I Paesi europei e persino gli Usa fanno largo affidamento sul combustibile per centrali nucleari di Mosca – un altro “buco” nella sicurezza energetica europea, parallelo a quello del gas. Nel frattempo, la Bulgaria discute se continuare a costruire una centrale con Rosatom

Martedì un aereo russo è atterrato in Slovacchia, passando dalla Bielorussia e dalla Polonia, nonostante i Paesi europei abbiano chiuso i loro spazi aerei in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. L’eccezione (assieme agli aiuti umanitari) che conferma la regola: il velivolo della Volga Dnepr stava trasportando combustibile nucleare.

Tutto questo è quanto confermato dal ministro dell’economia Richard Sulík. “L’economia slovacca ora ha riserve di un altro bene strategico. Sono contento […] la Slovacchia ora ha abbastanza combustibile nucleare”, ha dichiarato alla stampa, senza però specificare quanto durerà il quantitativo stoccato.

L’episodio è l’ennesima prova della dipendenza europea dall’energia di Mosca, che non si limita al gas. La Slovacchia genera quasi metà della sua elettricità attraverso le sue due centrali nucleari. Sei reattori in funzione, due in costruzione. Tutti usano il combustibile della società TVEL, una controllata dell’azienda statale russa Rosatom, il cui contratto con Bratislava, riporta Euractiv, durerà fino al 2026.

TVEL e l’americana Westinghouse dominano il mercato europeo di riferimento. Ma il combustibile di quest’ultima è generalmente più costoso, motivo per cui gli slovacchi scelsero le forniture russe nel 2018 – e le utilities americane oggi chiedono alla Casa Bianca di non sanzionare l’uranio russo, la base per il combustibile.

Metà della fornitura americana di uranio, il cui costo è raddoppiato nel 2021, proviene da Russia, Kazakistan e Uzbekistan, di fatto suoi Stati satellite. “L’industria nucleare [statunitense] è semplicemente dipendente dall’uranio russo a buon mercato”, ha detto una delle fonti di Reuters appartenente alle associazioni di lobbying di riferimento. Da parte sua, l’amministrazione di Joe Biden ha assicurato che avrebbe prestato orecchio alle loro preoccupazioni.

Il fatto che sia gli States sia i Paesi europei abbiano deciso di escludere i rifornimenti energetici dalle sanzioni, nonostante la volontà di minare alla base l’economia russa, rivela quanto i loro sistemi energetici ne abbiano ancora bisogno. Ad oggi gli Usa non producono e non raffinano l’uranio necessario per le centrali, anche se diverse aziende riprenderebbero volentieri a farlo, a patto di poter firmare contratti di fornitura a lungo termine con i produttori.

Settimana scorsa Biden ha definito la dipendenza di materie-chiave, quelle necessarie per i prodotti ad alta tecnologia e l’energia, un problema strategico. Al pari del gas, le riserve piene sono un vantaggio strategico in questo periodo. Una soluzione più definitiva, come ha ripetuto Mario Draghi in Senato parlando di gas, rimane la diversificazione delle forniture; a dare l’esempio in campo nucleare oggi è la società svedese Vattenfall AB, che smetterà di comprare uranio russo per via della guerra in Ucraina.

In tutto questo c’è anche il problema parallelo delle centrali costruite in Europa da Rosatom. Come quelle in Bulgaria, altro Paese europeo pesantemente dipendente dalle forniture energetiche russe, dove la politica si sta spaccando sulla nuova centrale di Belene, sul Danubio, commissionata alla società russa – per non parlare dei due reattori Rosatom per farla funzionare, già pagati e ricevuti.

Pochi giorni prima dell’invasione russa il premier Kirill Petkov ha detto che il progetto non sarebbe andato avanti, provocando un’immediata reazione dal partito socialista e filorusso membro della coalizione di governo, a sua volta contestata dai liberali ed europeisti. Il 70% della popolazione è a favore dei nuovi reattori Rosatom, ma la discussione politica è aperta e verrà inevitabilmente impattata da come si sta riorientando l’Occidente sulle dipendenze russe.

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