Legittimo e necessario cercare di sfruttare la connessione tra Pechino e Mosca per risolvere la crisi. Ma questo approccio ha due limiti. L’intervento di Francesca Ghiretti, analista del centro studi Merics di Berlino

È naturale che gli orrori della guerra in Ucraina portino a cercare potenziali soluzioni veloci. E è anche naturale, data la vicinanza tra Pechino e Mosca, che i più si rivolgano alla Cina. Ma la possibilità e il desiderio di quest’ultima di coprire un ruolo distinto nella soluzione della guerra al momento potrebbero essere più limitati di quanto spesso non si lasci credere.

Prima di tutto, Pechino non sta cambiando posizione rispetto all’inizio della guerra. Per il momento non vi è un avvicinamento con gli europei o i russi. La Cina continua a non condannare l’invasione russa, non la chiama invasione, e ha riaffermato diverse volte la solidità della relazione tra Cina e Russia. Mostra empatia con le preoccupazioni legate alla sicurezza russa nei confronti della minaccia della Nato e allo stesso tempo, continua a sostenere la sovranità dell’Ucraina. Condanna l’uso delle sanzioni, ma tende a rispettarle poiché i mercati degli attori che hanno imposto le sanzioni continuano a essere importanti per la Cina. In altre parole, la Cina continua a occupare una duplice posizione e continuerà a occupare questa posizione fin tanto che le sarà possibile, dato che per ora non le conviene schierarsi completamente da parte della Russia. Una cosa è certa, però: la rivalità sistemica con l’Occidente e gli Stati Uniti in primis rimane una priorità per Pechino.

Questo non vuol dire che non ritenga sia legittimo e necessario cercare di sfruttare la connessione tra Pechino e Mosca per risolvere la crisi. Ma è giusto riconoscere i limiti di questo approccio. I problemi sono principalmente due. Il primo è che la Cina per il momento non vuole accollarsi il ruolo di mediatore da sola. Il secondo è che potrebbe non avere tutta l’influenza su Mosca che noi ci illudiamo abbia.

Nonostante l’entusiasmo per le parole di Wang Yi, se si guarda con attenzione alla dichiarazione, come alcuni giornalisti italiani hanno fatto, si noterà molta cautela. Infatti, il ministro degli Affari esteri cinese non ha detto che la Cina è pronta a mediare, bensì che “la Cina è pronta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo per facilitare un dialogo per la pace e lavorare a fianco della comunità internazionale per svolgere la necessaria mediazione quando necessario”.

Due elementi sono importanti in questa frase che sono stati spesso, ma non sempre, tralasciati. Il primo è la conferma che se la Cina coprirà un ruolo di mediazione non lo farà da sola, bensì preferirebbe una collaborazione con la comunità internazionale (lo dimostra il fatto che il presidente cinese Xi Jinping abbiamo detto al presidente francese Emmanuel Macron e al cancelliere tedesco Olaf Scholz di essere “disposto a coordinarsi con loro e con l’Europa sulla situazione in Ucraina”). Ma si tratta di uno scenario al momento difficile.

La seconda è che la Cina è aperta alla possibile mediazione quando necessario, ma quando non è necessario, ne starebbe volentieri fuori. Voci di corridoio a Bruxelles confermano che questa è la posizione espressa da Pechino. Anche in uno scenario alternativo in cui decidesse davvero di fungere da mediatrice, la Cina vorrebbe delle assicurazioni per venir coinvolta in un conflitto in Europa. La prima è che vi siano la condizione per cui il suo tentativo di mediazione abbia successo: non si esporrà come mediatrice in Europa se rischia di fallire e perdere la faccia. La seconda è che il suo intervento non comporti la possibilità di rimare invischiata in un prolungato conflitto in Europa.

Il secondo punto fondamentale è che si tende a sopravvalutare l’influenza che il presidente Xi ha sull’omologo russo Vladimir Putin. Nell’attuale scenario Xi è indubbiamente il leader politico che più facilmente può comunicare con Putin. Perciò è importante chiedere a Pechino di comunicare con Mosca nel tentativo per lo meno di limitare le morti civili. Nessuno si augura una totale chiusura dei canali di comunicazione. Ma se l’obiettivo di tale comunicazione è far cambiare posizione a Putin, allora al momento vi sono ben poche speranze. A chi avanza l’argomento dell’influenza economica della Cina nei confronti della Russia, mi permetto di rispondere che vedo difficile uno scenario in cui la Cina minaccia la Russia di tagliare i legami economici se non negozia la pace in Ucraina. Tutto questo non vuol dire che non sia importante continuare a chiedere alla Cina di comunicare con la Russia, ma che sperare che la Cina risolverà il conflitto in Ucraina per ora non è una speranza realistica, bensì molto ottimistica.

I punti sopra sono forse più rilevanti del fatto che la Cina non sarebbe un mediatore imparziale. Che comunque apre alla domanda su quale sarebbe il risultato per gli equilibri europei di tale mediazione. In ogni caso, al momento mancano le basi stesse per costruire la possibilità che la Cina faccia da mediatore. Se altri si faranno avanti insieme alla Cina, allora le probabilità aumenteranno. Nel momento in cui Pechino vedrà il proprio ruolo come mediatore come un’opzione che va a proprio favore, allora e solo allora le premesse cambieranno. Nel frattempo, lo spettro della Libia nel 2011 fa si che la priorità rimanga l’evacuazione dei cittadini cinesi in Ucraina ed evitare di danneggiare (oltre) le relazioni con gli altri Paesi.

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