Difendere, ma senza armi. Proteggere, ma senza soldati. Dall’energia alle missioni estere, c’è un paradosso tutto italiano che torna a intasare il dibattito pubblico sulla guerra russa in Ucraina. Il commento di Leonardo Bellodi

The Economist, il prestigioso settimanale britannico, nel numero in edicola scrive che l’Italia e l’Ungheria sono i due Paesi dell’ Unione Europea che dovrebbero cambiare rotta nel rapporto con la Russia.

Non che il settimanale inglese abbia sempre ragione. Se diamo un’occhiata alle copertine in tema di energia notiamo come spesso e volentieri si sia sbagliato. Prevedeva prezzi alti e dopo qualche mese questi crollavano, affermava che saremmo annegati in un mare di petrolio per poi accorgersi che in realtà non ce n’era abbastanza.

Però quanto dice The Economist dovrebbe farci riflettere su come siamo percepiti in tema di politica estera, di difesa e dell’energia, temi che hanno un denominatore comune, ovvero l’interesse nazionale.

Non sono pochi a ritenere che i concetti di interesse nazionale e di “ragion di Stato” siano arcaici, machiavellici e lontano da una concezione liberale.  In realtà sono l’espressione più alta della Sovranità.

Il punto è che spesso e volentieri quando facciamo delle scelte, o peggio non scegliamo, dimentichiamo  che l’interesse nazionale dovrebbe essere la stella polare che guida le azioni del governo e delle persone.

Prendiamo la politica estera. Abbiamo con grande entusiasmo e altrettanta pubblicità spianato la strada all’iniziativa cinese “Belt and Road”, con tanto di visita all’ambasciatore da parte di nostri leader politici nel momento in cui gli Stati Uniti suggerivano prudenza e cautela. Nessun altro paese europeo è stato così euforico e, paradossalmente, ha avuto ritorni economici con la Cina maggiori dei nostri.

In Libia abbiamo fatto parecchio innervosire (per usare un eufemismo) le due parti contendenti riuscendole a metterle d’accordo nel criticarci (risultato unico) quando ci siamo definiti equidistanti dall’allora Presidente del Consiglio Nazionale Fayez Al Serraj (riconosciuto dalla comunita’ internazionale) e dal generale Khalifa Haftar. E per quanto riguarda la Russia, gli stessi leader sbandieravano una certa vicinanza e simpatia.

Venendo al settore della Difesa, anche qua non abbiamo ben presente cosa sia l’interesse nazionale.Ha suscitato un coro di critiche il fatto che, con una circolare, lo Stato Maggiore della Difesa (già il fatto stesso che sia stata pubblicata la dice lunga) abbia stabilito che “tutte le attività addestrative dovranno essere orientate al warfighting”. Forse i critici dimenticano che abbiamo una guerra a meno di 70 chilometri dalla Polonia, Stato che ha aderito alla Nato cosi’ come l’Italia.

Quando Roberta Pinotti era ministro della Difesa, fu realizzato un video promozionale in cui si vedevano anche soldati armati, che sparavano e che venivano feriti. Non vide mai la luce dal momento che il suo successore preferì un filmato dove i nostri soldati abbracciavano bambini e portavano soccorso alla popolazione civile, compito che è proprio delle forze armate come e’ anche quello di difendere queste stesse persone con le armi nella deprecata ipotesi che ve ne sia bisogno.

Si narra che nell’occasione di una successione di ministri della Difesa francese, quello appena nominato non abbia voluto annullare, per cortesia istituzionale, un incontro fissato in precedenza con l’omologo italiano. La nuova ministra si è detta impreparata su una serie di punti dell’agenda eccetto uno: “Se l’Italia vuole unirsi alla forze francesi in Mali deve essere pronta a combattere se no può stare a casa” avrebbe affermato.

Un giorno, un aereo delle nostre forze armate impiegato in uno scramble per intercettare un aereo fuori rotta è stato autorizzato a superare il muro del suono (che provoca un rumore  piuttosto forte). Poco  mancò che il pilota fosse indagato per procurato allarme.

E veniamo all’Energia. Quando Letta (Enrico) era sottosegretario alla presidenza del Consiglio istituì una cabina di energia per identificare siti per la costruzione di nuovi rigassificatori. Non se ne fece niente e i giornali erano occupati da esperti (o presunti tali) che immaginavano enormi esplosioni in caso di terremoti dimenticandosi che il Giappone, paese notoriamente sismico, ha ben 23 liquefattori. Mentre noi bloccavamo tutti i progetti, la Spagna  ha costruiti sei rigassificatori.

Per nostra fortuna, il Tap è stato invece realizzato malgrado le centinaia di proteste da parte di cittadini e politici che denunciavano la moria di migliaia di ulivi (che sono ancora vivi e vegeti). C’è voluta la determinazione dell’allora capo della polizia Gabrielli che ha impiegato decine e decine di forze dell’ordine per difendere i cantieri,  forze che avrebbero potuto essere destinate a contrastare la dilagante criminalità organizzata in Puglia.

Oggi il Tap svolge un ruolo fondamentale per diversificare il nostro approvvigionamento di gas rendendoci meno dipendenti dalla Russia. Non risulta che alcun oppositore politico dell’opera abbia chiesto scusa.

Abbiamo un grande quantitativo di gas nell’alto Adriatico ma una legge ci impedisce di sfruttarlo per temuti problemi di subsidenza. Lo stesso giacimento è sfruttato dai Croati dal momento che il gas , non conoscendo la legge italiana sicuramente per ignoranza, è a cavallo delle due acque territoriali.

Ecco, questo è quello che, a torto o a ragione, ci viene contestato. Il non saper scegliere, il non decidere, l’essere equidistanti a prescindere, nella speranza di apparire “brava gente” e di non inimicarci nessuno.  Ma ci sono dei momenti storici, come questo che stiamo vivendo, dove dobbiamo schierarci e agire conseguentemente. La circolare dello Stato Maggiore della Difesa avrebbe dovuto provocare in noi un sentimento di sicurezza e di vicinanza alle istituzioni. Non è stato così per tutti.

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