Le capacità di analisi in tempo reale non potranno che assumere sempre più rilievo nei conflitti moderni e il loro corretto inquadramento nei processi di intelligence, quindi strategico-decisionali, costituire un’importante scriminante per la supremazia sull’avversario. L’intervento di Matteo Sironi, executive board member di Humint Consulting

Il XXI secolo si muove a una velocità che le civiltà del passato non hanno mai conosciuto: nella velocità del cambiamento, anche le minacce si sono parimenti evolute e siamo oggi nel pieno di una nuova forma di guerra, nella quale narrazione propagandistica e fake news contribuiscono alla destabilizzazione di un Paese tanto quanto truppe corazzate e armi tradizionali mentre gli attacchi informatici possono potenzialmente arrecare danni, anche strutturali, a cd. infrastrutture critiche.

Se l’industrializzazione ha armato la Prima guerra mondiale, permettendo il dispiego di risorse altrimenti impossibile senza i nuovi metodi industriali, la meccanizzazione ha armato la Seconda guerra mondiale, sancendo il dominio delle “macchine da guerra”, la società dell’informazione sta armando i conflitti odierni, con le nuove tecnologie di comunicazione.

Nulla di nuovo. Già nel 1993 un saggio dal titolo Cyberwarfare is coming! aveva preconizzato i conflitti del futuro: operazioni militari condotte “secondo i principi dell’informazione” volte a interrompere, se non distruggere, i “sistemi di informazione e comunicazione” del nemico, compresa la sua cultura militare, per volgere a proprio favore “l’equilibrio dell’informazione e della conoscenza”, soprattutto se l’equilibrio delle forze non lo è. Usare la conoscenza in modo da impiegare meno capitale e lavoro”.

Il tutto senza immaginare l’avvento dei social network e la loro capacità di creare informazione/disinformazione.

La guerra moderna ha effettivamente fatto proprio tutto ciò, all’interno della cosiddetta guerra ibrida, un concetto vasto e in continua evoluzione per ricomprendere nuove minacce e metodologie di warfare.

In questo nuovo paradigma di conflitto, ci si interroga sulla necessità di evolvere i metodi “classici” di intelligence, con strumenti in grado non solo di comprendere le minacce derivanti dalle nuove tecnologie, ma altresì di sfruttare tali miniere di dati integrandole in un ciclo virtuoso di intelligence. Una simile quantità di dati, infatti, necessita di essere analizza per trasformarla in informazioni e queste ultime devono essere poi ulteriormente elaborate per ottenere un report di intelligence fruibile dai decisori.

Sebbene la necessità di rinnovare i metodi di intelligence si sia già palesata a seguito principalmente dai fallimenti avvenuti in Afganistan e Iraq, non da ultimo la ripresa dei Talebani sempre dell’Afganistan avvenuta nel 2021, con la disastrosa ritirata delle truppe americane, ancora si stenta a integrare nell’analisi delle informazioni provenienti dai social media, e in generale, dalle altre fonti di raccolta dati, le scienze sociali e i processi umani.

Fin dalla loro comparsa i social media sono rapidamente diventati una preziosa fonte di informazioni: la Social Media Intelligence, o Socmint come è stata definita, è la più recente componente del ciclo di intelligence che si concentra sulla raccolta e l’analisi delle informazioni che vengono prodotte e scambiate attraverso i social network.

Le discipline di Humint e Socmint, tuttavia, scontano limiti che ne condizionano l’utilizzo in molti contesti attuali.

La Humint sconta il limite principale della sua dimensione fisica, con la necessità di interfacciarsi direttamente con il soggetto da cui si intende elicitare quanto necessario.

La Socmint è ancora utilizzata principalmente come strumento di raccolta di dati, che se non intrecciati con le interazioni del target, la sua comunità e la rappresentazione di sé che vuole fornire in un determinato contesto, costituiscono materia grezza poco fruibile. I dati raccolti tramite i social media devono essere interpretati correttamente affinché possano essere integrati nelle pratiche di sicurezza e di difesa contro le nuove sfide poste dalla guerra ibrida e l’utilizzo che viene fatto dei social media per influenzare le percezioni di una popolazione o le opinioni internazionali.

La Digital Humint, ossia la metodologia di analisi basata su specifiche competenze settoriali, che uniscono la “classica” Humint e la Socmint, al fine di processare in un’ottica unitaria i dati provenienti da questi due mondi, può quindi offrire un’utile sintesi ma dev’essere a sua volta affinata per trovare una collocazione idonea nel ciclo di intelligence e contribuire così alle decisioni strategiche, tattiche e operative, negli scenari di guerra ibrida.

Nell’attuale conflitto tra Russia e Ucraina, tramite Twitter, TikTok e Telegram, più o meno consapevoli fonti umane condividono aggiornamenti in tempo reale su quanto avviene. In questo senso, vengono superati anche i limiti della Socmint in quanto i contenuti sono diretti: l’utente non ha tempo di mediare il contenuto, filtrandolo attraverso la rappresentazione di sé che vuole offrire alla sua comunità di riferimento, diventando un puro medium di dati. Gli stessi militari russi si sono affidati all’app Premise, ossia una app di micro-tasking che attraverso il cosiddetto crowdsourcing consente di richiedere agli utenti non solo opinioni, ma anche immagini di luoghi o posizioni specifiche.

Ma anche nella velocità dei social media “non filtrati”, il rischio di cadere vittima di false rappresentazioni ai fini propagandistici resta alto: per questo motivo la Digital Humint non dev’essere intesa come una semplice evoluzione della Socmint, ma una disciplina specifica che attraverso le tecniche di Humint, comprese le azioni “classiche” di raccolta di informazioni sul campo, possa superare la contrapposizione spesso apparente tra mondo digitale e mondo reale per fornire analisi utili in tempi sempre più rapidi.

In conclusione, sono ben lontani i giorni in cui gli Stati Uniti confutavano le bugie dell’Unione Sovietica sulle sue attività a Cuba attraverso immagini declassificate, o quando le uniche immagini disponibili dell’operazione Desert Storm erano bagliori verdastri nella notte di Baghdad trasmessi in prima serata.

Oggi, il mondo segue collettivamente i movimenti e le operazioni della Russia quasi in tempo reale. Le attività di Osint sono uscite dalla cerchia ristretta degli analisti e sono ora partecipate, più o meno consapevolmente, da chiunque trovi il coraggio di tirare fuori uno smartphone e condividere un contenuto da uno scenario di guerra.

Queste capacità di analisi in tempo reale non potranno che assumere sempre più rilievo nei conflitti moderni e il loro corretto inquadramento nei processi di intelligence, quindi strategico-decisionali, costituire un’importante scriminante per la supremazia sull’avversario.

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