La guerra all’Ucraina è tanto grave da cambiare ogni coordinata e segnare uno spartiacque. Questo i due leader del centrodestra, per una volta insieme, lo hanno capito fino in fondo. La bussola di Corrado Ocone

Giorgia Meloni e Matteo Salvini divisi anche sulla politica estera e sull’appoggio incondizionato da dare all’Occidente all’Ucraina attaccata dalla Russia?

A leggere molti giornali e commenti questo sarebbe il senso da dare alla rapida e inequivocabile presa di posizione di Fratelli d’Italia e alle ambiguità e ai tentennamenti, nonché ai distinguo, del leader della Lega. Al quale si imputano, fra l’altro, dichiarazioni a favore di Putin date negli anni scorsi e riproposte per l’occasione su social e media vari.

In verità, con questa narrazione si contrasta il voto compatto dei due partiti sulla risoluzione presentata dal governo. E infatti la questione è un po’ più complessa di come possa apparire.

Intanto, la “svolta” atlantista di Giorgia Meloni non c’è perché su questo punto il suo partito è sempre stato chiaro, annoverando fra l’altro nelle sue fila esponenti come Adolfo Urso o l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata sempre inequivoci su questo punto. Quanto all’euro scetticismo, per Fratelli d’Italia, ma il discorso vale anche per la Lega, esso ha sempre significato portare avanti una diversa concezione dell’Unione Europea rispetto a come si è strutturata dopo Maastricht e non una critica radiale al progetto unitario in sé (vi ricordate lo slogan: “Un’altra Europa è possibile”?).

Nel suo discorso alla convention repubblicana di Orlando, la leader di Fratelli d’Italia ha alternato la professione atlantista e antiputiniana alla critica di Biden e del progressismo democratico. Per la Lega il discorso è un po’ più complesso perché è indubbio che nel passato ci sono stati rapporti con ambienti filo-putiniani (oltre a una collaborazione con il suo partito).

Ciò però deve partire da alcune considerazioni di fondo, che riguardano non solo la Lega ma anche molti partiti ed esponenti dell’establishment europeo, a cominciare da quello tedesco: il Putin di qualche anno fa non era il Putin di oggi. Non che per un liberale i suoi metodi autoritari, e la sostanziale non contendibilità del suo potere in patria, potessero essere passati sotto silenzio. Tuttavia, con un po’ di realismo, si poteva immaginare che la Russia prima o poi facesse i conti con la sua tradizione peggiore ed entrasse in uno spazio di accettabilità per noi, se non proprio democratico-liberale a tutti gli effetti.

Non dimentichiamoci che la Russia era stata aggiunta al G7 e che l’allargamento della Nato avveniva in un contesto amichevole che lasciava, certo ingenuamente, sperare in futuri e nuovi equilibri. Una pia illusione, certo, col senno di poi, e che ha generato un sostanziale appeasement occidentale nei confronti del tiranno, ma tant’è!

Ovviamente, c’è stato anche chi ha giocato la Russia come sponda per la sua critica alle storture occidentale. Era sbagliato allora ed è ingiustificabile ora quando chiunque non può che prendere atto dell’involuzione di quel governo e non può che schierarsi con fermezza contro le sue mire espansionistiche. La guerra all’Ucraina è tanto grave da cambiare ogni coordinata e segnare uno spartiacque.

Questo Meloni e Salvini, per una volta insieme, lo hanno capito fino in fondo. E che i cambiamenti stiano poi avvenendo anche in seno all’Unione Europea, rende ancora più obsoleta quella faglia di divisione fa europeisti e sovranisti che ha segnato un’altra epoca della nostra vita politica (e che non è giudicabile, come sempre dovrebbe accadere con la storia, con i criteri attuali).

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