Condannare o no? La Libia di Bashaga è sospesa sul filo (spinato) della guerra russa in Ucraina. L’invasione porta altri guai nel Paese nordafricano, soprattutto sul fronte alimentare. Ma tuonare contro Putin a Tripoli non è una passeggiata. L’analisi di Dario Cristiani (Iai-Gmf)

Nel discorso per il voto di fiducia pronunciato il primo di marzo dinanzi al Parlamento di Tobruk (House of Representatives), il primo ministro in pectore Fathi Bashagha aveva evitato di fare menzione dell’attacco russo in Ucraina. Solo il giorno successivo alla fiducia ottenuta, Bashagha aveva deciso di prendere posizione via Twitter, sostenendo che l’attacco russo contro l’Ucraina rappresentava una “chiara violazione del diritto internazionale e della sovranità di un’Ucraina democratica”.

Ad ogni modo, la condanna di Bashagha non è stata tanto perentoria, in particolar modo se comparata con le parole usate dal Governo di Unità Nazionale (Gnu) guidato da Abdul Hamid Dbaiba. La ministra degli esteri, Najla Mangoush, aveva espresso una condanna netta da parte della Libia rispetto all’aggressione militare di Mosca contro Kiev.

Molti in Libia sostengono che il Paese debba mantenersi neutrale rispetto a tale conflitto. L’Ucraina è un Paese importante per la Libia, in particolar modo per la propria sicurezza alimentare, visto che dal 2009 la Libia ha un accordo per la produzione di grano in Ucraina destinato al proprio mercato interno. Da questo punto di vista, però, anche la Russia è un Paese chiave.

L’effetto sulla Libia non dipende solo dal blocco delle esportazioni da questi due Paesi, ma anche dall’aumento generalizzato dei prezzi globali per il cibo causato dal conflitto. Inoltre, tale aumento arriva mentre i libici si preparano al mese sacro del Ramadan, occasione in cui storicamente i prezzi dei generi alimentari tendono a crescere a prescindere, a causa dell’elevata domanda. Aggiungendo la scarsa capacità libica attuale di avere controlli accurati contro la speculazione, i rischi che un aumento indiscriminato dei prezzi dei generi alimentari, in particolare pane e derivati, porti a manifestazioni di tensione in varie parti del paese sono sempre più significativi.

Ad ogni modo, la posizione di prudenza di Bashagha è chiaramente dettata anche da una serie di contingenze politiche che lo forzano a non essere troppo anti-russo. La Russia era stata la prima delle grandi potenze coinvolte in Libia che si era espressa a favore della nomina di Bashagha come nuovo primo ministro agli inizi di Febbraio 2022.

Bashagha si trova nella posizione in cui si trova ora dopo aver deciso di allearsi con i vecchi arcinemici dell’est come il Presidente del Parlamento Aguila Saleh ma soprattutto Khalifa Haftar, il generale nato a Sirte che è ancora, nonostante tutto, la principale pedina dei russi in Libia. Inoltre, chi si occupa costantemente di Libia ricorderà che nei primi mesi della battaglia di Tripoli, in cui Bashagha da Ministro degli Interni del Governo dell’Accordo Nazionale (Gna), quello guidato da Fajez al-Sarraj, era diventato de-facto il leader della resistenza anti-Haftar, Bashagha evitava spesso e volentieri di riferirsi alla Russia, focalizzando si invece su Emirati, Egitto, e Francia.

Bashagha cambiò approccio solo nel novembre del 2019 quando, visitando Washington per la ministeriale della coalizione anti-Daesh, si era reso conto che fare leva sul pericolo russo in Libia era forse l’unico modo per spingere gli americani a re-interessarsi del conflitto. In quel periodo, l’iniezione dei combattenti della Wagner a partire da Settembre di quell’anno aveva cambiato l’equilibrio strategico del conflitto, e stava portando il Gna a soccombere.

Solo con il supporto militare turco, arrivato dopo gli accordi di fine Novembre sulla delimitazione della Zona economica esclusiva nel Mediterraneo tra Turchia e Libia, la mossa di Erdoğan per rompere l’isolamento crescente in cui Ankara si trovava nel Mediterraneo Orientale in quel periodo, e l’avvento dei combattenti siriani, in larga parte turcomanni, in supporto, le dinamiche del conflitto cambiarono.

Il motivo per cui Bashagha anche all’epoca era relativamente morbido con i russi era legato al fatto che la Russia, nonostante abbia puntato in maniera significativa sulle forze dell’est, era riuscita a tenere rapporti più che decenti anche con le altri parti in conflitto. Al-Sarraj andò a Sochi per il summit Russia-Africa, chiedendo armi a Vladimir Putin, e il ministero degli Esteri russo manteneva rapporti costanti con il Gna.

I russi riuscirono anche a mantenere rapporti decenti con le forze di Misurata, di cui Bashagha è uno dei rappresentati principali, anche se all’epoca il loro uomo a Misurata era l’ex numero due di Al-Sarraj, Ahmed Maiteeg, che fu anche il primo di quel campo a cercare un accordo con Haftar ai tempi della fine del blocco petrolifero nell’estate del 2020. L’unità di Misurata ora non esiste più, visto che Bashagha e Dbaiba sono entrambi di Misurata e si contendono il controllo del paese, e questa spaccatura rischia di riportare il paese nella spirale prima istituzionale e poi militare, come dal 2015 in poi.

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