Giovanni Andornino, direttore del TOChina Hub, spiega che cosa significa il passo indietro del premier cinese Li, verso quale futuro va la leadership di Pechino e le possibilità di mediazione in Ucraina

Durante una lunga conferenza stampa alla fine della quinta sessione della tredicesima Assemblea nazionale del popolo, Li Keqiang ha confermato non sarà più premier della Cina alla fine del suo mandato. Del futuro di Pechino, anche alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina, parliamo con Giovanni Andornino, docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale all’Università di Torino e direttore del TOChina Hub.

Che cosa lascia il premier Li?

Lascia una Cina prossima all’ingresso nel novero delle economie ad alto reddito, culmine di un processo di modernizzazione e progresso materiale avviato sotto la guida di Deng Xiaoping nel 1978. Nel partito-stato cinese il premier ha un ruolo primariamente riferito alla gestione della politica economica. Sul versante politico-istituzionale, lascia una Cina in cui il potere è stato verticalizzato come mai accaduto dai tempi di Mao Zedong e la leadership collettiva è stata drasticamente ridimensionata a favore della preminenza di un “nucleo” cui anzitutto va la fedeltà del partito e della popolazione. In questo nuovo assetto, è probabile che il successore di Li Keqiang avrà un peso inferiore rispetto ai suoi predecessori.

Che cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Mi aspetto che dal XX congresso nazionale del Partito comunista cinese, previsto nell’autunno, Xi Jinping emerga nuovamente come segretario generale e, pochi mesi dopo, sia rieletto presidente della Repubblica popolare cinese, frattanto mantenendo la carica apicale nel sistema delle forze armate cinesi. Sono meno sicuro, invece, del fatto che intorno a lui si costituisca un Politburo composto da altri 24 membri tutti più o meno riconducibili alla sua sfera di storiche relazioni personali, familiari e di collaborazione professionale. Senz’altro auspico che la nuova dirigenza cinese non perda uno dei caratteri che dal 1978 hanno reso la governance in Cina efficace: la porosità ai segnali dall’esterno; la capacità riflessiva; la destrezza nel correggere errori di policy. Il Cremlino di Vladimir Putin evidenza il pericolo dell’autoreferenzialità nei regimi autoritari, in particolare in quelli che sperimentano torsioni personalistiche.

Qual è il suo giudizio della gestione cinese dell’invasione russa dell’Ucraina?

La penso in parte come Evan Feigenbaum, vicepresidente del Carnegie Endowment for International Peace e acuto osservatore delle dinamiche politiche in Asia: è impossibile per Pechino conciliare il proverbiale rispetto per il principio di sovranità, l’interesse a evitare di compromettere i rapporti con l’Occidente (in particolare l’Europa) e il partenariato “senza limiti” con la Russia di Putin. Dove divergo rispetto a Feigenbaum è sulle prospettive future: non sono ancora convinto che Pechino sceglierà di voltare definitivamente le spalle ai propri principi per difendere l’indifendibile.

Mi rendo conto che questa mia ipotesi riflette un ottimismo della volontà che non collima, per esempio, con l’attuale atteggiamento dei media cinesi, per la più parte impegnati a fare da cassa di risonanza della narrazione russa sulla guerra, o con le prese di posizione di alcuni diplomatici cinesi. Ma quello della Repubblica popolare cinese non è un sistema che si presta a svolte improvvise, specialmente se la svolta implica la smentita della linea politica interpretata personalmente dal vertice del partito-stato.

Quanto sono forti la leva che la Cina può esercitare sulla Russia e quella di Xi Jinping su Vladimir Putin?

La Cina è certamente l’attore che oggi ha la maggior capacità di incidere sul Cremlino senza destabilizzare il quadro ulteriormente. Anche noi possiamo ancora incidere, per esempio cessando l’importazione di gas. Questa scelta, però, al di là delle conseguenze sulle nostre economie e società, potrebbe essere presentata come escalation dal Cremlino. La Cina può invece operare fuori da questa logica. Non è escluso che lo faccia, per salvaguardare i propri interessi e recuperare qualcosa sul terreno dei principi, nel caso in cui il conflitto si prolungasse al punto da privare Putin di qualsiasi ragionevole opzione di uscita dalla crisi. Se ne parla poco, ma dubito che una Russia de-putinizzata – scenario improbabile, ma non impossibile – sia nell’interesse di Pechino.

Spesso si fanno parallelismi tra la situazione in Ucraina e quella di Taiwan. Qual è la sua valutazione?

La posizione ufficiale di Pechino è che la comparazione sia impropria: l’Ucraina è uno Stato sovrano, mentre Taiwan una provincia ribelle. Al netto di questa lettura – storicamente e giuridicamente contestata – mi pare che i disastrosi sviluppi della guerra scatenata da Putin non possano non costituire una lezione importante per chi ritenga plausibile alterare lo status quo mediante l’uso della forza. Io non credo che la forte reazione occidentale all’invasione russa sia da intendersi esclusivamente nei termini dell’impegno a tutelare la sovranità dell’Ucraina. Penso che si tratti di una condotta che ha consistenza sia immediata, sia segnaletica. Tanto i governi quanto le società civili dei paesi democratici non sono disponibili all’inerzia davanti a tentativi di destabilizzare un assetto regionale, per quanto precario, in Europa e non solo.

La diplomazia cinese da una parte apre al ruolo della Cina come mediatrice, dall’altra accusa gli Stati Uniti e la Nato di aver provocato la Russia. Stiamo andando sempre più verso uno scontro tra modelli?

La rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina è già da tempo una dinamica dirimente nelle relazioni internazionali contemporanee. Il ri-orientamento della politica estera statunitense verso il quadrante asiatico, esplicitato durante l’amministrazione Obama, sarebbe iniziato ancor prima se Washington non avesse focalizzato le proprie energie sulla cosiddetta “guerra al terrore”. I drammatici errori politici commessi dall’amministrazione Bush Jr. – dall’invasione dell’Iraq, alla delegittimazione delle Nazioni Unite, fino alla cinica ambiguità del summit Nato di Bucarest nel 2008 – sono stati acquisiti nell’arsenale polemico della diplomazia cinese per contestare la credibilità degli Stati Uniti nell’attuale crisi ucraina.

E questo nonostante l’amministrazione Biden stia gestendo in modo efficace una situazione estremamente pericolosa. Poiché Pechino ha una forte preferenza per la stabilità del quadro internazionale e Washington è certamente un attore che in questo momento opera per limitare i rischi di escalation, il fatto che la diplomazia cinese scelga questo momento per insistere sulle responsabilità storiche degli Stati Uniti evidenzia il livello di deterioramento delle relazioni tra i due Paesi.

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