La nomina di Ketanji Jackson alla Corte Suprema è una scelta di straordinario coraggio e coerenza del presidente Joe Biden. Purtroppo è anche prematura e politicamente molto pericolosa. Il commento di Joseph La Palombara, professore emerito di Yale

 Gli istinti suicidi dei liberal-democratici americani sono apparentemente inesauribili. Il più chiaro esempio di questo assunto è la recente nomina del presidente Biden di Ketanji Brown Jackson come giudice della Corte Suprema. Una persona eccellente che purtroppo ha fatto rumore in questi giorni per due motivi: è donna e è di colore.

Questa nomina, sebbene accolta con favore da molti e in effetti meritevole di un unanime applauso, rischia tuttavia di avviare il Partito democratico alla sua demolizione politica. È triste dirlo ma negli Stati Uniti permangono oggi forti sentimenti di misoginia, più che in altre parti del mondo. Non dimentichiamo come solo pochi anni fa milioni di persone preferissero spedire Hillary Clinton in carcere piuttosto che alla Casa Bianca.

Con questa nomina Biden si è assicurato suo malgrado la defezione di diversi democratici alle urne delle mid-term o alle presidenziali del 2024. La fetta più incline al razzismo che ancora oggi rimane nell’elettorato democratico slitterà verso i Repubblicani man mano che il voto si avvicina.

Da una prospettiva di tattica politica, nessuno deve applaudire di più questa nomina nomina di Donald Trump e dei Repubblicani, dentro e fuori il Congresso. È infatti ormai noto come la presidenza di Barack Obama, primo presidente di colore della storia, sia stata una ragione chiave dei milioni di voti conquistati da Trump nel 2016, sia pur ottenendo una minoranza nel voto popolare. Molti americani non hanno mai digerito l’elezione a presidente di un uomo proveniente da una minoranza di colore. Molti americani, perfino quelli che lo detestavano, hanno quindi scelto di turarsi il naso e di votare per Trump.

Se la giudice Jackson sarà confermata, bisognerà attendersi una marea di razzisti silenziosi che a novembre e più in là alle presidenziali ondeggerà da un lato all’altro dell’arco politico. Accuseranno Biden di voler “consegnare” il Paese a una minoranza. I suprematisti bianchi, lo dimentichiamo troppo spesso, giocano ancora un ruolo importante nella politica americana, inutile negarlo. In molti faranno fatica a mandar giù la presenza di due giudici di colore su nove nella Corte suprema.

Intendiamoci: niente di tutto questo deve scambiarsi per una polemica contro Jackson. Ha fatto un lavoro straordinario nelle varie cariche ricoperte. È una scelta di primo, anzi primissimo piano. E la capacità di Biden di tener fede alle promesse elettorali è da lodare: sta facendo quello che ha detto, né più né meno. L’onestà è da sempre un marchio di fabbrica dell’uomo, tanto più se paragonata all’egomania del precedente inquilino dello Studio Ovale.

Insomma, la scelta di Biden di rimpiazzare il giudice Ginsburg con un altro giudice di assoluto livello, per di più donna, è coraggiosa e giusta, nessuno può contestarne le credenziali. Possiamo però essere certi che una parte pericolosa del Partito repubblicano lo farà.

Per questo – anche se i liberali non lo riconosceranno – questa mossa del presidente potrebbe trasformarsi in un grosso errore tattico. C’è chi dice con qualche ragione che ormai gli Stati Uniti sono un Paese evoluto e che essere giovani, neri o di qualunque altra minoranza non sia più un fattore negativo. Ma il fattore razzista, purtroppo, è politicamente rilevante e non facilmente aggirabile.

La reazione americana alla violenza della polizia contro i neri, o la quantità di cittadini di colore che finiscono in carcere ogni giorno ne sono ancora una triste testimonianza. Nel migliore dei mondi possibili, questi sussulti di razzismo insiti in una parte della società americana sono destinati a scomparire man mano che prosegue il ricambio generazionale. In questo senso, la nomina del giudice Jackson, benché lodevole, potrebbe rivelarsi una mossa anticipatrice dei tempi, forse prematura.

A Biden va dato il merito di questo coraggio. Di prendere di petto un problema viscerale e voler fare dell’America un Paese meno razzista. È sconcertante però dover riconoscere che quella meta, oggi, è ancora lontana. Che gli Stati Uniti non sono poi così uniti sulla lotta al razzismo, e non solo nel profondo Sud. Temo che questa nomina possa ridar voce o perfino una vittoria a queste minoranze organizzate. Ma spero con tutto me stesso di sbagliarmi.

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