A un anno dalla sua nascita, per Draghi e il suo governo non si tratterà solo di riprendere la marcia, ma anche di superarsi. La rubrica di Corrado Ocone

Non bisogna forse scomodare Giambattista Vico, che diceva che “la natura delle cose è nel loro nascimento”, per considerare il governo di Mario Draghi, che nasceva giusto un anno fa, come un governo del tutto atipico. E che perciò va giudicato proprio a partire da questa sua atipicità. Si tratta, in qualche modo, di un “governo del Presidente”. Verificata infatti l’impossibilità di formare una maggioranza in Parlamento e considerata la grave crisi sanitaria e sociale causata dalla pandemia, con la necessità di approntare in tempi rapidi un Piano di ripresa credibile agli occhi dell’Europa e degli investitori, Sergio Mattarella giudicò allora che il Paese non si poteva permettere il lusso di sciogliere anticipatamente le Camere e quindi di avere al timone un governo non nel pieno delle sue funzioni.

Da qui “un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. Non un governo “tecnico”, ma qualcosa che assomigliasse più a un governo di “unità nazionale” o “di emergenza”. All’appello, come è noto, rispose negativamente solo Fratelli d’Italia, non come sarebbe stato logico dopo aver preso visione del programma del presidente incaricato ma prima ancora con un rifiuto a priori a collaborare con la sinistra, che era un far ridiscendere la “formula politica” in un terreno che ne era stato sminato. Una risposta che aveva in sé anche un residuo di ideologismo impolitico: si può essere alternativi ad altre forze ma ciò in politica non significa porre veti e dire mai perché circostanze eccezionali possono richiedere una collaborazione pur avendo progetti opposto.

In ogni caso, Draghi, con indubbie capacità politiche, ha saputo ricucire anche il rapporto con il partito di Giorgia Meloni, riconoscendo il ruolo importante che ha in democrazia l’opposizione, che va ascoltata tanto più quanto essa si pone come “responsabile”. Questa della “riunificazione del Paese”, o almeno delle forze politiche che lo rappresentano in Parlamento, è stato indubbiamente un successo di Draghi (e di Mattarella). Tanto più notevole quanto più si veniva da una stagione di aspra conflittualità e divisività, con una reciproca delegittimazione che era continuata anche in piena pandemia col secondo governo di Giuseppe Conte (che, nonostante gli appelli del Capo dello Stato, non coinvolse mai seriamente l’opposizione).

Venendo al merito dell’azione di governo, gli obiettivi che a Draghi erano stati assegnati erano essenzialmente due: rendere efficace la politica di lotta alla pandemia, con un’organizzazione e una gestione dei vaccini non estemporanea; presentare a Bruxelles dei piani ben scritti, creando anche le condizioni affinché essi non restassero sulla carta ma fossero attuati, per permettere all’Italia di accedere ai crediti condizionati che le erano stati assegnati (sia a debito sia a “fondo perduto”). Sulla gestione della pandemia, Draghi si è mostrato molto prudente, anche quando ha indicato la strada delle riaperture come necessaria per la ripresa economica, muovendosi in una sorta di parziale continuità con la linea “chiusurista” del precedente governo. Del tutto diversa si è dimostrata invece la capacità organizzativa e manageriale, anche per la felice idea di affidare la gestione dei vaccini ad uno dei massimi campioni della logistica a nostra disposizione, il generale Francesco Paolo Figliuolo.

Quanto al secondo obiettivo, le capacità di Draghi sono state ancora maggiori, sia dal punto di vista dei contenuti (sostanzialmente in linea con i desiderata di Bruxelles pur se non sempre “rivoluzionari” come forse non si sarebbe potuto) sia da quello della capacità di tenere tutto sommato unite le eterogenee forze della sua maggioranza (facendo inghiottire un po’ a tutte dei bocconi amari, fra l’altro). Sarebbe però ipocrita negare che il valore aggiunto apportato da Draghi è stato, proprio quello di cui l’Italia aveva bisogno per tacitare (si spera non momentaneamente) alleati e mercati: il “capitale reputazionale”. Le immagini giornalistiche di un SuperMario sono ovviamente esagerate, e ingenerose verso molti altri attori del palcoscenico politico italiano, del presente come del passato. Non bisogna dimenticare però che nella politica l’immaginario e il simbolico hanno da sempre (basta ricordarsi solo un attimo di Niccolò Machiavelli) un valore superiore al cosiddetto “reale”, essendo reali anch’essi a loro modo. Un fattore che risultano ancora più evidente in un’epoca come la nostra in cui il mondo, per dirla questa volta con Heidegger, si riduce spesso alla sua immagine.

Come era da immaginarsi, le ultime settimane, coincidendo con l’elezione del Presidente della Repubblica, hanno molto affievolito l’azione, e forse l’immagine complessiva del governo. In più, l’Italia e gli altri Paesi europei si trovano nel pieno di una crisi militare ed energetica a cui sono del tutto impreparati. Per Draghi e il suo governo non si tratterà solo di riprendere la marcia, ma anche di superarsi.

Condividi tramite