanza (di cui sta iniziando la gestazione) si avvalgono di economisti, che danno un profumo nobile a questa ed altre richieste. Non si tratta dello Chanel No.5, immortalato negli anni Cinquanta del secolo scorso da Marylin Monroe ma di una sigla MMT.

Il termine MMT (Modern monetary theory) è stato coniato dall’economista australiano Bill Mitchell in un saggio pubblicato nel 2006, ma l’approccio risale agli scritti dell’economista tedesco Georg Friedrich Knapp alla fine dell’Ottocento, scritti citati da Keynes nel suo Trattato della Moneta. La MMT non è una teoria in senso stretto: manca di astrattezza, generalità e rigore matematico-formale. Prima della riscoperta di Mitchell, veniva considerata come una categoria del cartalismo, approccio che considera la cartamoneta come creatura dello Stato che la stampa, e la mette in circolazione nell’economia, tramite il bilancio pubblico nella dose che ritiene appropriata. Attualmente, la MMT ha il suo pensatoio e fortilizio all’Università del Missouri-Kansas e tra i maggiori esponenti Warren Mosler, direttore del Centro studi per la piena occupazione della medesima università e James Kenneth Galbraith, figlio del più noto John Kenneth Galbraith.

Senza entrare in dibattiti di metodo, la Teoria monetaria moderna considera la moneta una creazione dello Stato e la spesa pubblica come il veicolo per immetterla nell’economia. Di conseguenza, non solo non c’è quasi ruolo per autorità monetarie come la Banca centrale, ma la crescita economica è, in gran misura, funzione di quanta moneta viene immessa tramite spesa e deficit. In questo quadro, tasse e imposte non hanno necessariamente lo scopo di finanziare la spesa pubblica e di ridistribuzione, ma di agire sul ciclo economico: sono, quindi, da aumentare se l’inflazione appare eccessiva e da diminuire se invece ci sono fattori di produzione non utilizzati.

La MMT, poi, presta poca attenzione al tasso di cambio, un benign neglect che non tiene conto dell’eventuale appartenenza ad accordi sui cambi e tanto meno ad unioni monetarie. Se il governo ritiene che spesa e deficit pubblico debbano crescere per raggiungere obiettivi di politica pubblica interna, il cambio viene lasciato deprezzare. Grazie a Stephanie Kelton, economista dell’Università del Missuori-Kansas nonché capo economista dello staff della Commissione Bilancio, l’approccio ha fatto una certa strada sia in ambienti vicino alla Casa Bianca, sia in alcuni settori dell’opposizione.

In Italia se ne è fatto propugnatore tra i più attivi il giornalista e saggista Paolo Barnard, che ha organizzato convegni a Rimini e Cagliari alcuni anni fa. Barnard ha lavorato a lungo con l’attuale politico Gianluigi Paragone ed ha ricevuto un certo ascolto in alcuni comparti del Movimento Cinque Stelle. Barnard non è un economista accademico ma un saggista con molteplici interessi. È noto non tanto per i suoi scritti sulla MMT ma per il libro L’origine del virus, uscito in italiano per Chiarelettere e in inglese per Clinical Press e basato su interviste e lavori di ricerca: nel libro si sostiene che il virus del Covid-19, responsabile della pandemia, è il prodotto di una manipolazione genetica in laboratorio e che numerose vite si sarebbero potute salvare se la Cina ne avesse rivelato immediatamente le caratteristiche.

Torniamo alla MMT. Appare in scritti di Alberto Bagnai, allievo di Caffè e responsabile economico della Lega (nonché eccellente clavicembalista). In alcuni Paesi del Sudamerica, soprattutto Argentina, Brasile e Venezuela, i professori di Missuori-Kansas hanno trovato attenti ascoltatori. Ma ancor più interessante è il caso del Giappone, dove l’Abeconomics ha recepito alcuni aspetti di fondo della MMT. La strategia giapponese, però, ha comportato una forte svalutazione dello yen e, dopo un successo iniziale in termini di crescita economica e riscontro della Borsa, si è tornati ad aumenti del Pil quasi rasoterra con salari che hanno subìto una riduzione in termini reali. Senza tener conto che il Giappone ha da decenni una politica di “invecchiamento attivo”: oggi si va in pensione a 70 anni con il 35% dell’ultimo stipendio e successivamente si è impegnati (gratis) in attività di pubblica utilità.

Negli Stati Uniti alcuni economisti vicini alla Casa Bianca sostengono la MMT e il benign neglect nei confronti del tasso di cambio del dollaro (che essendo la valuta principale del sistema monetario internazionale, gode di un forte “signoraggio”); ciò ha aggravato la frattura tra i parlamentari del Partito Democratico e rende difficile l’approvazione del programma Biden di investimenti sociali e ristori.

Non è questa la sede per mostrare i punti deboli della MMT e perché non si adatti ad un Paese come l’Italia che non ha alcun “signoraggio” e un forte della Pubblica amministrazione.

È utile tenere conto, però, che le richieste di scostamento di bilancio non sono unicamente elettoralistiche e particolaristiche ma hanno un sostrato teorico (pur discutibile e poco appropriato all’Italia) e anche su quel piano vanno combattute.

Condividi tramite