La mossa in Donbass è il più logico e razionale sviluppo del piano strategico che si sta dipanando sotto gli occhi di tutti coloro che vogliano vederlo. Scartato il ritiro, con freddo calcolo razionale Putin ha scelto l’opzione preferibile tra quelle che gli si presentavano. L’analisi del professor Luciano Bozzo (Università di Firenze)

In un contributo pubblicato su Formiche.net dieci giorni fa sostenevo che la pressione russa sull’Ucraina era divenuta tale che, di fatto, Putin aveva superato, e volutamente, un’evidente, decisiva linea di demarcazione. Al leader russo restava una sola alternativa: o ridurre la pressione, iniziando il ritiro delle truppe schierate ai confini dell’Ucraina; o proseguire l’azione avviata un anno fa, nel quadro di una “guerra ibrida” che a fasi alterne ne dura da otto ed è divenuta progressivamente più intensa dal tardo autunno.

Sulla base di questa premessa mi pareva scontato trarre un’unica conclusione realistica. Al punto cui eravamo già allora giunti Putin si era spinto troppo oltre nella pratica della “diplomazia della violenza”, propria dell’interazione strategico-negoziale in situazioni di conflitto internazionale intenso. Constatato che un obbiettivo tale da giustificare il notevole sforzo sin lì prodotto non era stato raggiunto, la prima opzione si sarebbe risolta per lui in una perdita della faccia, internazionale e interna, con le conseguenze del caso. Il leader russo, in altri termini, era (si era messo) nell’angolo: posizione negoziale forte, che ritenevamo avrebbe potuto essere rafforzata dall’eventuale adozione di una “mossa” che vincolasse ancor più le sue azioni. E non è forse questo ciò che sta puntualmente avvenendo grazie all’iniziativa sul e in Donbass? Putin mantiene il suo ambizioso e dichiarato intento politico-strategico di lungo periodo: la rimessa in discussione dell’assetto europeo frutto del collasso e della disgregazione dell’Unione Sovietica.

Vale tuttavia la pena notare che ancora nei giorni scorsi buona parte delle più o meno autorevoli analisi politiche e geopolitiche del conflitto prodotte nel nostro Paese sostenevano tesi ben diverse. C’era chi affermava che lo scopo della straordinaria “macchina” – militare, politico-diplomatica, comunicativa, informatica ecc. – messa in campo dal Cremlino fosse già stato raggiunto. Il presunto obbiettivo sarebbe stato duplice: evidenziare le divisioni in seno alla Nato – come se ve ne fosse bisogno! – e intimorire Kiev, così da allontanare – come non fosse già stata lontana – l’ipotesi di un suo ingresso nell’Alleanza. Vi erano poi, e ancora sono, coloro che hanno riciclato la vecchia tesi liberale dell’interdipendenza economica, panacea per ogni possibile guerra. Quasi che negli anni precedenti la Prima Guerra mondiale il sistema economico internazionale non fosse già sufficientemente interdipendente e celebri teorici liberali non avessero dichiarato essere oramai divenuta la guerra una “grande illusione”. E c’è persino chi ha sostenuto che Russi e Ucraini non si faranno mai guerra, perché popoli fratelli. Quasi che i Greci non considerassero la stasi, il conflitto violento entro la polis, la forma più brutale e indiscriminata di violenza collettiva, un’idea ampiamente confermata nel Novecento dall’esperienza di rivoluzioni e guerre civili. La mossa in Donbass è invece il più logico e razionale sviluppo del piano strategico che si sta dipanando sotto gli occhi di tutti coloro che vogliano vederlo. Scartato il ritiro, quali possibili strategie rimanevano aperte a Putin? In sintesi tre:

1. Proseguire e se del caso intensificare la pressione sin qui prodotta. Un’opzione costosa in termini d’immagine ed economici, date le dimensioni della macchina militare messa in campo, e dagli esiti incerti e probabilmente insoddisfacenti, alla luce dei risultati di otto anni di guerra ibrida;

2. Un’azione di forza ad elevata intensità militare – “la marcia su Kiev” – estremamente costosa e certamente molto rischiosa sotto molteplici aspetti;

3. Il compimento dell’azione sin qui sviluppata, tramite un atto di forza a intensità limitata, con costi e rischi assai minori, comunque calcolabili.

Putin da tempo ha scelto razionalmente quest’ultima strategia, adottando il “modello del carciofo”. Il carciofo si mangia in pinzimonio una foglia dopo l’altra, anzi, per essere precisi dal punto di vista botanico: petalo per petalo. Quando un attore ha un margine di libertà d’azione abbastanza grande, sebbene non illimitato, mezzi sufficienti e intende nondimeno conseguire un obbiettivo di primaria importanza può decidere di procedere per azioni successive parziali. Queste ultime saranno frutto della combinazione di mezzi diversi: pressioni indirette non militari, minaccia d’uso della violenza e infine, se necessario, azioni violente d’intensità limitata.

La forza del modello sta nel fatto che pone l’avversario, in particolare un avversario che voglia evitare la scalata del conflitto a un più alto livello di violenza, di fronte a un dilemma. Un corno del dilemma è accettare il fait accompli, una volta che un petalo sia stato mangiato, ipotesi a cui si associa il rischio di dare in tal modo prova di irresolutezza, incoraggiando l’avversario a continuare la sua progressione. Se nessuno voleva morire per Praga figuriamoci per Kiev. L’altro corno è invece la reazione risoluta, del medesimo livello dell’azione subita, che però comporta il rischio di innescare un’escalation verso il confronto militare di più alto livello. Naturalmente anche chi adotta questo modello strategico assume un rischio significativo: compiere un errore di valutazione sulla possibile e forte reazione dell’avversario ove mangi un boccone troppo grosso. Fu questo l’errore di Hitler, come sappiamo dalla cronaca di quei giorni d’inizio settembre, inizialmente attonito di fronte alla reazione di Gran Bretagna e Francia dopo l’attacco tedesco alla Polonia.

Con freddo calcolo razionale Putin ha scelto l’opzione preferibile tra quelle che gli si presentavano; a noi prender atto delle doti e controindicazioni del carciofo, lasciando perdere i salami.

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